“Sii credibile, i picciotti ti guardano”. Memorie di un supplente fra “educazione civica integrata” e sete di giustizia sociale per i suoi ragazzi

di Francesco Carini
(Testo dell’articolo pubblicato sulla rivista scientifica Humanities, n. 27, ISSN: 2240-7715, Giugno 2025, pp. 45-63)
Abstract
Questa pubblicazione si fonda su parte di uno studio basato su tre anni di attività didattica svolta a Palermo in alcune classi di altrettanti istituti scolastici di scuola secondaria di II grado, assimilabile per alcuni versi a un’autoetnografia evocativa. Nello specifico, verrà presa in considerazione perlopiù parte della prima esperienza, risalente all’anno scolastico 2020/2021, periodo di pandemia. Dopo vari confronti, attraverso: dialogo, un approccio “maieutico” e una formula (da me in parte già messa a punto nella mia attività pubblicistica) che ho definito educazione civica integrata – in quanto connessa a un’educazione alla legalità e a una divulgazione non mitizzata sull’azione di vittime di mafia non molto conosciute (operanti in settori differenti e osteggiate con vari metodi) – si è puntato a disegnare un quadro in cui gli studenti hanno avuto la possibilità di sviluppare la propria idea sulle conseguenze e sulle violenze degli operati della mafia, connettendole altresì a fenomeni quali la diffamazione e il bullismo, oltre che a situazioni a loro vicine, in cui la “malavita” ha potenzialmente potuto agire, anche non direttamente, sfruttando le diseguaglianze in ambito culturale ed economico dei territori in cui si radica, in particolare nelle zone più a rischio esclusione sociale. L’osservazione, unita a una riflessione su quanto percepito dai ragazzi, ha inoltre permesso di intuire quanto parte della retorica di un certo tipo di educazione alla legalità (a volte associata solo a “eventi vetrina”) possa risultare distante da giovani “figghi ‘i nuddu” e poco utile per altri, alfine di permettere di comprendere il pericolo del fenomeno mafioso e i modi tramite cui ci si può opporre in quanto singoli facenti parte di una comunità, oltre che di una società.
Quadro generale
Questa pubblicazione, caratterizzata da un approccio volutamente auto-etnografico, inteso come «esercizio sociologico-antropologico di comprensione del reale1» (con una predominanza dell’aspetto evocativo e biografico rispetto a quello analitico, oltre che a uno stile semplice, improntato rivisitando il “nazionale-popolare2”), nasce dalle esperienze vere e da me parzialmente descritte in 2 differenti eventi: il convegno “MAFIAS AND THE ITALIAN STATE, 30 YEARS ON History, narratives and investigations”, in cui ho tenuto presso la Senate House della University of London un intervento dal titolo Combattere la mafia a scuola: ascoltare e imparare dai ragazzi per non perderli; e il seminario «Essere credibili, non solo credenti». Riflessioni su educazione civica e alla legalità condotta tra “ figghi i nuddu” (tenuto nell’ambito di attività dottorali organizzate presso il polo di Trapani dell’Università degli studi di Palermo)3.
Entrambi erano legati, in modo diverso, ad alcune mie attività connesse all’insegnamento dell’educazione civica e alla legalità, sviluppate attorno a tre esperienze fra il 2020 e il 2023, caratterizzate da un approccio differente per la diversa fascia di età dei discenti e per la varietà dei contesti analizzati, portate avanti in anni consecutivi in Istituti di Istruzione secondaria di II grado di Palermo (per studenti e studentesse di età compresa fra i 14 e i 20 anni, appellati/e affettuosamente “picciotti”4) che, dopo varie analisi, e anche sulla base delle mie pregresse pubblicazioni – incentrate su: vittime di mafia5, educazione alla legalità e sensibilizzazione ai pericoli di mobbing6, bullismo e diffamazione7 – mi hanno portato a ideare e a mettere in pratica una formula da me definita educazione civica integrata (poiché connessa alla trattazione di più fenomeni interconnessi, analizzati da un lato attraverso i racconti e le riflessioni degli alunni e, dall’altro lato, tramite materiale da me scritto, pubblicato e legato alla biografia di alcune vittime dimenticate di mafia, quali Pasquale Almerico8, diffamato e distrutto per anni in vita, prima di essere trucidato a colpi di armi da fuoco).
Non è stato commesso l’errore di dire: sei un diffamatore, quindi sei mafioso, però sono stati associati elementi che hanno caratterizzato in negativo il supplizio di vittime di mafia (che si trovano pure in altri contesti e situazioni, anche vicine ai ragazzi).
Ho in pratica coniugato il punto e) sviluppo di comportamenti responsabili ispirati alla conoscenza e al rispetto della legalità […]; e il punto L) prevenzione e contrasto della dispersione scolastica, di ogni forma di discriminazione e del bullismo, anche informatico; potenziamento dell’inclusione scolastica e del diritto allo studio degli alunni con bisogni educativi speciali dell’art. 1 comma 7 della legge 107/20159, insieme a più punti dell’art. 3 comma 1 della L. 92/2019, in particolare il punto f) educazione alla legalita’ e al contrasto delle mafie, il punto d) elementi fondamentali di diritto, con particolare riguardo al diritto del lavoro e, in una classe, il punto b) Agenda 2030, nello specifico, i “sottopunti” 1 (sconfiggere la povertà) e 10 (ridurre le diseguaglianze)10, senza agire ad artificiosi compartimenti stagni, ma con l’obiettivo di farmi capire dagli studenti.
Per questioni di spazio, al momento mi soffermerò quasi esclusivamente su parte della prima esperienza, caratterizzata da un approccio anche determinato dalle misure di prevenzione della diffusione del Covid, trattando l’esperienza di docente di Lettere per l’A.S. 2020/2021 in una classe 1° composta da 13 frequentanti (6 ragazze e 7 ragazzi), tutti di Palermo. Circa la metà degli iscritti viveva nella II circoscrizione (fra Brancaccio-Ciaculli e Settecannoli), alcuni abitavano in centro storico (Capo e Vucciria), due nel quartiere Oreto-Stazione, altri due fra Bonagia e Villagrazia; mentre nella classe terza (esperienza che merita di essere approfondita a parte in futuro), c’erano 24 elementi, 5 ragazze e 19 ragazzi, di cui 4 residenti nell’hinterland collinare, mentre una larga fetta risiedeva a Brancaccio. Il mio approccio potrebbe essere definito umanistico integrale11 e “sciasciano”, nel senso di avvicinamento all’ambiente con una sorta di imprinting dato dall’umanità che traspariva dal capitolo Cronache scolastiche de Le parrocchie di Regalpetra12, oltre ad essere influenzato dalla frase del generale Dalla Chiesa proferita il primo maggio 1982 alla festa dei Maestri del lavoro a Palermo, quando disse: «potere puo’ essere un sostantivo nel nostro vocabolario ma e’ anche un verbo13». Quindi, l’obiettivo era quello di poter fare del bene, non potere soltanto inteso come controllo. Anche grazie alle parole del Generale, rafforzai la mia idea che il docente non ha solo la possibilità di comandare sui ragazzi, ma può cambiare in meglio la loro vita, partendo dall’analisi delle loro potenzialità e soprattutto dei loro contesti di provenienza – non da obiettivi astrusi dalla loro realtà – e soprattutto cercando di distruggere le conseguenze percepibili e devastanti dell’effetto Pigmalione.
“Cronache scolastiche”
Non riporterò molti dati, né analisi quantitative, dal momento che per questo genere di esperienze, divenute ricerche, uno fra i metodi più efficaci è forse l’autoetnografia (che coniuga autobiografia ed etnografia14). Inizio proprio con la seguente citazione tratta da Le parrocchie di Regalpetra, che mi ha probabilmente ispirato in modo decisivo durante la mia avventura. Osservando alcune situazioni legate al rapporto fra alunni e insegnanti, il mio timore, come quello di Sciascia, era che: «si finisca come quel mio collega anziano che non se ne cura, come se i ragazzi fossero numeri. Forse è come quando si entra in una sala anatomica […]. Se io mi abituerò a questa quotidiana anatomia di miseria, di istinti, a questo crudo rapporto umano; se comincerò a vederlo nella sua necessità e fatalità, come di un corpo che è così fatto e diverso non può essere, avrò perduto quel sentimento, speranza e altro, che credo siano in me la parte migliore15». Pertanto, proprio per evitare ciò, cercai di impostare la mia azione didattica mettendomi a disposizione dei ragazzi.
Arrivato quasi a fine novembre, dal momento che non era stato assunto ancora un docente di Lettere in sostituzione della titolare, mi trovai con la classe in DAD a ridosso del periodo delle valutazioni, con il modulo di educazione civica da portare avanti.
Dopo tre ore di lezione, ovviamente non potevo dire di conoscere le classi (avevo solo intuito importanti lacune, che non venivano certamente solo dai mesi di scuola persi l’anno precedente per colpa della pandemia), ma già il primo giorno di lezione dovetti partecipare ai consigli di classe. Negli anni precedenti avevo pubblicato degli articoli che, con mia immensa gioia, seppi che venivano utilizzati in alcuni istituti anche per spiegare determinati argomenti di educazione civica, ma, ascoltando i commenti di docenti proferiti alle spalle dei ragazzi e delle loro famiglie, pensavo che le lezioni sulla diffamazione sarebbero dovute essere indirizzate a loro.
Alcune/i scambiavano le conseguenze della deprivazione dei contesti di provenienza degli studenti per una forma di pseudo-disabilità intellettiva e ne ridevano, altre/i presenti erano imbarazzate/i nell’ascoltare quelle “cattiverie”. Io ero al primo cdc, ma speravo fosse un’eccezione dovuta allo stress provocato dal continuo stato di emergenza imputabile all’imperversare del Covid, in seguito seppi invece che poteva essere la norma in molte scuole (pure in quelle egregiamente dirette come questa) e a causa di ciò mi corrodevo. Pur se avessi fatto riferimento a dati riguardanti l’influenza di situazioni quali quelle di povertà assoluta o relativa sull’apprendimento16, per molti sarei comunque stato solo il “supplente”, il precario che sarebbe andato via presto. Mi comunicarono che da lì a qualche settimana avrei dovuto fornire i giudizi per il trimestre, io, che quei ragazzi neanche li conoscevo e che, per ogni contesto analizzato, per deformazione mi prendevo mesi per evitare di commettere errori di valutazione che potessero offendere ingiustamente o compromettere il futuro di qualcuno. Pertanto, con un nodo in gola, facendo di necessità virtù, e, spinto dalle tempistiche ristrette, dopo una verifica delle competenze di italiano (e di storia), con la Prima dovetti spingere il più possibile, sia conciliando le necessità di migliorare sulla materia (cercando di colmare importanti lacune sotto il profilo grammaticale), che portando avanti il modulo di educazione civica di sole 4 ore, incentrato, fortunatamente per me, su Educazione alla legalità e contrasto alle mafie, uno fra i temi di cui mi ero già occupato con più passione.
In questo periodo, sono riuscito a porre le basi per il resto dell’anno, non soltanto durante le ore di lezione, ma, avendo intuito e compreso le fragilità e la complessità del contesto di provenienza di molti, eravamo sempre connessi, tranne le ore notturne o quasi… L’approccio è stato da potenziale studio etnografico, con l’analisi delle loro mini biografie, scritte a mo’ di diario, che avevo lasciato come esercitazioni da un lato e per conoscerli meglio dall’altro. Ero avvantaggiato sia dalla parziale conoscenza del dialetto, sia dal mio approccio empatico, ma pensai davvero di essere in un altro mondo all’inizio. Da nebroideo, nello specifico compaesano di Vincenzo Consolo, ho rafforzato la mia idea che si debba parlare di Sicilie, perchè mi trovavo di fronte a dinamiche ben diverse rispetto a quelle a me note, sebbene potessero essere limitatamente accomunate per alcuni versi dall’esclusione sociale di determinati ambienti. Sembrava quasi di rivivere le sensazioni che lo scrittore santagatese era riuscito ad esprimere mirabilmente tramite le parole anni prima, e che io lessi qualche anno dopo la mia esperienza con quei ragazzi. Così Consolo scriveva ben prima che la violenza mafiosa degli anni ’90 arrivasse in modo prepotente anche nei: «paesi dei Nèbrodi, di serena natura e di sommessa storia, con rari sopratoni di ribellismi, di rivolte popolari, come quella risorgimentale di Alcàra Li Fusi, tramandata più dal racconto orale che dalla storiografia – paesi remoti dimentichi e dimenticati, rispetto ai due poli antitetici e simbolici quali erano Messina e Palermo17». Mentre, anni dopo, nel 1992, parlando di quel capoluogo di regione martoriato da una guerra di mafia (e che io stavo cominciando a conoscere a circa 30 anni di distanza), dichiarava in una conversazione con Rino Cascio: «Più Palermo precipita nella disperazione, più mi ci sento legato. […] Rimane in fondo una città di profonda umanità, che stimola, come tutti quei luoghi che la banalità odierna non è ancora riuscito ad uccidere. Una città vivace ma male amministrata, dove esiste una umanità emarginata, ma vera e poetica. Oggi non ho più risentimento, ma grande amore e pietà18».
E anche per me, un sentimento di affetto, misto a quello iniziale di impotenza per quello che leggevo e ascoltavo del loro quotidiano, pervadeva le mie giornate. Qualcuno veniva considerato svogliato da qualche collega, ma era solo stanco perché nei giorni precedenti aveva aiutato un conoscente in lavori manuali pesanti, senza cui la famiglia rischiava di non “arrivare a fine mese” e, quindi, di non avere le risorse economiche necessarie a coprire le spese essenziali per la sussistenza. Pertanto, comprendevo come la frequenza delle lezioni potesse essere un interesse secondario per “i picciotti”, dal momento che alcuni dovevano pensare ai bisogni primari. Così, per evitare che potessero “sfuggirmi” e abbandonare la scuola (che non è assolutamente raro considerando i tassi di dispersione fra alunni in condizioni di svantaggio socio-economico), cercai di calibrare il mio metodo su di loro e di essere credibile, non solo credente (citando le parole del giudice Livatino), sia sotto il profilo della mia funzione di insegnante, che come uomo. Non volevo che uno di quegli adolescenti, un giorno proferisse parole quali: «lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti. Io invece ho ripensato spesso a lei, ai suoi colleghi, a quell’istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che «respingete». Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate19». Parte del corpo docente non poteva respingerli nei campi o nelle fabbriche come succedeva a Barbiana ai ragazzi di don Milani, ma solo perché il territorio non ne offriva praticamente la possibilità, però, disinteressandosi concretamente del futuro di questi giovani, incaponendosi maggiormente sulla necessità di riempire di insufficienze alcuni, si poteva rischiare di consegnarli nelle mani del caporalato, del lavoro sommerso o, nei casi peggiori, alla strada, regalando manovalanza alla criminalità organizzata, quella stessa criminalità contro cui molti docenti “si stracciano le vesti” pubblicamente il 23 maggio (giornata della legalità). Con tutti i difetti che mi rendevano certamente un insegnante meno esperto di altri, che “sapevano tenere la classe20”, non potevo dormire la notte, mi logoravo pensando che fine avrebbero potuto fare i miei studenti e non lo accettavo. Credevo fortemente nelle parole di don Milani: «la scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde. […] A questo punto gli unici incompetenti di scuola siete voi che li perdete e non tornate a cercarli21», e non volevo fare parte di questa categoria di docenti, anche se sicuramente preparati nelle loro rispettive discipline.
Quindi, dopo un primo impatto, cercai di trovare una quadratura che potesse consentirmi di tenere i picciotti uniti e vicini, non “facendogli gettare la spugna” per noia o come risposta a un malcelato rifiuto di coloro i quali puntavano più a giudicarli, che ad educarli. Dovevano formare un gruppo e aiutarsi a vicenda: essere subalterni non doveva significare “non avere speranze”, poteva significare anche tentare di prendere coscienza della propria situazione difficile e cercare di plasmare insieme in positivo il proprio futuro e quello di chi gli stava intorno.
Così, alcuni punti del mio metodo di insegnamento connessi a tale esperienza in cui si navigava a vista fra lezione in DAD e in presenza, sono stati i seguenti:
– abbassamento del filtro affettivo;
– ruolo di osservatore partecipante, oltre che di primus inter pares;
– approccio empatico come metodo e necessità di avere più contatto possibile con loro, percependo il disagio dell’emergenza Covid, anche a distanza, facendo dei giudizi connessi ai compiti un mezzo di comunicazione per stimolarli senza abbatterli e non per dare un semplice voto. Parafrasando Antonio Bellingreri, ho cercato un dialogo empatico con compito formativo connesso a un sentire morale22. Inconsciamente, ho cercato di applicare la regola dell’amorevolezza educativa23 . Ma non puntavo a un’empatia possessiva, non volevo trasformare il mio rapporto educativo in una sorta di plagio24, quell’idea mi inorridiva;
– utilizzo della Narrative Practice (sia scritta che orale);
– lezione partecipata interdisciplinare e Debate, partendo dalle loro conoscenze (anche cinematografiche);
– approccio andragogico, poiché mi interfacciavo con giovani adulti o ragazzi con molta più esperienza di me in determinati settori, quali la conoscenza del mercato del lavoro sommerso. Seguendo gli insegnamenti della Pedagogia degli oppressi, ho tentato non solo di educare, bensì di educarmi attraverso il dialogo con l’educando. Citando Paulo Freire: «i dominatori agiscono sugli uomini addottrinandoli, per adattarli sempre di più a una realtà che deve mantenere intatta25», ma, osservandoli, io non volevo che quella realtà restasse intatta, perchè temevo che la vivace intelligenza di alcuni di loro finisse per essere sfruttata dalle mafie, che avrebbero potuto maledettamente offrire “condizioni migliori” e qualche decina di euro in più rispetto a un lavoro sottopagato, che li avrebbe usurati, e comunque lasciati nella miseria che purtroppo alcuni conoscevano bene26. Una parte di loro sarà verosimilmente “costretta” a restare hijos de nadie (“figghi i nuddu”)27, al contrario degli hijos de (“figghi di”), ma non avere avuto la fortuna di nascere in determinati contesti, non significava doverli abbandonare a loro stessi e soprattutto non instillare in loro la speranza e la volontà di avere una vita diversa.
«Siamo animali, ce lo dite voi»
Vedendo il loro interesse per il cinema e notando che non di rado parlavano utilizzando citazioni tratte da film, mi soffermai a comprendere cosa ne sapessero, stimolato in principio dall’obiettivo di osservare l’effetto che determinati prodotti dell’industria cinematografica e televisiva avessero sull’immaginario di alcuni alunni.
All’inizio ero intenzionato a focalizzarmi sul genere gangster, ma, ascoltando alcune loro battute, estesi il mio interesse. Difatti, nel caso della prima, su 13 persone, tutti i ragazzi tranne uno studente dell’Asia, e quasi tutte le ragazze, tranne una studentessa dell’Est Europa, conoscevano Mery per sempre e Ragazzi fuori (situazione analoga alla Terza).
Quattro ragazze su 13 conoscevano Peaky Blinders, alcune perchè, a detta loro, invaghite di Thomas Shelby (Cillian Murphy). Quasi tutti conoscevano invece la serie Gomorra (alcune ragazze per l’attore Marco d’Amore), nessuno conosceva Romanzo Criminale, 3 ragazzi conoscevano Narcos, tutti i maschi conoscevano Il capo dei capi, 1 ragazza conosceva Il traditore perchè sapeva chi era Buscetta, molti conoscevano la saga de Il Padrino, ma l’avevano vista in pochi. Mery per sempre e Ragazzi fuori, per alcuni (3 nella prima e 6 nella terza), rappresentavano parte del loro mondo. Quando affrontavo certi discorsi connessi all’educazione alla legalità, il loro scimmiottare Natale Sperandeo (Francesco Benigno, che gridava “Mafia, mafia” sbattendo la mano sul tavolo ed istigando la classe contro il prof. Marco Terzi, interpretato da Michele Placido in Mery per sempre) non sembrava essere legato solo alla “valentia” (usando una terminologia che rimanda alla Sardegna di Pagliaru e al suo Il codice della vendetta barbaricina), bensì a una forma di ribellione verso il potere costituito, visto come lontano dai loro bisogni. Potenzialmente, si rivedevano e simpatizzavano di più per Antonio Patanè (interpretato dal compianto Roberto Mariano), al quale, in Ragazzi fuori, fu sequestrato per mancanza di licenza il mezzo di trasporto – con cui vendeva patate, finendo per spacciare e tornare in prigione – che per Marco Terzi, che verosimilmente identificavano in me, sebbene alla fine abbiano più volte riconosciuto il mio impegno. Chiedendo pacatamente la motivazione di comportamenti simili, uno studente della prima, ritiratosi l’anno successivo nonostante la promessa di non farlo, mi rispose28: «perchè siamo animali, ce lo dite voi dalla cattedra». Allora, tutto il mio successivo intervento fu ispirato dall’intenzione di non farli sentire tali, proprio perchè non è solo una questione di educazione, bensì di effetto Thomas e di effetto Pigmalione. Un’altra studentessa continuò: «fatevi un esame di coscienza, perchè a scuola si impara a parlare poco perchè altrimenti ci sono ritorsioni sui voti». Ancora una volta, mi vennero in mente le parole di Leonardo Sciascia usate ne Le parrocchie di Regalpetra:
«Pochi sono i ragazzi che mi si affezionano, e, benché ne senta il disagio io so che non c’è ragione perché in loro nasca un sentimento di affetto […]29». Ma, soprattutto, pensai alle parole prodotte circa quarant’anni prima, nel 1984 – quindi prima delle stragi di Capaci e di via D’Amelio (ma in piena atmosfera da incubo per ciò che concerne i delitti di mafia) – da un gruppo di studio del Magistero dell’Università degli studi di Palermo, che procedette alla redazione di un documento connesso a un seminario legato all’applicazione della L.R. n. 51 del 1980, dove emerse che: «il docente, avvertito il pericolo che siano stati individuati i limiti della sua azione educativa e didattica, reagisce con comportamento di tipo mafioso quando fa intendere agli studenti che colpirà con voto negativo […] chi assumerà posizione critica nei suoi confronti. […] Tale atteggiamento, che richiama alla mente l’intimidazione di “ stile mafioso”, ha conseguenze molto negative sul piano educativo, in quanto porta l’ alunno all’ asservimento intellettuale ed alla facile sottomissione alla “ legge della paura”30». Questo fattore è in totale contrapposizione rispetto alle parole di Sergio Mattarella, attuale presidente della Repubblica che, all’inizio degli anni ’90, indicò quattro ambiti di impegno della lotta alla mafia: azione preventiva-repressiva; iniziative di carattere economico e occupazionale; modo di essere del sistema politico e amministrativo; infine, un ambito in cui la scuola ha un’importanza fondamentale, connesso: «alla formazione delle coscienze individuali e collettiva che costruisca mentalità, costumi e convinzioni incompatibili con la presenza mafiosa31». Quest’ultimo ambito non può tollerare atteggiamenti che possano costituire retaggio di fenomeni antichi e minare la fiducia di giovani, soprattutto quelli a rischio, i quali partono già con un fardello sulle spalle dovuto alle condizioni di svantaggio delle loro famiglie, ragazzi incolpevoli del peso delle diseguaglianze che si portano addosso e che: «non vengono recuperati proprio perché non si trovano le strategie adatte per inserirli e dare impulso alle loro, pur presenti, capacità32».
Compresi che risultava fondamentale farli sentire importanti nella loro unicità, cercando di trarre il meglio da loro e, al contempo, correggere alcuni comportamenti assimilabili all’homo homini lupus, che erano all’inizio per loro normali, in quanto li avevano sempre osservati da piccoli. Così, per non farli mollare (alcuni avevano detto che si sarebbero ritirati presto), calibravo i titoli delle esercitazioni anche in base ai loro interessi e al loro bisogno di esprimersi (su tematiche quali bullismo, pari opportunità, critica costruttiva alla scuola, lavoro, fino a toccare con alcuni il calcio, anche sotto il profilo tecnico-tattico considerando la loro competenza). Ripensandoci ancora oggi, dopo un’analisi attenta di questi esercizi di scrittura, vidi che migliorarono molto, ma lo fecero perché erano stimolati a scrivere su argomenti a loro vicini. Cercai realmente di applicare un principio democratico di partecipazione, culminato in qualche modo poi in un bel lavoro finale connesso a un’UDA sulla democrazia, portato egregiamente avanti a fine anno da quegli studenti definiti “animali”, che alcuni colleghi non avrebbero voluto ammettere agli anni successivi. Molti avevano tensioni a casa (anche per problemi economici), ed era fondamentale farli rendere al massimo durante le ore di lezione, legando i nostri obiettivi a ciò che loro amavano maggiormente. Sapevo che, una volta spento il pc e usciti dalla loro cameretta (per chi ce l’aveva), o tornati al loro domicilio, non avrebbero avuto la tranquillità per fare molto, ma ci dovevo provare.
Loro non avevano colpa a non essere nati in ambienti facoltosi, ma io ce l’avrei avuta se non avessi preso in considerazione determinate variabili da cui dipendeva la loro quotidianità. Volevo guardare alla complessità del contesto in cui operavo, non in modo parziale e neanche basandomi solo su scelte burocratiche riconducibili a quelle che Friedenberg avrebbe potuto assimilare a un “eichmanismo strisciante”, a una sorta di: «funzionamento […] che non consente un pensiero e un’azione individuali33».
Alcuni colleghi mi consideravano troppo buono e inesperto, ma almeno avevo dalla mia parte i ragazzi, oltre che la fiducia del preside, e soprattutto ero sostenuto a distanza dal mio vecchio professore d’inglese delle scuole superiori34, con cui condividevo l’idea di una scuola che dovesse essere al servizio di tutti, ma in particolare degli ultimi, quegli ultimi che Pasolini aveva descritto bene e che non volevamo facessero la fine di Accattone (interpretato da Franco Citti nell’omonimo film) o Ettore (Ettore Garofalo in Mamma Roma)35.
Conoscere l’argomento e i ragazzi per essere credibile
Prendendo in considerazione i compiti e le esercitazioni assegnate, alcuni mi inviavano file word, altri non volevano mandarmi nulla, e, chiedendo senza accusare, acquisendo gradualmente la loro fiducia, abbassando il loro filtro affettivo, scoprì che alcuni – definiti da certi insegnanti come svogliati o “lagnusi” – non avevano PC, ma si collegavano da cellulari malmessi con fotocamere e schermi semi-distrutti, che non volevano mostrare per vergogna. Di conseguenza, convinsi questi ragazzi con molta pazienza a mandarmi le foto degli elaborati scritti a penna su un foglio di quaderno e a imprimere sulla carta l’essenza della loro vita: il verbo sfogarsi fu determinante soprattutto con alcuni ragazzi, alfine di convincerli a scrivere e ad aprirsi. Al contempo, per capire il livello di comprensione del fenomeno mafioso e della conoscenza delle vittime più importanti di mafia, lasciai delle esercitazioni e, successivamente, delle ricerche (sulla base della flipped classroom). Le ricerche furono discusse in gruppo ed emerse che: Don Pino Puglisi era conosciuto da tutti per la sua attività a Brancaccio, Pippo Fava (“catanese”) da pochi, nonostante fu apprezzato per la sua lotta condotta in quartieri difficili di Catania, ma le vittime su cui si concentrarono nello specifico furono: Peppino Impastato (3 maschi), ovviamente Falcone e Borsellino (7: 3 maschi e 4 femmine), La Torre (1 maschio). Il primo lo scelsero soprattutto per I cento passi, Falcone e Borsellino per fama; Pio La Torre per un mio articolo che recuperarono sul web36.
E qui, proprio per non creare una sorta di Star System fra morti ammazzati, cominciai a introdurre gradualmente altre vittime meno conosciute, quali Pasquale Almerico e Salvatore Carnevale37, il primo democristiano, il secondo socialista, in modo da non politicizzare l’intervento didattico, ma tenendolo incentrato sull’analisi dell’azione mafiosa e dell’opposizione ad essa da parte di persone appartenenti a diversi schieramenti politici, oltre a introdurre quanto la Mafia non agisse solo a livello militare38, fattore che avevano comunque ben presente. La trattazione di tali tematiche associate a vittime meno note e a fenomeni come la diffamazione, presente all’interno di realtà quali il bullismo, ha permesso di interessarsi non soltanto alle vittime di mafia stesse, bensì a problematiche a loro correlate e a casi di cronaca. Così, da un lato analizzavamo il testo, sia sotto il profilo grammaticale che semantico, cercando di migliorare le competenze nell’area linguistica, dall’altro lato abbiamo fatto educazione civica ed alla legalità tutto l’anno, non soltanto nel modulo di 4 ore del primo trimestre, inserendo appunto gradualmente argomenti connessi alla lotta alla mafia, ma non solo. Nel primo trimestre abbiamo agito molto di flipped classroom e brainstorming, nel pentamestre di lezione partecipata e circle time (normative anti Covid permettendo). E il fatto di discuterne senza giudizi di valore o pregiudizi e senza la necessità di dover necessariamente portare un prodotto da ostentare pubblicamente come verifica, ha favorito l’acquisizione reale degli argomenti trattati. Fino ad allora, gli anni precedenti erano stati abituati a parate o a video caricati a random o ad ore di educazione alla legalità con materiale altrui costruito non di rado con copia/incolla (cosa che non sfuggiva loro essendo alcuni nativi digitali, e che emerse involontariamente nella lezione che tenni sul diritto d’autore39 e sull’importanza di non copiare il lavoro altrui).
I punti di forza sono stati la conoscenza dell’argomento da parte mia e la creazione e pubblicazione di contenuti a mio nome. Non erano abituati ad avere un docente di italiano che scriveva, e questo risultò fondamentale perché, nonostante un approccio molto pacato (a volte troppo), mi diede autorevolezza senza essere autoritario. Ma soprattutto non erano abituati ad avere un docente precario, non retribuito per mesi per ritardi vari, che, con tutti i suoi tanti difetti, voleva imparare da loro. Eravamo forse accomunati dal fatto di essere dei subalterni, che alla fine credono, con modi e per motivi diversi, nei diritti e nell’eguaglianza.
Ruoli diversi per un fine unico
Questa è solo parte di una delle esperienze a cui ho accennato all’inizio, con interventi tra loro calibrati negli anni in modo differente in base a: età dei ragazzi, contesto di provenienza, programma da portare avanti, tecnologie a disposizione e soprattutto ruolo (es. docente di lettere o di sostegno), ma in ogni caso, l’aspetto emozionale, che in molte scuole rappresenta colpevolmente uno fra i pochi elementi trainanti dell’educazione alla legalità è sempre stato presente, ma quasi limitatamente alla metacognizione, non è stato il motore delle attività svolte, anche perché, a parte lo stupore iniziale, si può spesso notare che parte degli studenti comprende in pieno quanto un docente sia credibile, non solo credente (parafrasando le parole del giudice Livatino) e, riferendomi a casi avvenuti in diversi istituti, i docenti che diffamano i colleghi davanti ai ragazzi, arrivando purtroppo al limite del bullismo con alcuni di loro, non sono credibili, anche se attuano atteggiamenti quali: emozionarsi davanti al cortometraggio L’appello; sgolarsi mentre vengono fotografati o ripresi in video in una marcia organizzata il 23 maggio; fino a riempire i social di foto in cui si fanno vedere accanto a un cartellone realizzato il 21 marzo, nella giornata in ricordo delle vittime di mafia, credendo di poter sostituire con un’istantanea importanti lacune a livello etico e comportamentale. Ciò può causare ilarità e disillusione nei ragazzi, soprattutto in quelli definiti spregiativamente figghi i nuddu o con la famiglia scafazzata, per i quali la famiglia, per quanto umile, può diventare il solo appiglio possibile o un giogo che li condannerà a una vita di stenti in una società con un ascensore sociale bloccato, con un familismo che, in certi casi, non può essere definito né amorale40, né immorale41, in quanto sviluppatosi in situazioni davvero difficili sotto il profilo socio-economico.
Alcuni esiti di questa esperienza, unita alle altre, evidenziano come possa risultare auspicabile limitare il processo di vetrinizzazione fine a sé stesso, che rischia di incrementare il self marketing a discapito di una vera consapevolezza e acquisizione degli studenti sul tema della lotta alla mafia e all’illegalità (due concetti non uguali ma compenetranti) e alle diseguaglianze, che spingono migliaia di giovani e meno giovani a cercare strade sbagliate, purtroppo alternative a quelle della legge, o a sottomettersi a un patronus per mancanza di buone opportunità reali che solo un welfare sviluppato e un lavoro tutelato, oltre che adeguatamente retribuito, possono dare42.
Un mio alunno della Terza43, dove la consapevolezza del rapporto fra povertà e sfruttamento da parte delle Mafie era più forte che nella prima, dal momento che buona parte era maggiorenne ed aveva avuto esperienze lavorative, mi scrisse a maggio 2021: «se tutto ciò avviene, è principalmente a causa dello Stato, che non si occupa dei quartieri meno ricchi, e facendo ciò le persone per non morire di fame, la maggior parte delle volte scelgono la strada della malavita, iniziando a delinquere ottengono soldi semplici, quindi non si rendono conto che questa è la strada sbagliata.
La mia opinione è che tutto ciò si potrebbe evitare solo ed esclusivamente se lo Stato fornisse tutto lo stretto necessario alle persone per evitare che tutto ciò accada».
Il ragazzo, che rappresentava una voce in mezzo a quelle simili dei suoi compagni da me raccolte (circa il 50% la pensava allo stesso modo), ha sottolineato che la scelta di delinquere è errata, ma, con rabbia ed anche delusione, non offendendo nessuno, ha chiesto implicitamente aiuto per coloro i quali potrebbero non farcela, rischiando di essere giudicati da organi dello stesso Stato a cui si sta appellando.
Riflessioni finali
«Si smetta di star dalla parte dei più forti, di lasciare a loro la possibilità di soffocare gli altri, proprio per sistema, alla luce del sole44».
Da quanto si evince, educatori e chi di competenza dovrebbero cercare colpevoli non tanto fra i produttori di determinati prodotti dell’immaginario, si dovrebbero interrogare non solo sulla questione se alcune opere siano diseducative o meno per le nuove generazioni e per gli studenti, quanto sulla mancanza di accettabili condizioni di partenza45, in modo da poter pensare di costruire una vita in cui il crimine non possa costituire una fra le poche soluzioni, motivo per cui, in parte, alcuni protagonisti di Ragazzi fuori a Palermo restano ancora dei simboli, non dei modelli, per la paura di fare la loro stessa fine e per il meccanismo di partecipazione affettiva descritto egregiamente da Edgar Morin46. Più di cinquant’anni fa, Norberto Bobbio scriveva nella prefazione di Banditi a Partinico di Danilo Dolci: «Coloro che leggono le gesta dei briganti nei giornali a sensazione sanno che a Partinico “ nessuno dei fuorilegge era in grado, prima di diventare bandito, di mantenere sé e la famiglia”?47». Dimenticare questo aspetto potrebbe essere letale.
Nella loro inchiesta Ripensare il clientelismo: una sfida dalla Palermo «antimafia», Jane e Peter Schneider analizzarono il caso del capoluogo siciliano, soprattutto in seguito alla risposta positiva della cittadinanza alle stragi messe in atto dalla macrocriminalità, avvenuta spontaneamente anche grazie a forze progressiste di parte della sinistra siciliana. Però, intervistando intelligentemente nel 1996 un campione di famiglie operaie, fu riscontrata una grossa spaccatura fra la sinistra antimafia e questi cittadini, alcuni dei quali vedevano nella mafia una sorta di Stato sociale che garantiva lavoro, senza il quale non potevano sostentarsi.
Il passaggio da un’economia basata sulla costruzione selvaggia a quella della tutela del verde (giustamente) voluta da tali forze politiche non ha comunque tenuto in conto le necessità di larga parte della popolazione che si é trovata disoccupata con familiari da mantenere. Come dichiarava uno degli intervistati, il «flusso del denaro della mafia» (che veniva fatto circolare tramite l’edilizia) non é stato sostituito da altro denaro, determinando l’incremento della: «miseria della gente48».
Questa situazione molti alunni la vivono quotidianamente e ne sono vittime, non sono animali da tenere al guinzaglio, a volte conoscono la realtà meglio di parte dell’Intellighenzia benpensante e paternalista che sentenzia su di loro dai salotti bene, vedendoli come “umili” (utilizzando un termine importante per la produzione di Antonio Gramsci49).
Dal suo lato, la scuola potrebbe avere un ruolo fondamentale e dovrebbe agire con le sue forze migliori, diventando auspicabilmente non un Panopticon, bensì un avamposto che formi una nuova classe dirigente che non si fermi al self marketing e alla vetrinizzazione sociale, tenendo conto dei contesti di povertà da cui possono venire i ragazzi, dal momento che l’applicazione di questi due elementi all’educazione alla legalità e alla lotta alla mafia può diventare non solo controproducente, ma anche di cattivo gusto, oltre a far perdere credibilità a chi vuol lavorare seriamente. Parafrasando il titolo di un film di Vittorio De Sica degli anni ‘40: I ragazzi ci guardano, è sempre bene tenerlo a mente. E se non vogliamo perderli, dovremmo forse ascoltarli veramente e agire affinché vivano in un ambiente in cui vige la giustizia sociale, altrimenti verranno prodotte solo altre vane parole.
10/06/2025 – © Francesco Carini – tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione anche parziale.
L’immagine dell’articolo e dei social è tratta dal film “I bambini ci guardano” di Vittorio De Sica (1943)
Testo dell’articolo pubblicato sulla rivista scientifica Humanities, n. 27, ISSN: 2240-7715, Giugno 2025
La formattazione del testo (non il contenuto) è leggermente diversa rispetto al testo originale alfine di favorire la lettura su questo sito (es. parole in grassetto o qualche collegamento ipertestuale)

Note
1 Saitta P., Autoetnografia. Note sulle narrazioni di sé nelle scienze sociali, in Curatolo S., Ergastolo ostativo – Percorsi e strategie di sopravvivenza, Rubettino, Soveria Mannelli, 2022, pp. 7-8
2 «In Italia gli intellettuali sono lontani dal popolo, cioè dalla «nazione» e sono legati a una tradizione di casta, […] tradizione «libresca» e astratta e l’intellettuale tipico moderno si sente più legato ad Annibal Caro o Ippolito Pindemonte che a un contadino pugliese o siciliano», scriveva Antonio Gramsci nei Quaderni del carcere. Cfr. il Quaderno 21 dell’edizione critica dell’Istituto Gramsci a cura di Valentino Giarratana, Einaudi, Torino, 2021. Quella stessa “distanza” dai miei interlocutori ho cercato di evitarla sia come autore che come docente
3 Il convegno di Londra (organizzato dall’ASMI) si è svolto nei giorni 8 e 9 dicembre 2023 presso la Senate House della University of London, https://asmi.org.uk/wp- content/uploads/2024/05/ASMI2023-final-programme-12-FINAL-7.12-23.pdf; le attività svolte presso il polo universitario di Trapani, a cui ho partecipato a distanza, nell’autunno del 2024. In ognuno di essi sono stati toccati punti contigui, ma diversi della medesima esperienza
4 I “picciotti” erano comunque chiamati singolarmente per nome, alfine di colmare la distanza che poteva esserci fra docente e discente
5 Cfr. Carini F., Sia la giornata della legalità e della vera lotta alla mafia, non dell’ipocrisia, Homo Sum (ISSN: 2724-5829), 22/05/2020, https://www.homosum.it/sia-la-giornata-della-legalita-e-della-vera-lotta-alla-mafia-non-dellipocrisia/
6 Cfr. Carini F., Di mobbing, bossing e straining si può morire: difendersi è un dovere. Parola all’esperto, Homo Sum (ISSN: 2724-5829), 21/02/2020, https://www.homosum.it/di-mobbing-bossing-e-straining-si-puo-morire-difendersi-e-un-dovere-intervista-al-prof-ege/
7 Cfr. Carini F., SOS Ingiurie, diffamazione ed hate speech: fenomeno grave, ma può essere contrastato. Parola alla giurista, Homo Sum (ISSN: 2724-5829), 17/05/2020, https://www.homosum.it/sos-ingiurie-diffamazioni-ed-hate-speech-fenomeno-grave-ma-puo-essere-contrastato-parola-alla-giurista/
8 Cfr. Carini F., Onore a Pasquale Almerico, ucciso dalla mafia, ma distrutto in vita da: omertà, calunnia e connivenza, Homo Sum (ISSN: 2724-5829), 22/03/2019, https://www.homosum.it/onore-a-pasquale-almerico-ucciso-dalla-mafia-ma-distrutto-in-vita-da-omerta-calunnia-e-connivenza/
9 G.U. n. 162 del 15/07/2017, pp. 1-2
10 G.U. Serie Generale n. 195 del 21/08/2019, pp. 1-2
11 Parafrasando il concetto di Jacques Maritain
12 Cfr. Carini F., Istruzione: il mondo della scuola (ri)legga Le parrocchie di Regalpetra del maestro Sciascia, Homo Sum (ISSN: 2724-5829), 24/01/2021, https://www.homosum.it/istruzione-il-mondo-della-rilegga-le-parrocchie-di-regalpetra-del-maestro-sciascia/
13 Dalla Chiesa N., Delitto imperfetto, Mondadori, Milano, 1984, p. 53
14 Cfr. Ellis C., Adams T., Bochner A.P., Autoethnography: An Overview, Historical sociale research/Historische Sozialforschung, Vol 36, No. 4 (138), Conventions and Institutions from a Historical Perspective / Konventionen und Institutionen in historischer Perspektive (2011), p. 275
15 Sciascia L., Le parrocchie di Regalpetra, Adelphi, edizione digitale, Milano, 2016, p. 114
16 Cfr. Carini F., I BES chiamano, lo Stato risponde?, Le nuove frontiere della scuola, n. 62, La Medusa Editrice, Marsala, 2023, p. 100
17 Consolo V., Il sorriso dell’ignoto marinaio, Mondadori, formato Kindle, Milano, 2019, p. 141
18 Consolo V., in Requiem per le vittime di mafia, Ila Palma, Palermo, 1993, p. 17
19 Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria editrice fiorentina, Firenze, 1967, p. 9
20 “Saper tenere la classe” in questo caso significa saper mantenere l’ordine e il silenzio in aula
21 Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria editrice fiorentina, Firenze, 1967, p. 35
22 Cfr. Bellingreri A., La famiglia come esistenziale: saggio di antropologia pedagogica, Editrice La Scuola, Brescia, 2014, pp. 322-323
23 Cfr. Bellingreri A., La consegna, Scholé, Editrice Morcelliana, Brescia, 2019, p. 91
24 Cfr. Bellingreri A., Il superficiale e il profondo. Saggi di antropologia pedagogica, Vita e pensiero, Milano, 2006, p. 75
25 Freire P., La pedagogia degli oppressi, EGA editore, Torino, 2004, p. 85
26 Cfr. Carini F., La mafia sfrutta la fame? Non ci voleva il Coronavirus per scoprirlo. Ricordiamo Pippo Fava e guardiamo La violenza: quinto potere, Homo Sum (ISSN: 2724-5829), 07/04/2020, https://www.homosum.it/la-mafia-sfrutta-la-fame-non-ci-voleva-il-coronavirus-per-scoprirlo-ricordiamo-pippo-fava-e-guardiamo-la-violenza-quinto-potere/
27 Cfr. Carini F., «Nessun partigiano in famiglia, al massimo qualche militare». Riflessioni su una ricerca condotta fra archivi, web e un’area dei Nebrodi, n. 75, Quaderno di Storia Contemporanea, Edizioni Falsopiano, Alessandria, 2024, p. 16. La divisione fra hijos de e hijos de nadie non è solo legata a diseguaglianze economiche fra nuclei familiari, bensì a diseguaglianze sociali che si tramutano in divari in ambito politico e culturale. L’appartenere a un gruppo può limitare l’autonomia del singolo, ma può garantire privilegi che solo i particolarismi possono fornire
28 Il ragazzo si sfogò dopo aver fatto riferimento soprattutto a eventi accaduti gli anni precedenti, fatto confermato da altri compagni che ebbero pessime esperienze sia alla scuola primaria che alla secondaria di primo grado
29 Sciascia L., Le parrocchie di Regalpetra, Adelphi, edizione digitale, Milano, 2016, p. 122
30 Coordinamento Scuola e Cultura Antimafia per l’applicazione della Legge 51/80 della Regione Siciliana, Didattica Antimafia, Palermo, 1987, pp. 60-61
31 Mattarella S., prefazione in Pezzini Galluzzo, Scuola, Territorio, Antimafia, M., Ila Palma, Palermo – Sao Paulo, 1992, p. 7
32 Ibidem, p. 9
33 Postman N. e Weingartner C., L’insegnamento come attività sovversiva, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 1973, p. 10
34 Si chiamava Salvatore Antonio Pettignano. Era un fine intellettuale ed è stato un grande docente siciliano, di quelli credibili (non credenti di facciata). Avremmo collaborato nuovamente dopo anni, portando avanti il mio “Homo Sum” (www.homosum.it), ma non ve ne fu il tempo. In eredità mi ha lasciato l’idea di un’etica credibile e di un insegnamento che sarebbe dovuto essere “sovversivo” nei confronti di ciò che: uccideva un autentico spirito democratico, favoriva le ingiustizie, impediva un’autentica e sana autodeterminazione dell’alunno. Morì qualche mese prima che terminasse l’anno scolastico lasciando dentro di me un vuoto incolmabile, ma ebbe il tempo di darmi dei consigli preziosi anche dal letto di morte
35 Cfr. Carini F., Pier Paolo Pasolini e il racconto degli ultimi: per capirne la grandezza guardiamo Accattone e Mamma Roma, Homo Sum (ISSN: 2724-5829), 01/11/2019, https://www.homosum.it/pier-paolo-pasolini-e-il-racconto-degli-ultimi-per-capirne-la-grandezza-guardiamo-accattone-e-mamma-roma/
36 Cfr. Carini F., 38 anni fa veniva ucciso Pio La Torre: simbolo di un’attività politica e sindacale che ha combattuto davvero la mafia, Homo Sum (ISSN: 2724-5829), 30/04/2020, https://www.homosum.it/38-anni-fa-veniva-ucciso-pio-la-torre-simbolo-di-unattivita-politica-e-sindacale-che-ha-combattuto-davvero-la-mafia/
37 Cfr. Carini F., Un uomo da bruciare. La lotta alla mafia di Salvatore Carnevale fra cinema e realtà, Homo Sum (ISSN: 2724-5829), 14/05/2020, https://www.homosum.it/un-uomo-da-bruciare-la-lotta-alla-mafia-di-salvatore-carnevale-fra-cinema-e-realta/
38 Cfr. Carini F., Sia la giornata della legalità e della vera lotta alla mafia, non dell’ipocrisia, Homo Sum (ISSN: 2724-5829), 22/05/2020, https://www.homosum.it/sia-la-giornata-della-legalita-e-della- vera-lotta-alla-mafia-non-dellipocrisia/
39 Cfr. Carini F., Diritto d’autore: come difendersi dai “furti”, nonostante i costi e l’incremento di povertà e diseguaglianze. Parola all’esperto, Homo Sum (ISSN: 2724-5829), 21/04/2020, https://www.homosum.it/diritto-dautore-come-difendersi-dai-furti-nonostante-i-costi-e-lincremento-di-poverta-e-diseguaglianze-parola-allesperto/
40 Cfr. Banfield E., Le basi morali di una società arretrata, Il Mulino, Bologna, 2010, p. 101
41 Cfr. Benigno F., Dal familismo amorale al familismo immorale. Famiglie italiane e società civile, Italianieuropei. Bimestrale del riformismo italiano, 3, 2010, Solaris, Roma, 2010, p. 156
42 Cfr. Carini F., Il primo maggio sia la festa dei lavoratori, non del precariato e dello sfruttamento, Homo Sum (ISSN: 2724-5829), 01/05/2019, https://www.homosum.it/il-primo-maggio-sia-la-festa-dei-lavoratori-non-del-precariato-e-dello-sfruttamento/
43 Questa classe, con il suo affetto e sostegno, mi spinse a rinnovare il mio contratto (supplenza breve) e a tornare in presenza dopo un importante problema che aveva messo a rischio il mio rientro. In particolare, uno studente mi aveva confidato di venire a scuola solo per le mie lezioni, altrimenti avrebbe già abbandonato. Non me la sentì di tradire la sua fiducia, anche se per un motivo comprensibile, considerando i rischi connessi al Covid e visti i gravi ritardi nel pagamento degli stipendi (fenomeno, questo, purtroppo comune a tutto il paese). Concludendo il terzo anno, il ragazzo avrebbe già potuto conseguire una qualifica professionale con cui trovare un lavoro onesto, con una paga dignitosa che avrebbe potuto cambiare in meglio la sua vita e quella della sua famiglia. Se avesse abbandonato, non me lo sarei mai perdonato
44 Dolci D., Banditi a Partinico, Sellerio editore, Palermo, 2013, p. 27
45 Cfr. Carini F., Joker resterà un simbolo e la diseguaglianza ne è uno fra i motivi principali, Homo Sum (ISSN: 2724-5829), 02/01/2020, https://www.homosum.it/joker-restera-un-simbolo-e-la-diseguaglianza-ne-e-uno-fra-i-motivi-principali/
46 Cfr. Morin E., Il cinema o l’uomo immaginario, Raffaello Cortina editore, Milano, 2016, pp. 92-94
47 Bobbio N., prefazione in Dolci D., Banditi a Partinico, Sellerio editore, Palermo, 2013, p. 19
48 Schneider J. e P., «Ripensare il clientelismo: una sfida dalla Palermo Antimafia», in Antropologia del Mediterraneo, Albera D., Blok A., e Bomberger C., Guerini, Milano, 2007, p. 215
49 Cfr. Gramsci A., Quaderni del carcere, Quaderno 21, edizione critica dell’Istituto Gramsci a cura di Valentino Giarratana, Einaudi, Torino, 2021 o Gramsci A., Letteratura popolare in Letteratura e vita nazionale, Editori riuniti, Roma, 1996

