Antimafia sulla bocca e “sottovalori mafiosi” nella testa. Conflitti di credibilità in una shhcuola italiana fra vetrinizzazione ed educazione alla legalità

di Francesco Carini
(Testo dell’articolo pubblicato sulla rivista scientifica Humanities, n. 28, ISSN: 2240-7715, Dicembre 2025, pp. 1-19)
Abstract
L’agire virtuoso di Vito Mercadante, uno fra i presidi più rappresentativi della cultura antimafia a scuola, è sempre stato indirizzato meritevolmente agli studenti, ma strategie e azioni portate avanti da collaboratori del dirigente (o da dirigenti stessi), funzioni strumentali e docenti, possono minare culturalmente dall’interno il sincero cammino di migliaia di alunni verso “quel fresco profumo di libertà” a cui aspirava Paolo Borsellino. In questa pubblicazione si mostra come possa esserci un conflitto fra vetrinizzazione sociale di personale scolastico (oltre che di istituti in toto), contrapposta a una realtà fatta di azioni e strategie che possono invece essere pervase da ciò che Mercadante definiva una “sottocultura mafiosa”. In determinate situazioni in cui “viltà”, omertà e timore rappresentano caratteristiche di alcune realtà, invece di scuola, utilizzando una popolare onomatopea legata al silenzio, si potrebbe parlare di “shhcuola”
Premessa
«Le società mafiosesche si reggono sul fondamento della viltà comune. Il mafioso non affronta a viso aperto il suo avversario o la vittima designata. La sopprime a tradimento e s’impone sui più deboli, che sa disposti a subire. Non diverso è il motivo per cui in questo clima le virtù o tradizioni militari non riescono ad affermarsi»1.
Quando vivevo al Nord Italia (“era pre-Covid”), cominciai a capire che, pur essendo siciliano e avendo vissuto in Sicilia alcuni dei momenti più duri del recente passato dell’isola, in particolare della mia zona (quella dei Nebrodi), non sapevo molto della sua storia. Pertanto, appena avevo tempo, prendevo l’aereo per recarmi a Palermo, dove andavo a trovare i miei più cari amici in compagnia di colei la quale sarebbe diventata mia moglie, e mi andavo a rifugiare alla “Regionale” o in altre biblioteche, dove cominciai a consultare parecchi volumi, fra cui quelli di Virgilio Titone e Orazio Cancila. Le chiacchierate a distanza e le narrazioni di Peppino Restifo (Università degli Studi di Messina) mi aiutarono molto, così sulla linea ideale della fascia tirrenica, cercai di approfondire le mie radici attraverso la storia, soprattutto quella moderna (ma non solo). Ero sempre stato appassionato al tema della mafia sia sotto il profilo storico che, in qualche modo antropologico, ma fuori dalla Sicilia i miei piani di studio non avevano ovviamente approfondito nella sua complessità la storia della mia regione, e questo mi pesava sia da siciliano che da studioso.
Complice la curiosità, restavano sempre impresse nella mia memoria le parole di Sciascia: «In Sicilia un funzionario che si mostrasse sagace e onesto, resistente alla corruzione o alla pressione dei potenti, veniva isolato o espulso come corpo estraneo»2. Più leggevo, più mi rendevo conto che la storia culturale era direttamente collegata a quella sociale. Divoravo alcuni autori, fra cui Hobsbawm, ma ci fu un momento cruciale in cui dovetti confrontarmi non solo sui libri e sui documenti, bensì con la realtà. Come ho già anticipato in un mio articolo3, la successiva esperienza di docente in Istituti di Istruzione secondaria di Palermo ha ribaltato alcune mie certezze, permettendomi di ideare e mettere a punto Educazione Civica Integrata4, percorso intrapreso negli anni precedenti con la creazione di articoli pubblicati in gran parte su Homo Sum5 e utilizzati come materiale didattico anche da altre scuole italiane, prima che iniziassi ad insegnare.
Impostando le mie lezioni su un metodo interdisciplinare, mi resi conto di quanto i ragazzi si interessassero alla letteratura, ma soprattutto alla storia, se quest’ultima veniva legata o in qualche modo connessa alla loro terra. E ciò capitava anche con l’educazione civica, dal momento che gli studenti intervenivano durante le lezioni sull’Agenda 2030 se venivano coinvolti attraverso obiettivi in cui loro potevano dire qualcosa, quali i goal n. 1 e n. 10, rispettivamente Sconfiggere la povertà e Ridurre le disuguaglianze, declinati a partire dai loro quartieri. Non si poteva essere disconnessi dai contesti di provenienza dei “picciotti” (come li appellavo), al massimo si doveva partire da essi per estendere il discorso a livello nazionale e internazionale, non il contrario.
Anni dopo, ebbi modo di approfondire la figura e alcune opere di Vito Mercadante e fui felice di leggere le seguenti parole, che rappresentavano in parte ciò in cui credevo anch’io: «La conoscenza dei modi con cui s’è sviluppata la storia e la sua razionalizzazione devono servire a sfatare il senso di un destino che incombe implacabile e perpetuo sulla nostra gente, a renderlo più aggregabile ai fini della partecipazione dei giovani alla vita del Paese. Molta importanza ha a questo proposito la conoscenza della storia locale e regionale»6. Ma ci fu un passaggio che mi diede sicurezza della bontà delle mie intenzioni, che erano state non di rado messe anni prima in discussione da colleghi con “esperienza”7, in quanto considerate eccessivamente condite da scelte troppo azzardate rispetto a un insegnamento “tradizionale”: «[…] Risulta, inoltre, l’assurdità della prassi di alcuni docenti che credono di formare gli alunni di costituire cittadini italiani, soffermandosi sulle guerre d’indipendenza, sul significato di alcune battaglie come quelle di San Martino o di Lissa […]. Avranno ottenuto il risultato di avere creato una persona che a parole si considera «italiano» e di fatto è un «siciliano» impregnato di cultura locale, cioè, del sicilianismo di cui ci alimentiamo tutti, ove non venga rimosso da un processo critico che nella storia autentica della Sicilia deve trovare il suo nucleo fondamentale»8.
Tuttavia, oltre alla storia, alla letteratura e all’educazione civica, in mezzo ai banchi compresi quanto un docente avesse il dovere morale di essere credibile, non solo credente, conscio della lezione di Leonardo Sciascia in Le parrocchie di Regalpetra9, andando contro quei principi di viltà umana che conducono all’omertà o a un «eccesso di zelo di chi ha scarsa indipendenza morale»10 perpetrato ai danni dei più deboli, facendo di un legalismo da Azzeccagarbugli un’arma per tenere in scacco sottoposti e subalterni. Vedere docenti in prima linea nell’ostentazione di una pseudocultura della legalità o antimafia, ma realmente diversi nel loro agire quotidiano, causò in me un mix di scoramento e rabbia, proprio perché percepivo la disillusione negli occhi di alcuni studenti, in particolare quelli più sensibili o maggiormente a rischio, e io non volevo perderli per le mancanze di qualche adulto.
Come altre figure coraggiose, Vito Mercadante ha cominciato a rappresentare un esempio per molti (me compreso), ma per altri, che forse non ne hanno letto le pubblicazioni, sembrava essere un vessillo per non essere criticati nella loro quotidianità fatta di parate non in linea con un’etica e prassi quantomeno discutibili.
Leggere Vito Mercadante per capire il significato di un’autentica educazione antimafia
«Il preside […] privato della possibilità del facile uso dello strumento repressivo, sua principale forza, cerca appoggi, per risolvere i suoi complessi problemi, in qualsiasi direzione, servendosi della politica del compromesso o della complicità ricattatoria. Tale comportamento è responsabile di una serie di guasti che si producono all’interno di un rapporto che investe, oltre che aspetti educativi, la dignità e la correttezza stessa del modo di vivere all’interno della scuola. Analizziamo alcune situazioni indicative del fenomeno riscontrato: si fa dispensatore di concessioni, vincolando i docenti allo scopo di raccogliere consensi […]»11
Vito Mercadante, come altri presidi, nella seconda metà del Novecento fu una colonna portante per la creazione di una seria cultura antimafia, in cui si doveva affiancare la lotta contro determinati fenomeni allo studio della storia che ha potuto condurre ad essi12. Antifascista sul campo e impegnato in importanti battaglie politiche, l’azione del Maestro della Zisa13 (in particolare come preside della Scuola “Antonio Ugo”) rappresentò un avamposto di concreta umanità e legalità in una zona di Palermo non troppo periferica, ma con sacche di povertà ed esclusione sociale.
Andai quindi alla ricerca di alcune sue pubblicazioni, tra cui Mafia: bibliografia ragionata, che evidenzia la sua grande conoscenza della tematica14, e restai incuriosito da un brano pubblicato su L’Unità nel 2003, dal titolo Dal Familismo all’omertà. Occupandomi di familismi e conducendo attività di educazione alla legalità e di contrasto alle mafie, questo titolo catturò ovviamente le mie attenzioni. In questa pubblicazione, Mercadante mise in risalto le degenerazioni (o abusi15) di familismo, amicizia e omertà quali «sottovalori che compongono l’ideologia mafiosa»16. Sul primo sottovalore, il preside scrisse: «ed è proprio in nome del familismo che la mafia può dominare sulla gente siciliana. Basta, infatti, che segnali il pericolo per la sua famiglia a chi le oppone resistenza, perché questa nella maggior parte dei casi abbia a cessare»17; sul secondo, con cui spazza alcuni pregiudizi, sottolinea: «nella maggior parte dei casi l’amicizia praticata dalle nostre parti viene fortemente usata come strumento per scambi di favore fra l’alto e il basso e fra pari. Da questo punto di vista l’amicizia, intesa in quest’ultima maniera, come del resto il familismo e la cosca, non è un vizio del tutto siciliano, rientra nell’ambito di una concezione di vita, tutta italiana»18; sul terzo, l’omertà, invece specifica: «esso definisce «uomo panza», vale a dire prudente, accorto, l’individuo che parla poco, e che quel pò che dice, lo pesa e l’esprime in maniera talmente contorta che in ogni momento successivo può affermare di non averlo mai detto: mentre definisce «panza di broru» (pancia di brodo) chi si lascia andare alla sua sincerità, quando comunica con gli altri»19.
Questa sorta di antropologia di un ethos paramafioso mi incuriosì molto, così consultai altri volumi del DS siciliano, in particolare Sottocultura mafiosa20, dove l’autore indicò quali sottovalori mafiosi, degenerazioni di alcuni fenomeni e realtà specificamente “umane”, nel dettaglio: familismo, amicizia, clientelismo, sicilianismo, paesanità, gregarismo, essere e parere, violenza e astuzia, omertà, maschilismo, roba, coralità, religione come rito, onore, cosca, vittimismo, fatalismo, biofilia e necrofilia, qualunquismo. Come sottolineò lo stesso preside: «siamo convinti che non di vizi risalenti alla notte dei tempi si tratta, quanto di un complesso di idee stagionate, sì, ma comunque artificialmente alimentate ed aggiornate dalla mafia, alfine di ottenere un consenso ed una copertura da parte di un popolo da essa sfruttato, che in nessun modo lo darebbe, ove non fosse così graziosamente gabbato»21.
Interpretando queste parole pure in chiave contemporanea, molti dei suddetti fenomeni possono essere collegati alle diseguaglianze economiche, politiche e sociali22, magari alimentati dal potere e da piccoli potentati che si vengono a creare all’interno di società e di istituzioni, fra cui potenzialmente le scuole stesse, che, con l’azione di “funzioni intermedie”, possono creare contesti in cui i caporali, dei quali parlava anche Totò23, provocano storture attraverso strategie impregnate di violenza simbolica24 nei confronti di subordinati e, parafrasando quanto espresso da Mercadante, determinando anche la crescita di vili sottovalori (che nulla hanno in comune con un’onesta e sentita educazione alla legalità). Questo straordinario dirigente scriveva: «la scuola deve essere, prima ancora del sindacato e del partito, l’agenzia educativa che deve preoccuparsi di aprire gli occhi allo studente sulla realtà in cui vive, e di farlo uscire da una nebbia in cui non troverà mai lo stimolo al riscatto»25, ma se molti educatori sono impregnati di una determinata sottocultura nonostante la costante partecipazione a manifestazioni antimafia o pro-legalità, accompagnati da comportamenti ascrivibili a una codarda area di mezzo, in cui meschinità piccolo-borghese si associa ai suddetti sottovalori, la battaglia è già persa in partenza. Non è sufficiente sbandierare un vessillo per rappresentare degnamente quello stesso simbolo, soprattutto quando si rischia di perdere la fiducia dei giovani, molti dei quali intuiscono con acume la differenza fra apparenza e sostanza.
Le scuole siano credibili, non solo credenti
«La scuola non può combattere la mafia se non si libera essa stessa da una serie di modelli negativi di comportamento che vanno dalla trasmissione passiva, teorica, ed acritica dei contenuti a forme deleterie di autoritarismo, dall’incapacità di lavorare in équipe a veri e propri atteggiamenti clientelari e/o di prevaricazione»26.
Il 12 luglio 2025, su La Repubblica (sezione Palermo), in prima pagina, con continuazione a pag. 4, veniva pubblicato l’appello di alcuni presidi facenti parte della Rete per la Cultura Antimafia nella Scuola, dal titolo Vediamoci a scuola per ricostruire tutti insieme l’impegno antimafia. In questo articolo, viene sottolineato: «[…] La scuola pubblica è ontologicamente nemica della mafia, perchè agisce fuori dalla logica del mercato ed è estranea alle pratiche di potere. La scuola può sconfiggere il sentimento dell’omertà costruendo un senso e una pratica di comunità che valorizzi il ruolo di docenti, discenti e famiglie. L’omertà è figlia della paura e dell’individualismo, della sfiducia verso esperienze collettive ed istituzioni. Ricostruire una fiducia nella comunità educante è un antidoto concreto contro la cultura mafiosa»27.
Oltre ad essere d’accordo in particolare con una parte del comunicato in cui si fa riferimento all’insufficiente impegno se ci si limita ad essere presenti in piazza il 21 marzo28 e il 23 maggio29, un sentimento di amarezza sorse in me leggendo queste parole, dopo aver ascoltato e verificato la sincerità di una mia fonte, impiegata come docente di sostegno a tempo determinato in uno degli istituti di questa rete (a scanso di equivoci, necessaria e lodevole per il suo lavoro), situato in una zona popolare e importante del capoluogo siciliano. In sostanza, nonostante il desiderio espresso più volte pubblicamente dagli alunni seguiti30, con miglioramenti registrati durante lo scorso anno scolastico dopo il lavoro svolto con l’insegnante, alcuni genitori avrebbero voluto richiedere la continuità (ai sensi del d.m. 32/2025) dello stesso docente (stimato per le sue capacità), ma almeno uno di questi nuclei familiari non ha più presentato richiesta dopo l’incontro con un membro dello staff della dirigenza, che, grazie anche al referente del sostegno, sembra aver poi evitato responsabilità dirette nel diniego alla presentazione della domanda, attraverso la quasi inevitabile e comprensibile accettazione di una famiglia in situazione di disagio sotto il profilo socio-economico, e con l’omertà di altri colleghi piegati verosimilmente per precarietà, paura o “convenienza”. Un mix di possibile lesione del decoro e della reputazione31 in contraddizione rispetto al lodevole operato del docente, privando peraltro dei minorenni della possibilità di avere per più anni una figura apprezzata, ha spinto a estromettere “elegantemente” un buon dipendente da un’opportunità32, con atteggiamenti volti anche allo svilimento dell’importante lavoro condotto.
É chiaro che non si tratti di un’azione mafiosa, però si potrebbe parlare di viltà pseudo-legalizzata, con elementi che Vito Mercadante definiva sottovalori mafiosi. Nel caso sopracitato sono presenti: l’omertà (non nel senso di «ominetà»33), il gregarismo, la coralità, il binomio violenza-astuzia e quello essere-parere.
Interpretando le parole di Mercadante, in questo caso si può notare la complicità da parte di colleghi, che, seppur con minori o uguali meriti, sono stati riconfermati, verosimilmente aiutati dal fatto di non essere stati “panza di broru”. Al contrario la “vittima”, seppur sia stata spesso per loro d’aiuto, aveva invece messo in luce punti deboli della gestione della scuola, che in qualche modo, in assenza dei rispettivi alunni con disabilità, riduceva i docenti di sostegno a “tappabuchi”, con costante richiesta di supplenza in altre classi rispetto alle proprie (“svilendo” parzialmente il principio di “contitolarità” di questi insegnanti34).
A tal proposito, per fare chiarezza, vengono di seguito citate letteralmente parti delle descrizioni che Mercadante offre per alcuni “sottovalori mafiosi” applicabili al suddetto caso, in particolar modo nell’azione di dipendenti, alcuni solidali solo nel privato, evitando di prendere posizione pubblicamente, forse per timore di mancate riconferme o possibili sanzioni.
Con gregarismo, egli indica un fenomeno: «certamente da addebitare al fatto che per motivi di interessi economici la società è talmente bloccata da lasciare pochi spazi, molto meno di quanti possa disporre una società capitalistica; allora per chiunque voglia sopravvivere si pone la domanda: cambio tutto il sistema, o m’insinuo come posso e mi suggeriscono in esso? Allora, come diceva Paulo Freire, o si segue la fantasia, oppure la concretezza che diventa cinismo»35.
Attraverso la coralità, si: «giudica e punisce con una severità intransigente. E quando non uccide, allontana dalla collettività chiunque sia reso di lesa società tribale»36.
Il binomio violenza-astuzia rappresenta: «due sottovalori tipici di un mondo medievale. Non per nulla Machiavelli le indica, con l’immagine del leone e della volpe, come le qualità più idonee a conseguire successo per il principe. Da noi rappresentano la sopravvivenza del mondo feudale»37.
La coppia essere-parere è per il Maestro della Zisa invece una condizione legata al fatto che: «in un paese come il nostro è molto difficile essere se stessi, perché la realtà siciliana è composta da una serie di potentati che condizionano la vita dei cittadini, sicché il successo da soli è impossibile conseguirlo, mentre lo si può ottenere, ponendosi alle dipendenze di qualche potente, seguito da una consorteria abbastanza forte che con esso controlla un gran numero di cittadini. Una volta infilato lì dentro, cedendo all’organizzazione la propria autonomia di pensiero e di comportamento, il siciliano ha il successo assicurato, almeno finché dura l’egemonia del capo […]»38.
In presenza di questi elementi, in particolare dell’ultimo, una scuola non dovrebbe ergersi a paladina della legalità (che, seppur diverso come concetto dall’antimafia, può essere contiguo39). In presenza di rischio di disoccupazione, con conseguente possibile stato di povertà e di potenziali scelte discrezionali legate alla riconferma o meno di alcuni lavoratori, è intuibile quanto il potere di dirigenti e collaboratori possa divenire elevato, alla stregua di una spada di Damocle sull’autonomia del docente. Non è coerente ed è diseducativo, oltre che pericoloso, in quanto potrebbe gettare ombre su quel personale, quei molti dirigenti e quegli istituti che agiscono invece correttamente sotto il profilo etico ed umano, prima che burocratico. Si rischia di educare le future generazioni al compromesso del clientelismo e della cieca obbedienza, privandole del pensiero critico e di quel contraddittorio libero e civile che può però in alcuni ambienti comportare punizioni come quella della possibile privazione del lavoro. Atteggiamenti e sintomi su vasta scala apparentemente inspiegabili, per dirla alla Elias, si possono invece spiegare sulla base di una discrepanza fra psicogenesi e sociogenesi40, con la prima che non può essere studiata adeguatamente senza la seconda.
Rischiando di “livarici u pani” (trad. privarlo del lavoro), un serio dipendente pubblico è stato in qualche modo castigato con una tecnica simile a quella che viene utilizzata in contesti clientelari, in cui il disobbediente può subire un danno se non si piega per necessità legate alla sussistenza (con il risultato di impaurire o “educare” di conseguenza anche gli altri colleghi). Pertanto, è desolante veder scuole dove vengono attuate determinate strategie sul podio di coerenti “campioni della legalità”, ergendo grottescamente come scudo preventivo simboli straordinari e amati di una vera lotta e cultura antimafia (magari rifugiandosi subito sulla difensiva, con presumibili e temerarie minacce di provvedimenti qualora glielo si facesse notare). Nel suddetto comunicato veniva riportato: «da tempo ci interroghiamo sulla necessità di tenere viva e sedimentare la cultura antimafia nella scuola, riprendendo gli insegnamenti di uno storico preside palermitano, Vito Mercadante, perché riteniamo che il contrasto alle mafie non sia compito esclusivo dei magistrati e delle forze dell’ordine»41. Questo pensiero in modo diverso era già stato espresso da Pippo Fava nel 1983 davanti a una scolaresca di Palazzolo Acreide42, e in modo chiaro, inequivocabile da Sergio Mattarella, il quale indicava quattro ambiti di contrasto alle mafie, tra cui quello della scuola, che doveva contribuire «alla formazione delle coscienze individuali e collettiva che costruisca mentalità, costumi e convinzioni incompatibili con la presenza mafiosa»43. Ma per fare questo, il personale deve essere non solo formato, deve bensì interiorizzare determinati principi e metterli in pratica nel quotidiano, poiché altrimenti non potrà trasmetterli. Essere dirigenti o insegnanti non significa essere realmente immuni a priori da determinati fenomeni e nessun concorso può purtroppo dimostrarlo.
Sebbene quello del suddetto docente di sostegno sia assimilabile a un caso potenzialmente connesso al mobbing o allo straining44, in quanto culminato a fine anno, ma condito da episodi minori (accaduti nei mesi precedenti), non virtuosi per un istituto che si professa quale avamposto della correttezza, quei sottovalori tipici – per Mercadante – di una sottocultura mafiosa hanno impedito a degli alunni “fragili” di usufruire di un diritto, con parte del personale coinvolto interessato a cercare compulsivamente “pezze d’appoggio” e a mettersi “il ferro dietro la porta”45, davanti a possibili o giustificabili esposti contro una manovra che con una legalità dal volto umano ha poco in comune; al massimo può confinare con il legalismo, cioè una forma di vile scarto della legalità (o «legalità in senso “deteriore”46»). In una terra in cui l’impiegomania47 e la paura della povertà conducono a una guerra fra poveri, il suddetto esempio dovrebbe far riflettere sul senso della credibilità e della correttezza come valori necessariamente intrinseci a enti e individui, non da esporre semplicemente come in una fiera. Il ben più grave e triste caso dell’I.C. dello Zen 2 ha già procurato qualche anno fa48 abbastanza danni e ferite nel mondo scuola, e di certo non perché è stato denunciato pubblicamente. Purtroppo, in una situazione quale quella sopra descritta, a determinate realtà non si potrebbe accostare la sopracitata parte del comunicato: «La scuola pubblica è ontologicamente nemica della mafia, perché agisce fuori dalla logica del mercato ed è estranea alle pratiche di potere. La scuola può sconfiggere il sentimento dell’omertà». É chiaro che sottovalori mafiosi (come li ha chiamati Mercadante) possano resistere anche all’interno di istituzioni che dovrebbero combattere la mafia, ma per farlo pienamente queste devono liberarsi da prassi e modi di agire che, seppur giustificati attraverso una triste e impressionante mole di incartamenti e “pezze di appoggio”, costituiscono un grave pericolo per la credibilità di una vera lotta alla cultura e alla sottocultura mafiosa da parte di singoli e di altri istituti, dove invece questa battaglia di civiltà viene combattuta dalle fondamenta, senza legalismi e con trasparenza.
Il concetto di potentato non si addice alle scuole. Come riportato da Saverio Lodato e Roberto Scarpinato: «La diffusione di tante forme di precariato ha sortito l’effetto di realizzare un’occulta istituzionalizzazione del caporalato, che mette milioni di lavoratori nelle mani dei loro datori di lavoro. Ancora una volta l’obbedienza docile e acritica diventa una garanzia e un criterio di selezione»49. E in un mondo come quello scolastico, in cui il precariato appare quasi istituzionalizzato, giocare sul bisogno di personale complice di determinate azioni, non di rado per sicurezza e necessità economiche, rappresenta una grave forma di viltà, dal momento che un’azione di civile ribellione potrebbe comportare conseguenze a cascata tese a diffamare e a distruggere la carriera, nonché la reputazione, di insegnanti appassionati, che hanno cercato di fare della «consegna dell’ideale di vita buona»50 un punto fermo della propria azione educativa e pedagogica.
La viltà è nemica della cultura antimafia
«La stessa viltà che, nelle sue diverse forme, è fattore di rottura nei legami orizzontali, quelli in cui ci si deve dare reciprocamente fiducia e ci si attende rispetto dai propri pari, per gli stessi motivi può contribuire a preservare il controllo, ed essere quindi strumento di ordine, nell’ottica tipicamente verticale di chi esercita il potere»51.
L’approccio e il coraggio di Vito Mercadante sono risultati importanti e mi hanno in parte ricordato, seppur con stile ben diverso, la chiarezza del libro Sulla viltà – Anatomia e storia di un male comune di Peppino Ortoleva, assimilabile per alcuni versi a una risonanza magnetica total body della codardia. Difatti, estendendo un ragionamento non solo al contesto siciliano e partendo dalla massima «nulla è mafia, se tutto diventa mafia»52, ciò che accade in determinati istituti e altri luoghi di lavoro può essere assimilato ad una sorta di “viltà istituzionalizzata”, non di rado per il mantenimento di dinamiche di potere insite all’azienda o all’ente per cui si lavora, oltre che necessaria per la sussistenza di lavoratori precari piegati per vari motivi, fra cui necessità o attitudine naturale. Ad esempio, in riferimento ai colleghi del sopracitato docente di sostegno53 che, verosimilmente timorosi di una mancata riconferma o di problematiche di altro tipo, si sono tenuti lontani dallo stesso o hanno espresso solidarietà solo in privato, rimanendo in prima fila accanto agli ideatori della sopracitata scelta (e di un sistema fortemente gerarchico), può risultare accostabile questo passaggio: «In un mondo di asservimento volontario la vigliaccheria può apparire a molti, se non ai piú, «razionale», in quanto risponde agli interessi individuali (che nelle società moderne è il principio guida), e «realistica», in quanto tiene conto dei rapporti di forza e anche delle limitate possibilità di ciascuno»54. O, ancora meglio, in una generica situazione di concorrenza potenzialmente sleale, in cui docenti di sostegno con basso punteggio nelle GPS (Graduatorie Provinciali per le Supplenze) non riuscirebbero a lavorare da inizio anno scolastico non solo senza la comprensibile richiesta delle famiglie, ma soprattutto tramite l’avvallo da parte del dirigente scolastico (non di rado, con l’intermediazione preventiva di una funzione intermedia che può favorirne la riconferma o meno, spingendo ipoteticamente verso favoritismi o veti), si potrebbe accostare questo estratto: «Per parlare di viltà ci vuole qualcosa di piú. Merita questo epiteto qualcuno che va oltre il semplice rispondere alla paura di punizioni, che per qualsiasi motivazione viene meno alla solidarietà verso gli altri e alla preservazione per la propria dignità: ad esempio con atti di adulazione e servilismo, con forme di zelo ostentato che mirano a mettere in cattiva luce chi si limita al semplice rispetto delle regole […]»55.
Ciò risulta utile per certi versi alfine di mostrare un aspetto quasi “sadomasochista” (che ricorda in qualche modo il meccanismo della «clientela psicologica»56 di cui parla Fromm), che può nascondersi in alcuni ambienti e dietro il comportamento di lavoratori succubi di un sistema in cui il precariato costituisce una minaccia presente per le relazioni orizzontali, con logiche clientelari che sono state descritte da vari autori. Fra questi si può annoverare Boissevain, il quale, proprio a proposito di uno studio compiuto in Sicilia, scriveva che le relazioni tra i patroni e i clienti coinvolgevano «superordination and subordination»57, un mix di forte gerarchia e subordinazione com’è accaduto nella suddetta scuola, dove è stata data precedenza a un docente “meno ribelle”, benché potenzialmente a rischio denuncia per una culpa in vigilando. Senza entrare nel particolare, quest’ultima circostanza avrebbe potuto condurre a conseguenze molto gravi per un alunno con disabilità, caso verosimilmente non denunciato alle autorità competenti, che suona simbolicamente quasi come premio per l’obbedienza dimostrata, che ricorda vagamente (senza giudizi di valore) le parole di Frank Coppola riportate da Giovanni Falcone: «Signor giudice, tre magistrati vorrebbero oggi diventare procuratore della Repubblica. Uno è intelligentissimo, il secondo gode dell’appoggio dei partiti di governo, il terzo è un cretino, ma proprio lui otterrà il posto. Questa è la mafia…»58.
Ma, parlando proprio di “vital clientelismo” e di “necessaria subordinazione” (presente anche in altri ambienti, non solo a scuola) – facendo riferimento all’attualità caratterizzata da molti precari costretti a piegarsi ai fini della sussistenza -, già nel 1563, il notaio palermitano Argisto Giuffredi, nei suoi Avvertimenti cristiani, così si rivolgeva ai figli: «E grandissima esperienza ed utile a ciascheduno in questo mondo lo acquistarsi un signore per particolare padrone, fautore, protettore e benefattore. Il quale vi gioverà per mille cose. Desiderate avere un ufficio, fare un parentado o trattar qualsivoglia cosa? Quel signor senza darvi niente del suo, vi può dar la vita e la riputazione. Se vi accade una disgrazia, avete per chi parli voi al principe e a’ giudici»59. Dal momento che, come per la mafia, “nomina sunt consequentia rerum”, è difficile stabilire come e quando nascono certe distorsioni in grado di piegare un sistema che dovrebbe mirare a principi di giustizia sociale, libertà ed eguaglianza, ma non è difficile riconoscerne le radici che possono danneggiare la crescita e lo sviluppo di generazioni libere e di un sistema realmente coraggioso e democratico, in cui non sia presente il fenomeno: «La legge è una cosa, l’autorità è un’altra»60.
Conclusioni
«Occorre, invece, sapere denunciare il carattere miope, mistificante e insidiosamente consolatorio dello schema manicheo «disonesti-onesti», offrire all’analisi e alla riflessione una corretta individuazione storico-ideologica delle forme oggettive nelle quali si è realizzata una vera e propria introiezione collettiva di «mafiosità»: forme oggettive perchè espressioni organiche di un «sistema di potere, di un regime di forze e di interessi strutturato a livelli gerarchizzati e capillarmente insediato, dotato di una sua indubbia e permanente capacità egemonica con una contestuale «visione della vita» fatta a suo modo di principi, di norme, di fini, di mistificati valori».61
In scala ridotta, seppur ponendo in risalto il ruolo fondamentale che la scuola ha nella lotta alla mafia e alla sottocultura mafiosa, l’esempio raccontato nei paragrafi precedenti mostra come un mix di viltà e di certi sottovalori possano essere insiti anche in istituti in prima fila in parate pro-legalità62. Recite legate alla proiezione di video emozionanti non bastano se sono accompagnate da strategie basate su calcoli che permettono di confinare con l’illegalità senza cadervi. Ciò è diseducativo, oltre a causare (nel personale scolastico) la perdita di energie preziose che potrebbero essere utilizzate nel contrasto reale a mentalità o culture paramafiose e, di conseguenza, al crimine organizzato. Come scrisse il preside Rosario Calabrese, impegnato nella lotta alla mafia nella Sicilia orientale, forse serve una scuola: «che insegni a cercare il bandolo della matassa, a disoccultare ciò che si vuol far rimanere occultato, a “togliere il coperchio” per vedere “cosa c’è sotto”»63.
Le manifestazioni sono importanti per ricordare a tutti determinati fatti ed eroi che si sono battuti con coraggio contro le mafie, ma, citando Vanni Codeluppi (esperto di vetrinizzazione sociale): «Il mito della trasparenza può però essere ingannevole, in quanto va considerato che «la trasparenza totale, propagandata come stile di vita onesto, è una trasparenza del nulla, poiché chi è responsabile del servizio si sottrae a qualsiasi confronto»64, con individui che mettono in atto una prassi: «direttamente ispirata alle strategie di comunicazione che vengono praticate di solito da parte delle marche aziendali»65. Non è rarissimo che gli stessi rispondano subito, o a distanza di tempo, con temerarie accuse di diffamazione o “mascariando” la reputazione del malcapitato che mette in luce alcuni punti legati a condotte “non integerrime”, fino a quando magari non vengono fornite le prove (anche se spesso purtroppo si va oltre il ragionevole dubbio e l’evidenza, agendo di conseguenza in modo totalmente diseducativo).
In questi anni ci sono stati casi di personale afferente al middle/high management di scuole, magari in prima linea nelle parate in ricordo delle vittime di mafia, che hanno minacciato di provvedimento solo perché si è osato mettere in discussione determinate scelte del DS (o di chi per lui) o per aver semplicemente fatto riferimento alla consultazione di un sindacato. Ci sono storie di violazione della privacy o di subdole minacce potenzialmente travestite da consigli, portate avanti anche con la scusa di fantomatiche infrazioni del codice di comportamento. Si può assistere a casi di diffamazioni di personale scolastico onesto, ma non bravo a mettersi in mostra, magari disinteressato a fondi PNRR, e concentrato solo sul fare lezione e a educare le giovani generazioni a opporsi nel quotidiano alla viltà, alle mafie e alla sottocultura mafiosa (grazie alla quale purtroppo le prime si rafforzano).
Di fronte a gravi mancanze di coerenza, invece di scuola, si dovrebbe forse parlare di “shhcuola” (utilizzando la radice di questo neologismo che rimanda all’onomatopea del silenzio “shh“), dal momento che “avvertimenti” o possibili provvedimenti, per aver ad esempio chiesto il rispetto dei propri o di altrui diritti, possono rovinare le esistenze di personale scolastico perbene o ridurlo al silenzio, tranne casi di coraggio eccezionale o di un numero alquanto limitato di docenti in condizioni sociali ed economiche privilegiate, tali da non temere di perdere posto e stipendio (o di veder macchiato il proprio curriculum).
Un quadro del genere dipinge una situazione grave, in totale contrasto con la raccomandazione di alimentare nello studente una coscienza critica. Se il docente non è in grado o non ha la serenità di alimentare la propria, difficilmente potrà farlo con il discente. Non costituirà un buon esempio, in quanto verrà visto come un adulto senza coerenza. Da un lato il rispetto dell’autorità è necessario, ma non vi possono essere dei contrappesi legati a una sottocultura della viltà tali da impedire a un docente non di parlare a vanvera, bensì di indicare aspetti da correggere, da migliorare o da cambiare, senza temere ritorsioni perché l’interesse pubblico può andare contro quello di un piccolo potentato. Questo dovrebbe essere considerato immorale, anche se non di rado può essere aggiustato furbamente con documenti e procedure “corrette” sulla carta, dove interviene il già citato legalismo.
Come illustrò alla fine degli anni ‘60 Michele Pantaleone, riportando le parole dell’onorevole Valitutti: «Anche la scuola è uno strumento, se pur modesto, di potere – scrive Valitutti – e, in quanto tale, anche la scuola è utilizzabile nel fatale meccanismo del costume mafioso, in quanto costume di protezione, lecita o illecita, per fini particolari, pubblici e privati. Nel corso delle sue indagini il comitato ha potuto e dovuto rilevare che questo fenomeno clientelare, difficilmente distinguibile, nell’ambito dell’indagine, dal costume mafioso è penetrato parzialmente nell’arca della scuola con l’effetto di tutelarla e sviarla in notevole misura dai suoi fini istituzionali»66. Si parla di costume mafioso, non di associazione a delinquere di stampo mafioso; quindi, fenomeno con una forte valenza culturale legata a un determinato modo di pensare e di agire da cui la scuola può non essere esente solo perché erge il vessillo di eroi antimafia, che in determinate situazioni vengono però purtroppo “infangati”. Si è già visto come ciò non possa rendere immuni istituzioni da strategie ed azioni che poco hanno in comune con una piena legalità, e si spera che nessuno finisca in qualche “shitstorm” di «accuse e ingiurie»67 simili a quelle che toccarono a Sciascia dopo un suo famoso articolo68 (con le dovute e nette differenze considerando i temi specifici in questione).
Per il bene della scuola e di ogni comunità educante si dovrebbe avere il diritto di mettere in luce comportamenti assimilabili a quelli che Vito Mercadante definiva sottovalori mafiosi, portati avanti in ambienti dove il self-marketing antimafia, se non seguito da una condotta coerente, potrebbe costituire un fattore che può far perdere di credibilità a un movimento, a singoli o a Reti preziose che credono fermamente nell’esempio e nell’eredità morale di chi ha lottato su più fronti contro la criminalità organizzata, alla stregua di un culto sentito soprattutto nel profondo, da cui trarre forza ed esempio, lontano da “antiche” intenzioni politiche69 o da scopi non totalmente disinteressati70.
07/12/2025 – © Francesco Carini – tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione anche parziale.
L’immagine dell’articolo e dei social è tratta dal film “Il maestro di Vigevano” di Elio Petri, 1963
Testo dell’articolo pubblicato sulla rivista scientifica Humanities, n. 28, ISSN: 2240-7715, Dicembre 2025
La formattazione del testo (non il contenuto) è leggermente diversa rispetto al testo originale alfine di favorire la lettura su questo sito (es. parole in grassetto o qualche collegamento ipertestuale)

Note
1 Titone V., La società siciliana sotto gli spagnoli e le origini della questione meridionale, Flaccovio, Palermo, p. 68
2 Sciascia L., La storia della Mafia, Barion, Palermo, 2013, p. 27
3 Carini F., “Sii credibile, i picciotti ti guardano”. Memorie di un supplente fra “educazione civica integrata” e sete di giustizia sociale per i suoi ragazzi, Humanities (ISSN: 2240-7715), Vol. 27, Messina, 2025
4 Cfr. Ibidem
5 Homo Sum (ISSN 2724-5829), www.homosum.it
6 Mercadante V., Breve storia della mafia, Ila Palma, Palermo – Sao Paulo, 1986, p. 8
7 “Esperienza” intesa come medio/elevato numero di anni di insegnamento alle spalle
8 Mercadante V., Breve storia della mafia, IIa Palma, Palermo-Sao Paulo, 1986, p. 9
9 Carini F., Istruzione: Il mondo della scuola (ri)legga Le parrocchie di Regalpetra del maestro Sciascia, Homo Sum (ISSN: 2724-5829), 24/01/2021
10 Prendendo in prestito le parole del giudice Bonifazi (interpretato da Ugo Tognazzi) nel film di Dino Risi “In nome del popolo italiano” (1971)
11 Coordinamento Scuola e Cultura Antimafia per l’applicazione della Legge 51/80 della Regione Siciliana, Didattica Antimafia, Palermo, 1987, p. 62
12 Cfr. Mercadante V., Sottocultura mafiosa, Rinascita siciliana editrice, Palermo, 2003, pp. 5-6
13 Cfr. Romano L., Il Preside Vito Mercadante. Un pioniere dell’educazione alla legalità nella scuola siciliana del secondo Novecento, in Sindoni C. E De Salvo D., Scuole e maestri nel Mezzogiorno d’Italia tra Ottocento e Novecento, Pensa MultiMedia, Lecce, 2024
14 Cfr. Mercadante V., Mafia: bibliografia ragionata, Ila Palma, Palermo-Sao Paulo,1986
15 Cfr. Mercadante V., Sottocultura mafiosa, Rinascita siciliana editrice, Palermo, 2003, p. 72
16 Mercadante V., Dal familismo all’omertà, L’Unità, 02/07/2003, p. 25
17 Cfr. Ibidem
18 Cfr. Ibidem
19 Cfr. Ibidem
20 Citato da Saverio Lodato in un articolo dal titolo La mafia spiegata ai ragazzi, pubblicato nella stessa pagina de L’Unità (p. 25), il 2 luglio 2003
21 Mercadante V., Sottocultura mafiosa, Rinascita siciliana editrice, Palermo, 2003, p. 16
22 Cfr. Carini F., La mafia sfrutta la fame? Non ci voleva il Coronavirus per scoprirlo. Ricordiamo Pippo Fava e guardiamo La violenza: quinto potere, Homo Sum (ISSN: 2724-5829), 07/04/2020
23 Cfr. Carini F., “Siamo uomini o caporali?”: quando l’umanità di Totò mise a nudo la vile natura dei piccoli uomini di potere, Homo Sum (ISSN: 2724-5829), 15/02/2021
24 Cfr. Bourdieu P. e Passeron J.C., La riproduzione, Guaraldi editore, Rimini, 1972, p. 21
25 Mercadante V., Sottocultura mafiosa, Rinascita siciliana editrice, Palermo, 2003, p. 23
26 Pezzini Galluzzo M., Scuola, territorio, antimafia, Ila Palma, Palermo-San Paolo, 1992, p. 20
27 Rete dei dirigenti scolastici per la cultura antimafia nelle scuole, Vediamoci a scuola per rilanciare l’antimafia, La Repubblica-Palermo, 12/07/2025, p. 4
28 Cfr. Carini F., Le manifestazioni non bastano: senza giustizia sociale non si contrastano le mafie, Homo Sum (ISSN: 2724-5829), 21/03/2021
29 Cfr. Carini F., Sia la giornata della legalità e della vera lotta alla mafia, non dell’ipocrisia, Homo Sum (ISSN: 2724-5829), 22/05/2020
30 Per garantire la massima tutela dell’anonimato della fonte e per non identificarne il genere, in questo articolo si adotta la convenzione grammaticale del maschile per ogni ruolo professionale o figura non specificata (sia al singolare, es. “il docente” o “il referente”, sia al plurale, es. “gli alunni”). Tale scelta è puramente editoriale e funzionale a preservare la privacy della fonte, la confidenzialità delle informazioni, e non implica alcuna esclusione di genere.
31 Carini F., SOS Ingiurie, diffamazioni ed hate speech: fenomeno grave, ma può essere contrastato. Parola alla giurista, Homo Sum (2724-5829), 17/05/2020
32 Opportunità da intendersi sotto il profilo umano, a favore degli alunni, dal momento che il docente avrebbe comunque conseguito l’assegnazione di una supplenza da inizio anno scolastico, considerando l’elevato punteggio e la conseguente alta posizione in graduatoria.
33 Cfr. Pitré G., La Mafia e l’omertà, Brancato editore, 2002, p. 14
34 Leggasi: l’art. 13 comma 6 della L. 104/92, la Circolare Miur 4274 del 4 agosto 2009 e la nota prot. MIUR 9839/2010
35 Mercadante V., Sottocultura mafiosa, Rinascita siciliana editrice, Palermo, 2003, pp. 32-33
36 Ivi, p. 44
37 Ivi, p. 35
38 Ivi, pp. 33-34
39 Leggasi l’art. 3 comma 1, punto f) della Legge 92/2019
40 Elias N., Potere e civiltà, Società editrice Il Mulino, 2010, pp. 325-328
41 Rete dei dirigenti scolastici per la cultura antimafia nelle scuole, Vediamoci a scuola per rilanciare l’antimafia, La Repubblica – Palermo, 12/07/2025, p. 1
42 Carini F., La mafia sfrutta la fame? Non ci voleva il Coronavirus per scoprirlo. Ricordiamo Pippo Fava e guardiamo La violenza: quinto potere, Homo Sum (ISSN: 2724-5829), 07/04/2020
43 Mattarella S., prefazione in Pezzini Galluzzo, Scuola, Territorio, Antimafia, M., Ila Palma, Palermo-Sao Paulo, 1992, p. 7
44 Cfr. Carini F., Di mobbing, bossing e straining si può morire: difendersi è un dovere. Parola all’esperto, Homo Sum (2724-5829), 21/02/2020
45 Cercare pezze d’appoggio e mettere il ferro dietro la porta sono espressioni utilizzate da questo e altri istituti, riferendosi alla produzione di documentazione utile a tutelarsi da possibili ricorsi o esposti, spesso giustificati. Sono non di rado accompagnati dall’espressione “fare girare le carte”, indicando che tutto deve essere giustificato formalmente, per quanto magari esecrabile sotto il
profilo etico.
46 Cavadi A., Tra correttezza (formale) e scorrettezza (sostanziale), in Le nuove frontiere della scuola (n. 62), La Medusa Editrice, Marsala, 2023, p. 12
47 Cfr. Titone V., La Sicilia dalla dominazione spagnola all’Unità d’Italia, Zanichelli, Bologna, 1955, p. 17
48 Nel 2023 nello specifico
49 Lodato S. e Scarpinato R., Il ritorno del principe, Chiare Lettere, Versione Kindle, 2011, p. 72
50 Cfr. Bellingreri A., La consegna, Morcelliana, Brescia, 2019, p. 55
51 Ortoleva P., Sulla viltà: Anatomia e storia di un male comune, Einaudi, Torino, 2021, Edizioni Kindle, p. 178
52 Cfr. Pantaleone M., Il sasso in bocca. Mafia e cosa nostra, Cappelli editore, Bologna, 1971, p. 9
53 In particolare, quelli in bassa posizione nella GPS di riferimento, quindi con scarse probabilità di nomina diretta nei primi turni di convocazione l’a.s. successivo
54 Ortoleva P., Sulla viltà: Anatomia e storia di un male comune, Einaudi, Torino, 2021, Edizioni Kindle, p. 187
55 Ivi, p. 179
56 Cfr. Fromm E., Parte sociopsicologica in Studi sull’autorità e la famiglia, Unione tipografico-editrice torinese, Torino, 1974, p. 119
57 Boissevain J., Patronage in Sicily, Man, Royal Anthropological Institute of Great Britain and Ireland, Vol. 1, N. 1, Londra, 1966, p. 24
58 Falcone G. e Padovani M., Cose di cosa nostra, BUR, Milano, 1993, p. 50
59 Op. cit. in Cancila O., La terra di Cerere, S. Sciascia editore, Caltanissetta – Roma, 2001, p. 244
60 Levi C., Le parole sono pietre – Tre giornate in Sicilia, Einaudi, Torino, 2010, p. 142
61 Marino G. C., Presentazione in Mercadante V., La nuova mafia – da Lucky Luciano a Michele Greco, Vaccaro editore, Caltanissetta, 1986
62 Si sottolinea che determinati casi non rappresentano in toto la scuola italiana
63 Calabrese R., Mafia, Giovani e Scuola contro. Documenti, storie, testimonianze in diretta, Bompiani, Milano, 1992, p. IX
64 Codeluppi V., Vetrinizzazione – Individui e società in scena, Bollati Boringhieri editore, Torino, 2021,p.70
65 Ivi, p. 40
66 Pantaleone M., Antimafia occasione mancata, Einaudi, Torino 1969, pp. 107-108
67 Cfr. Ferlita S., Postfazione in Sciascia L., La Storia della Mafia, Barion, Palermo, 2013, p. 59
68 L’articolo è I professionisti dell’antimafia, pubblicato sul Corriere della Sera il 10 gennaio 1987
69 Cfr. Lupo S., Storia della mafia, Donzelli editore, Roma, 2004, p. 15
70 Cfr Mack Smith D., prefazione in Duggan C., La mafia durante il fascismo, Rubbettino editore, Soveria Mannelli, 1986, pp. VIII-IX

