Di mobbing, bossing e straining si può morire: difendersi è un dovere. Parola all’esperto
Dall’università alle fabbriche, dalle scuole alle multinazionali, mobbing e straining costituiscono gravi minacce all’integrità psicofisica dei lavoratori

Di mobbing, bossing e straining si può morire: difendersi è un dovere. Parola all’esperto
Dall’università alle fabbriche, dalle scuole alle multinazionali, mobbing e straining costituiscono gravi minacce all’integrità psicofisica dei lavoratori

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mobbing

di Francesco Carini

Il mobbing (dall’inglese to mob, trad. assalire), secondo la sentenza n. 119 del tribunale di Pinerolo, Sez. lav. del 3 marzo – 2 aprile 2004, consiste:

«[…] in una condotta vessatoria, reiterata e duratura, individuale o collettiva, rivolta nei confronti di un lavoratore ad opera dei superiori gerarchici (Mobbing verticale) e/o colleghi (Mobbing orizzontale) oppure anche di sottoposti nei confronti di un superiore (Mobbing ascendente); in alcuni casi si tratta di una precisa strategia aziendale finalizzata all’estromissione del lavoratore dall’azienda (Bossing)».

Ad oggi il Mobbing (che secondo le teorie del dott. Leymann si sviluppa in 4 fasi) rappresenta uno fra i più importanti problemi della nostra società, sempre più caratterizzata dalla precarietà e dalla diseguaglianza fra chi ha e chi non ha, fra chi comanda e chi è costretto ad obbedire per mantenere una posizione lavorativa spesso tutt’altro che invidiabile, ma necessaria alla sussistenza, trovandosi magari in competizione con pari grado che possono, con varie tecniche, far di tutto per “eliminare” dalla corsa colleghi per diversi motivi, comprese invidie personali o la tutela del proprio posto in caso di possibili tagli (difatti, il mobbing ascendente, cioè perpetrato verso un superiore, rappresenterebbe una “rarità” rispetto a quello orizzontale o verticale).

Naturalmente le cause non sono solo queste, ma le conseguenze di determinate azioni del mobbing (e del bossing) si possono rivelare letali. Non essendoci ancora una legislazione precisa, è sicuramente difficile ottenere giustizia.
L’avvocato Achille Befumo, esperto in diritto del lavoro, dichiara:

«Il mobbing ad oggi non è un reato autonomo.
Gli atti di mobbing possono anche costituire di per sé fatti puniti come reati (ad esempio: molestie, diffamazioni, minacce, violenze), così colui che ha posto in essere tali condotte, il cosiddetto “mobber”, potrà essere denunciato per averli commessi e subirà le conseguenze penali previste per la commissione di questi reati.
Sarà valutazione della persona offesa dal reato se costituirsi parte civile nell’instaurando procedimento penale e/o agire civilmente per il risarcimento del danno che questi atti hanno causato alla sua persona ledendone l’integrità fisica e psichica».

Dall’altro lato, anche lo straining (dall’inglese to strain: trad. mettere sotto pressione) può essere considerato un grave pericolo per la salute fisica e psichica della vittima. Ma cosa sono nello specifico il mobbing e lo straining?

L’argomento è stato già trattato qualche anno fa su Homo Sum nell’articolo Il mobbing e lo straining ai tempi della crisi, ma, in esclusiva, il prof. Harald Ege, psicologo e fondatore di Prima (associazione contro il mobbing e lo stress psico-sociale), che ha coniato e introdotto in psicologia del lavoro proprio il concetto straining, fa oggi chiarezza sull’argomento, soprattutto per ciò che concerne le conseguenze sul corpo e la psiche delle vittime.

Salve dott. Ege, in cosa differisce lo straining dal mobbing?

«Il mobbing è caratterizzato da azioni ripetute che lo possono configurare come una persecuzione sistematica, mentre con lo straining abbiamo una o poche azioni attive con conseguenze anche permanenti sul posto di lavoro.
Lo straining può essere legato anche ad una singola azione, il cui effetto si protrae per più di 6 mesi, mentre il mobbing è legato a vessazioni ripetute nel tempo.
Tutto ciò è legato in ambito lavorativo, in altri potremmo parlare di stalking».

Atteggiamenti quali lo sminuire nel tempo i meriti o le capacità di un collega o un sottoposto, facendogli perdere certezze e sicurezza fino ad indurli in banali errori, rientrano nel mobbing o nello straining?

«Si, certamente».

La sentenza della Corte di Cassazione n. 18164 del 10 luglio 2018 identifica lo straining come “una forma attenuata di mobbing”. Cosa ne pensa a riguardo? È una definizione esatta?

«No, non si tratta di mobbing attenuato perché può anche essere peggio. Può risultare molto più pericoloso del mobbing. Nello straining la vittima subisce quotidianamente le conseguenze dell’azione scatenante, mentre nel mobbing è diverso. Comunque, in linea molto generale, sotto l’aspetto penalistico il mobbing è più grave, mentre sotto l’aspetto civilistico lo è lo straining».

Le ripercussioni sulla salute sono differenti? E quali sono le problematiche sviluppatesi?

«No, quelle sono uguali. Si può andare da gravi disturbi psicosomatici, dall’ansia, alla depressione, dai disturbi dell’adattamento, agli attacchi di panico, a problemi di altro genere, fino ad arrivare nei casi più gravi al suicidio.
Ho anche avuto 2, 3 casi di vedove che mi hanno portato il diario dei defunti, con cui si è riusciti a ricostruire il quadro, anche se sono rarissimi i casi, perché la maggioranza delle vittime non ha un diario. Le persone possono giungere a un tale stato di esasperazione da arrivare a questo gesto estremo».

È difficile riconoscere mobbing e straining a livello legale?

«Come in ogni cosa ci vogliono delle prove, e spesso le testimonianze vengono da ex colleghi (andati in pensione ecc…), che hanno senz’altro meno da perdere».

Pertanto, in un mercato del lavoro in crisi o caratterizzato dalla precarietà, fenomeni quali bossing, mobbing e straining possono aumentare? C’è molta omertà da parte dei possibili testimoni?

«Certamente».

Sul sito dell’associazione Prima, si parla di una correlazione di mobbing e straining con il “disturbo post traumatico da amarezza”. Può dirci in cosa consiste e come si correla a mobbing e straining?

«La continua frustrazione delle persone sul posto di lavoro può portare a questo disturbo, che può accompagnarsi a quello classico di disturbo post-traumatico. Vede, un errore molto comune da parte di medici e avvocati è che definiscono il problema in base alla malattia, ma questo non si dovrebbe fare, perché prima si deve vedere cosa l’ha causato e dopo valutare le conseguenze. Non posso vedere la testa dalla conseguenza. Molti pensano: “Ah, lui è depresso, quindi subito mobbing”, che è una grande stupidaggine. Io posso essere depresso per miliardi di motivi. Quindi, io prima analizzo il caso e vedo cosa è successo e poi guardo al quadro clinico della persona, non il contrario, come fanno invece molti medici.
Ogni tipo di persona ha un comportamento, ma chi arriva da me si è reso conto che ha un problema da risolvere e vuole farmi partecipe della sua situazione, poiché ha bisogno di aiuto e mi dice in che maniera».

In riferimento alle scuole e soprattutto all’ambiente universitario, dove spesso si parla di “baronaggio”, sono assimilabili al mobbing e allo straining azioni quali: umiliare in pubblico o nel privato studenti o giovani ricercatori, non rispondere mai alle mail di alcuni, escluderli da determinate attività o rendere difficile/impossibile la loro carriera fino a ridurli ad esseri sempre più fragili, frenando o facendo loro abbandonare nella migliore delle ipotesi studi e ricerche? O si tratta di altro?

«In ogni ambiente lavorativo possono ripetersi gli stessi fenomeni, pertanto anche in: università, Asl, piccole aziende, multinazionali o altre realtà con cui si è legati da un contratto di lavoro. Nel caso di studenti non si può parlare di mobbing e straining, ma si può parlare di bullismo, anche se commesso dai docenti».

Quindi, in questo caso il bullismo può essere “assimilato” a grandi linee al bossing, ma dove non c’è un rapporto di lavoro?

«Si, esatto».

Visto che le conseguenze possono essere letali, come può difendersi la vittima di mobbing e straining, che può essere bloccata a livello emotivo?

«Noi facciamo un corso di auto-difesa verbale ad esempio: imparare a rispondere adeguatamente. Questo può essere molto importante ad esempio nel caso di aggressioni verbali o di offese».

Quali sono le cifre che riguardano mobbing e straining in Italia e all’estero?

«Non si può indicare una cifra ben precisa. In Italia si può parlare di una cifra riferita alla popolazione attiva pari al 2% per il mobbing e il 4% per lo straining.
Poi, a livello internazionale è ancora più complicato, dal momento che in ogni paese vengono presi in considerazione parametri specifici: in Francia, dove l’attenzione al fenomeno è forte, ad esempio si evidenzia l’aspetto psichiatrico; mentre in Inghilterra, dove si pone più attenzione a quello economico, secondo uno studio, si parla addirittura di un fenomeno che coinvolge il 16% della popolazione.
Naturalmente non si deve confondere la necessità dell’azienda a utilizzare una risorsa per degli obiettivi legittimi, con quello di atteggiamenti riconducibili al mobbing o allo straining».

Come si può evincere dall’intervista, siamo davanti ad un pericolo per la società, soprattutto per le fasce della popolazione più fragili sotto il profilo economico.
Ieri, 20 febbraio, è stata la giornata mondiale della giustizia sociale, e proprio alfine di combattere per questo valore, ci si dovrebbe cominciare a opporre in modo sempre più forte a situazioni che vedono colleghi e superiori in qualità di carnefici, spesso non palesemente, ma anche con angherie a intensità più bassa, nel tempo, ma non meno distruttive per la salute psico-fisica della vittima. Attorno ad essa può essere fatta terra bruciata o la stessa può essere letteralmente distrutta nella reputazione in via preventiva da superiori o pari grado, ma che, comunque, pur di restare in un ambiente, non di rado si trova costretta a “strisciare” (cit.), non potendo rivendicare i propri diritti di essere umano, dal momento che rischia importanti ritorsioni che ne mettono a repentaglio sussistenza e/o carriera.

Difatti, l’avvocato Achille Befumo specifica:
«Ho trattato molti casi ma pochi sono sfociati in azioni giudiziarie civili o penali, in quanto vi sono difficoltà qualora non ci siano sufficienti prove documentali a dimostrare la condotta lesiva solo con testimoni, i quali spesso sono colleghi di lavoro che in costanza di rapporto lavorativo difficilmente potrebbero dare un supporto adeguato alla vittima. Gli strumenti a disposizione del lavoratore sono innanzitutto le testimonianze dei colleghi o di chi, essendo presente sul luogo di lavoro, è in grado di dichiarare l’evidenza del mobbing.
Non sempre però i colleghi sono disposti a testimoniare, specie nelle ipotesi di mobbing posto in essere dal datore, in quanto è comprensibile il timore di ritorsioni da parte di quest’ultimo.
Quindi è necessario ricercare altre fonti di prova come ad esempio tutte le possibili comunicazioni tra il dipendente vessato e l’autore del mobbing (email, lettere, sms dal cui contenuto si evince l’intento di persecuzione psicologica, frasi offensive o intimidatorie).
Altra fonte di prova potrebbe essere la registrazione di conversazioni con il datore di lavoro o i colleghi, ma ci sono dei limiti alla utilizzabilità di queste prove.
Infatti secondo buona parte della giurisprudenza le registrazioni sono inutilizzabili in giudizio in quanto ledono la privacy dei soggetti inconsapevoli della registrazione stessa. Quindi si può facilmente capire come chi subisce il mobbing spesso ha un onere della prova particolarmente complesso».

Riconoscere e soprattutto combattere fenomeni quali mobbing e straining è complicato, ma certamente non impossibile. È soprattutto fondamentale per cercare di porre un argine a una guerra fratricida, che vede distruggere le vite di individui, oltre che il principio di colleganza e di solidarietà fra simili, non di rado per l’interesse o il piacere di pochi, che rovinano le esistenze di giovani e meno giovani che si stanno arrendendo o si sono già arresi, colpiti e distrutti nell’intimità, con ripercussioni irreparabili sul corpo e la psiche.

Secondo alcune testimonianze, in senso lato, si potrebbe parlare quasi di sadismo o sado-masochismo, dal momento che, in quest’ultimo caso, a volte i “carnefici” sono o sono stati vittime di comportamenti analoghi, aspetto che dovrebbe far porre più di una domanda sull’irrazionalità del male perpetrato attraverso questi fenomeni, che si spera diventino presto dei reati da perseguire e punire duramente, come dovrebbe essere in una società civile che si prende cura dei propri cittadini, soprattutto di coloro i quali si trovano costretti ad anteporre le preoccupazioni economiche o la speranza per un futuro migliore per sé e la propria famiglia, alla tutela della propria salute e dignità.

21/02/2020 – © Francesco Carini – tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione anche parziale.

One Reply to “Di mobbing, bossing e straining si può morire: difendersi è un dovere. Parola all’esperto
Dall’università alle fabbriche, dalle scuole alle multinazionali, mobbing e straining costituiscono gravi minacce all’integrità psicofisica dei lavoratori

  1. Grazie a giochetti del genere il 10 Agosto 2019 ho avuto il 2° infarto e mi hanno messo sei stents.
    Tutti sapevano ed erano a conoscenza dei miei precedenti problemi cardiaci ma l’Europa impone i tagli e chi resta deve essere sovraccaricato per evitare assunzioni. Puoi urlarlo ai quattro venti che ti verrà un altro infarto ma non ti ascolterà nessuno e quando, come nel caso mio, l’infarto è venuto diranno che la colpa è di tuoi, presunti, problemi psichiatrici. Nel mio caso, 18 mesi prima dell’infarto, il medico competente aziendale richiese una visita cardiologica ed una psichiatrica. La psichiatra evidenziò una Sindrome depressivo-ansiosa che: <> scrive la psichiatra nel referto, della visita, datato 22 Gennaio 2018.

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