Signore e signori, è Una vita difficile. Riflessioni su giornalismo e intellettuali in una società diseguale
Il giornalismo può essere un’ancora di salvezza, nonostante possa essere influenzato da: ritorsioni, diseguaglianze e potere politico ed economico. Risi e Germi lo mostrano in due capolavori

Signore e signori, è Una vita difficile. Riflessioni su giornalismo e intellettuali in una società diseguale
Il giornalismo può essere un’ancora di salvezza, nonostante possa essere influenzato da: ritorsioni, diseguaglianze e potere politico ed economico. Risi e Germi lo mostrano in due capolavori

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
Alberto Sordi - Giornalismo - Homo Sum
Alberto Sordi, nel ruolo di Silvio Magnozzi, nel film Una vita difficile di Dino Risi, 1961

di Francesco Carini – Homo Sum

«Tutti a dire della rabbia del fiume in piena e nessuno della violenza degli argini che lo costringono».
Bertold Brecht

Ci sono errori più gravi di quello che ha visto coinvolto il Tgcom24 la settimana scorsa, reo di aver assegnato all’autore cileno Luis Sepúlveda la paternità dell’opera Cent’anni di solitudine, gioiello invece di Gabriel García Márquez. Entrambi gli scrittori, sudamericani, sono accomunati da un fattore un po’ “macabro”: sono deceduti ad aprile, il primo giovedì 16, e il secondo il 17 di sei anni fa. Possiamo definirle due date maledette per la letteratura mondiale, che in Italia possono essere ricordate per questo strafalcione più che per la grandezza dei due geni.

Esistono molti modi in cui l’informazione può essere distorta per: negligenza, incompetenza, difficoltà a comprendere un discorso o un testo o, purtroppo, anche malafede, che costituiscono dei punti di contatto con la comunicazione quotidiana di ogni essere umano, dove il passaparola agisce in maniera inesorabile maggiormente sulla notizia di colore in stile “commenti memorabili” o sullo scandalo a tutti i costi che tocchi gli altri, magari un nemico (più o meno reale), piuttosto che su dichiarazioni e spiegazioni pacate, rispondenti al vero, ma che possono risultare noiose o difficili da accettare.

Riflettendo sull’informazione che passa sempre più per il web anche attraverso testate giornalistiche e blog, dovrebbe partire una considerazione sui rischi di un giornalismo che punta tutto sulle provocazioni (vedesi il caso Feltri), sulla pancia, sulla velocità e non sulla qualità, con la “psicosi” da Covid-19 che ne ha fatto uscire il peggio. E se gli errori risultano pesanti nei “coccodrilli” (articoli commemorativi per personaggi defunti), figuriamoci se ci sono questioni ben più gravi in ballo, quando gli scoop e il bruciare sul tempo a tutti i costi gli avversari confinano con: fake news (o notizie “edulcolorate”), accuse false, mancata analisi in toto della realtà raccontata (con la sostituzione della parte per il tutto), vite o carriere spezzate, rischi di risarcimenti e condanne per calunnia e diffamazione.

Inoltre, ci sono due pericoli contigui che stanno agli antipodi rispetto alla situazione presa in esame, che costituiscono un evergreen: da un lato le denunce temerarie da parte di personaggi importanti (alcuni potenzialmente in odor di mafia) che si sentono lesi da una pubblicazione o un progetto di pubblicazione ben realizzata, e possono agire nella migliore delle ipotesi tramite minacce o la tecnica della “terra bruciata” (che a volte è come uccidere una brava persona, perché gli si può togliere credibilità); dall’altro quello di gente influente (sotto il profilo politico, economico e sociale) che può condizionare la libertà di giornalisti preparati, ostacolandoli nella pubblicazione di articoli “scomodi”, in un settore che, in carenza di altri finanziamenti, ha come forme di introito le vendite del giornale (in Italia la percentuale dei lettori sulla popolazione non è certamente elevata) e le pubblicità, con cui la libertà del direttore e anche dell’editore (soprattutto se piccolo) può essere influenzata per ovvie ragioni, per la serie: “magno o scrivo?”. Fortunatamente non per forza lo è, ringraziamo per questo sempre Pippo Fava.
Quindi si può assistere a un’informazione che segue a ruota la società, forte con i deboli e debole con i forti, con: «l’eccesso di zelo di chi ha scarsa indipendenza morale», citando il giudice Bonifazi (Ugo Tognazzi) nel film di Dino Risi In nome del popolo italiano, solo con chi ha maggiore difficoltà a difendersi, soprattutto sotto il profilo economico e mediatico.

Il cinema ha raccontato spesso (ispirandosi a storie vere o verosimili, anche se frutto di fantasia) quanto il mondo del giornalismo sia un campo minato che può tramutarsi in un terreno più che scivoloso (con realtà in cui inchieste importanti sono state ostacolate e chi le ha realizzate ha pagato a duro prezzo il suo senso del dovere) o in un mezzo attraverso cui l’opinione pubblica può essere sviata dalle vere cause di determinati fenomeni o fatti, vedesi i casi delle morti di Peppino Impastato o di Giancarlo Siani (a cui si è fatto cenno in altrettanti articoli su Homo sum), con notizie lanciate e legate a indagini che avevano in parte sviato l’opinione pubblica dai veri mandanti e dai motivi dell’esecuzione di due ragazzi, rispettivamente uccisi a 30 e 26 anni.

Sasà: Ci stanno i cani e ci stanno i padroni. Tu che vo’ fa’? U cane o u padrone?

Giancarlo Siani: Nessuno dei due… Io voglio fare il giornalista.

Sasà: […] E magari vuoi fare pure il giornalista giornalista. Perché anche qua ci stanno due categorie… Ci stanno i giornalisti giornalisti e i giornalisti impiegati.

Dialogo fra Sasà (Ernesto Mahieux) e Giancarlo Siani (Libero de Renzo), tratto da Fortapàsc, di Marco Risi, 2009

Meditando su alcuni punti di film non incentrati proprio sul giornalismo, ma che spiegano alla perfezione come il mondo dell’informazione possa distrarre, essere piegato al volere del più forte e non abbia problemi a disintegrare le vite dei meno abbienti o dei non potenti, possiamo fare riferimento, senza fare lo spoiler o analisi approfondite, a Signore e signori (1965) di Pietro Germi e a Una vita difficile (1961) di Dino Risi, anche se ci sarebbero decine di opere da prendere in considerazione, come già fatto a luglio con Sbatti il mostro in prima pagina di Marco Bellocchio (con un Gian Maria Volonté in stato di grazia).

Nel primo caso, Pietro Germi racconta la vita di alcuni membri della upper class di una cittadina veneta immaginaria, con un’esistenza passata fra pettegolezzi, festini e scambio di mogli o amanti. Caratterizzato dalla presenza di ottimi attori quali: Franco Fabrizi, Giulio Questi, Quinto Parmaggiani, Alberto Lionello, Gigi Ballista e soprattutto Gastone Moschin (che interpreta il personaggio più simpatico e umano della comitiva, insofferente all’ipocrita routine a cui è costretto sia in famiglia che in città), il film è diviso fondamentalmente in tre parti.
Nell’ultima, è raccontato in modo eccelso come viene sviato un grave caso di corruzione di minorenne, da parte di alcuni componenti di questo gruppo di professionisti ai danni di Alda Cristofoletto, una ragazza di 16 anni, che si prostituisce nel giro di una giornata con 6 di loro in cambio di: denaro, un paio di scarpe o un pranzo. La colonna sonora, con musiche di Carlo Rustichelli, e uno straordinario montaggio di Sergio Montanari riescono nell’obiettivo di inquadrare perfettamente il loro agire miserabile, sicuro di privilegi consolidati nel tempo e non per meriti reali, che però viene messo a dura prova dal padre della ragazza, il contadino Bepi Cristofoletto (Carlo Bagno), che con la figlia rischia di far crollare una struttura fondata su un perbenismo solo apparente.

Signore e Signori di Elio Petri
Scena tratta da Signore e signori di P. Germi, 1965

Ma qui sta il genio di Germi, che inserisce il giornalismo come sovrastruttura di una realtà di provincia legata al potere economico e della Chiesa. Il giornalista Tosato (Virginio Gazzolo), cronista del quotidiano L’Indipendente, appena saputa la vicenda, fiducioso in una giustizia uguale per tutti, sta per fare i nomi dei personaggi coinvolti nello scandalo e andati a processo, ma, dopo varie telefonate, a cominciare dall’industriale Scodeller per finire al direttore di testata, il suo desiderio di far luce sullo scandalo ad opera di quelli che lui definisce dei “privilegiati”, viene bloccato, pubblicando un articolo senza fare alcun nome, salvo scriverne controvoglia un altro “su misura” dopo il processo, confezionato per la gioia del sopracitato commendatore, in cui osanna i “galantuomini” (divenuti intanto “miracolosamente” cinque), passati come martiri ed eroi, mettendo alla gogna pubblica i due Cristofoletto, padre e figlia, che verranno processati per calunnia, dopo aver ritrattato le accuse in seguito all’accettazione di denaro e non solo da parte del bracciante.

«Tutto si è concluso quindi nel migliore dei modi. I nostri 5 concittadini, della cui rettitudine nessuno aveva mai dubitato, hanno ascoltato il verdetto che li scagionava completamente da ogni addebito, con la serenità di chi non ha mai perduto la fede nella legge e nella giustizia. […] Cittadini di specchiata virtù»
(Articolo di Tosato, in Signore e signori, di P. Germi, 1965)

Nel secondo caso ci troviamo davanti alla splendida storia che vede protagonista Silvio Magnozzi (interpretato da un magnifico Alberto Sordi), ex partigiano e bravo giornalista impiegato presso il quotidiano Il lavoratore, che, dopo aver accusato in un articolo il commendator Bracci (Claudio Gora) di aver trasferito all’estero decine di miliardi delle vecchie lire e aver da lui rifiutato per non pubblicare il pezzo ben 5.000.000 cash, 300.000 al mese di stipendio (mentre lui ne guadagnava 30.000) e 2 ettari di terreno edificabile intestati al figlio in arrivo, viene condannato per diffamazione a mezzo stampa a 11 mesi di prigione, in un primo momento con la condizionale, dovendo però poi scontare davvero un totale di 26 mesi per motivi legati alle sommosse scoppiate in seguito all’attentato a Togliatti.

Magnozzi: «Beh… Io non sono un bambino e se ho deciso di coinvolgere nello scandalo lei e persone molto ma molto più in alto di lei, vuol dire che sono sicuro di quello che faccio, commendatore».

Bracci: «Magnozzi, lei non mi fa paura, lo sa?»

Magnozzi: «Lo so che lei è di quelli che non hanno paura».

Bracci: «Ecco, bravo. Io l’ho fatta venire qui solo per evitarmi delle noie. Io lavo gli scandali, non mi piace vedere il mio nome sui giornali, quindi desidero che questo articolo non venga pubblicato. Possiamo quindi metterci d’accordo…».

Magnozzi: «Che cosa intende per metterci d’accordo?».

Bracci: «Io ho la presunzione di capire subito con chi ho a che fare. Lei non è una persona gretta, lei è un intellettuale, un borghese come me, quindi troveremo un accordo…».

Dal film Una vita difficile, di Dino Risi, 1961

Il cronista rifiutò i benefici che avrebbero potuto dare a lui, alla moglie Elena (Lea Massari) e al bambino una vita migliore, rimanendo ligio ai suoi ideali e finendo comunque, dopo varie peripezie, a fare da segretario personale a Bracci pur di sopravvivere, grazie all’intermediazione dell’ex collega Franco Simonini (Franco Fabrizi), che, al suo contrario, aveva ceduto alle lusinghe per motivi economici ben prima, durante la detenzione dell’amico.
Silvio, che intanto aveva scritto un romanzo, rappresenta l’intellettuale che avrebbe voluto Gramsci, votato alla Praxis e vicino al popolo, interpretando in pieno il nazionale-popolare a cui il filosofo sardo aspirava, ma miseria e porte sbattute in faccia lo spinsero a dovere accettare delle proposte totalmente contrarie ai suoi ideali di giornalista e cittadino, alla fine esasperato e capace di scaraventare l’industriale in piscina con uno schiaffone, dopo essere stato dileggiato sotto gli occhi della moglie anche per aver fatto pubblicare, nelle pagine di un giornale di proprietà del suo “padrone”, le foto di una rivolta di braccianti calabresi al posto di quelle di un gala di nobili.

Bracci: «Chi le ha dato l’ordine di pubblicare queste fotografie?»

Magnozzi «Ah, c’è stato un fatto di sangue in Calabria, lei era assente da Roma e io mi sono permesso di telefonare al giornale a suo nome»

Bracci: «Ma come, lei si permette di togliermi un paginone di principi e ci mette delle fotografie di braccianti calabresi»

Magnozzi: «Scusi commendatore se insisto, ma a me sembra che oggi la gente si sia stancata di vedere pubblicata sui giornali tutte queste feste di principi e principesse»

Bracci: «Chi gliel’ha detto a lei?».

Magnozzi: «E chi me lo deve dire? Le ricordo commendatore che io sono un giornalista».

Bracci: «Lei era un giornalista, adesso non lo è più, lei è uno dei miei segretari e per questo la pago profumatamente. In secondo luogo, le dico che lei è anche un cretino»

Magnozzi: «Perché commendatore?»

Bracci: «Perché se dal mio giornale, guadagno del denaro, è proprio perché pubblico delle fotografie di principi, non quelle dei suoi braccianti. […] E allora non prenda mai più iniziative, dimentichi di essere stato un giornalista, dimentichi di avere delle idee personali e faccia soltanto quello che dico io».

Dal film Una vita difficile, di Dino Risi, 1961

Una vita difficile di Dino Risi, 1961
Una vita difficile di Dino Risi, 1961

In questo film, gli attori sono impeccabili, a partire da Alberto Sordi per arrivare a Claudio Gora, ma l’aspetto che più dovrebbe far riflettere è cosa possa diventare il giornalismo. Le accuse lanciate a priori nei confronti dei giornalisti visti al pari di una categoria monolitica sono da ignoranti (nel senso proprio di ignorare l’argomento), così come la mancata cognizione della differenza fra cronista e “uomo di idea”, che rientrano nella categoria di giornalisti, anche se molti sembrano non averne conoscenza (da qui l’uso del termine “ignoranza”).

In un articolo di qualche anno fa pubblicato su Homo Sum, intitolato Ridare peso agli intellettuali impegnati per combattere l’ignoranza e avvicinarli agli italiani (che consiglio di rileggere perché la mia idea non è cambiata da allora), scrissi:
«Già nel secolo scorso un intellettuale come Giuseppe Prezzolini restava colpito da come il giornalismo moderno fosse caratterizzato dal prevalere dell’interesse per la notizia piuttosto che dall’analisi della causa e di come il cronista o l’uomo scoop fosse tenuto più in considerazione rispetto all’uomo di idea che scriveva l’articolo di fondo, situazione resa ancor più drammatica oggi con il fruitore medio assimilabile a un divoratore di notizie piuttosto che ad un fruitore di contenuti».

In un capitolo de Il secolo dei media di Peppino Ortoleva, dov’è illustrata tale posizione di Prezzolini, viene citato anche Alexis de Tocqueville (non uno pseudo-intellettuale che confonde l’atteggiamento aggressivo/convinto e una buona capacità dialettica con la cultura o l’intelligenza), il quale, ne La democrazia in America, spiega in cosa potesse consistere il giornalismo. Se nel primo libro (1830), accostava lo spirito del giornalista allo: «stimolare grezzamente, senza garbo né arte, le passioni del suo pubblico, nel trascurare i princìpi per impadronirsi degli uomini, seguirli nella vita privata e metterne a nudo le debolezze e i vizi»; nel secondo libro dell’opera, assimila il giornalismo ad un’ancora di salvezza della società, una sorta di collante per la coesione sociale.

Di conseguenza, da qui dovrebbe partire una riflessione logica sulla potenza di questo mezzo, che può essere utilizzato per far passare l’interesse di pochi come un’esigenza di tutti o per informare correttamente i cittadini sui fatti, rendendoli davvero consci dei propri diritti e doveri, a cui possono essere sensibilizzati senza terrorismi o mistificazioni. Al pari di qualsiasi arma, il giornalismo può essere usato bene o male e quando parlo di “arma”, penso alla similitudine fra fucile e “penna” di sciasciana memoria, per indicarne le potenzialità. E difatti tutte le armi, così come le battaglie o le guerre, possono essere usate e scatenate in modo spropositato e criminale per l’interesse di pochi, o per salvare e difendere democraticamente la collettività, in particolare la parte sana e gli strati più deboli della società, che, senza una cultura e un’informazione efficiente e adeguata, potrebbero essere manipolati da Fake News o aizzati gli uni contro gli altri per scopi tutt’altro che nobili, lontani dalla ricerca del bene comune che dovrebbe stare al centro della Res Publica.

Per intenderci, a parte le brevi e riportare veline o comunicati stampa pre-confezionati, il giornalismo (in cui spesso, al pari di altri settori, manca il principio della colleganza) non può limitarsi solo a dare notizie di cronaca parziali, senza analizzare il contesto globale in cui l’evento si svolge, ma si deve stringere attorno a quei cronisti o ai pochi intellettuali rimasti che agiscono per sensibilizzare al miglioramento della realtà in cui viviamo, nel senso gramsciano del termine, a prescindere dalla paga e dalle simpatie politiche. Spesso dileggiati, minacciati (in vari modi) e calunniati, attorno a essi viene fatto il vuoto solo perché puntano a portare alla luce verità “scomode”, anche imbarazzanti per un sistema consolidatosi nel tempo, che può vedere l’omertà e la macchina del fango utilizzate (se non contro avversari) contro i ceti meno abbienti o comunque contro le fasce più deboli della popolazione (non solo sotto il profilo economico), le quali, pur di sopravvivere partecipano a una guerra fra poveri da cui non ne escono né liberi (es. voto di scambio), né tantomeno vincitori.

Dimenticando cos’è lo Stato di diritto, si tornerà sempre più a un’impostazione di tipo feudale, verticistica, in cui l’homo homini lupus rischia di stritolare sempre più i dimenticati e coloro i quali riescono a malapena a sopravvivere, magari costretti all’illegalità per la mancanza di alternative, a chinare il capo di fronte al potente o ad exploits di violenza non voluta, che si potrebbero però evitare con una differente redistribuzione della ricchezza.
Il giornalismo in toto, quindi non solo la cronaca pura, e i liberi pensatori dovrebbero guardare anche a questo, perché, insieme al senso di umanità non ad orologeria (termine coniato per questo blog), restano fra i pochi mezzi per salvare questa società, non escludendo nessuno. In caso contrario, davvero le funzioni e gli obiettivi dell’intellettuale sarebbero ancorati a quelli che già Antonio Gramsci aveva così descritto ne La questione meridionale, riferendosi al suo ruolo di intermediario e sorvegliante dei proprietari terrieri e dei grandi gruppi economici:

« […]  Il suo unico scopo è di conservare lo statu quo. Nel suo interno non esiste nessuna luce intellettuale, nessun programma, nessuna spinta a miglioramenti e progressi».

23/04/2020 – © Francesco Carini – tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione anche parziale.

One Reply to “Signore e signori, è Una vita difficile. Riflessioni su giornalismo e intellettuali in una società diseguale
Il giornalismo può essere un’ancora di salvezza, nonostante possa essere influenzato da: ritorsioni, diseguaglianze e potere politico ed economico. Risi e Germi lo mostrano in due capolavori

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error: © Francesco Carini - tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione anche parziale