38 anni fa veniva ucciso Pio La Torre: simbolo di un’attività politica e sindacale che ha combattuto davvero la Mafia
Nella sua attività con il PCI e la CGIL ha lottato a favore dei deboli contro crimine organizzato e malaffare, rappresentando un orgoglio non solo per una parte della Sinistra, ma per la Sicilia e l’Italia onesta

38 anni fa veniva ucciso Pio La Torre: simbolo di un’attività politica e sindacale che ha combattuto davvero la Mafia
Nella sua attività con il PCI e la CGIL ha lottato a favore dei deboli contro crimine organizzato e malaffare, rappresentando un orgoglio non solo per una parte della Sinistra, ma per la Sicilia e l’Italia onesta

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Pio La Torre
Pio La Torre (fonte foto: Wikipedia)

di Francesco Carini 

Oggi ricorre l’anniversario del barbaro assassinio di Pio La Torre, uno fra i più grandi Sindacalisti e Politici italiani (la maiuscola è voluta), che si è opposto alla Mafia sin da giovane, quando si schierò a favore dei braccianti agricoli per l’applicazione dei decreti Gullo, in virtù di cui i terreni non o mal coltivati potevano essere assegnati ai contadini, la maggior parte dei quali vivevano in stato di miseria. Poco più che ventenne, il politico fu detenuto per più di un anno in galera fra il 1950 e il 1951 per eventi connessi alla sua partecipazione e alle manifestazioni in favore dell’occupazione delle terre.

Protagonista di battaglie di civiltà per 30 anni, prima come sindacalista CGIL e poi come deputato del PCI, fu artefice dell’introduzione del 416/bis nel codice penale (quindi del reato di associazione per delinquere di stampo mafioso), promulgato con la legge 646 del 13 settembre 1982 (quasi 5 mesi dopo la sua morte), sulla base di una sua proposta risalente al 31/03/1980, come si evince anche dal sito dell’Archivio Pio La Torre.

Ovviamente ci troviamo di fronte all’ennesima situazione in cui l’impegno civile e politico, quello vero, si paga con la vita. Come hanno fatto in molti si sarebbe potuto girare dall’altra parte, ma ha scelto un’altra strada e la Mafia ha agito vigliaccamente, uccidendo una persona seria, oltre che uno fra i pochi galantuomini rimasti in Italia, seguendo un leitmotiv ben consolidato, partito con omicidi eclatanti quali quelli di Emanuele Notarbartolo, passando per vicende meno conosciute come quella che ha visto coinvolto Pasquale Almerico negli anni ’50 (rimasto isolato prima di essere trucidato), fino ad arrivare prima a Peppino Impastato e successivamente a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (solo per citare alcune vittime).

Adesso c’è un grande timore che la mafia possa rialzare la testa in seguito al blocco delle attività dovute al Covid-19 e al conseguente aumento delle povertà, ma verosimilmente la Piovra non ha mai abbassato la guardia, si è semplicemente nascosta e ha spostato negli anni i suoi interessi, agendo come al solito con una logica di collusione e assimilazione con strati della politica e della società civile, compiacenti o impauriti, proprio perché la criminalità organizzata può muoversi terrorizzando o facendo terra bruciata attorno a chi la combatte in grande o in piccolo, celando le sue attività, lecite o illecite, anche dietro un viso bonario, una comunicazione efficace (anche via social) o muovendosi in quella che viene definita area grigia” o “borghesia mafiosa, che magari partecipa alle commemorazioni delle vittime della criminalità organizzata o condivide le loro foto sui social senza ritegno, lucrando e guadagnando dalla fame, sia da lavoro che non, come già ampiamente discusso lo scorso anno in un articolo riguardante il primo maggio o su questo incentrato su Pippo Fava.

Parlando di mafia e diseguaglianza, un connubio che va a braccetto, dal momento che la prima, come i parassiti, sfrutta i secondi, vengono in mente due episodi della storia, spesso dimenticati, citati in altrettanti articoli pubblicati su Homo Sum, in cui l’anelito alla libertà e alla giustizia sociale dei più deboli è stato soffocato nel sangue.
Il primo estratto fa parte di questo articolo:

Mentre è stata combattuta la mafia militare, è stato invece fatto molto di meno per ciò che concerne quella in grado di determinare attraverso la politica e la finanza le sorti di uno o più paesi, che, nei secoli precedenti, in ambiente agrario, si rafforzò anche (non solo) attraverso una compenetrazione degli interessi di grandi proprietari terrieri, notabili e campieri, in una commistione di poteri in cui mandanti, intermediari ed esecutori hanno agito impunemente, o quasi, allo scopo di rinforzare le proprie posizioni ai danni della collettività, in particolare dei ceti meno abbienti.
Al contrario, movimenti quali quelli dei Fasci Siciliani dei Lavoratori, furono repressi, nonostante gli incoraggianti risultati riportati dallo storico Salvatore Francesco Romano nel suo Storia della Mafia (1963), e che vedevano una diminuzione della criminalità nelle zone in cui i lavoratori erano appunto organizzati democraticamente.

Ma queste iniziative durarono poco sia per una volontà politica con direttive che partirono dal governo centrale di Roma, che per l’azione delinquenziale di disturbo determinate da gruppi mafiosi locali e guardie campestri come accadde fra il 1893 e il 1894 a Lercara Friddi e Gibellina, con la doppia azione di sicurezza pubblica e privata che a Giardinello culminò in una strage che vide la morte di sette manifestanti (contadini) colpiti da due “fuochi”, come confermato dal rapporto dell’allora ispettore Gervasi. Continui tentativi di delegittimazione e tattiche propriamente terroristiche fecero fallire questo esperimento democratico che partiva dal basso, determinando anche l’arresto e la condanna di veri galantuomini quali Nicola Barbato, mentre per l’eccidio di Giardinello fu assolto per insufficienza di prove Girolamo Miceli, capo delle guardie campestri che fecero fuoco sulla folla di contadini, a detta del Romano, nonostante l’esistenza di alcuni rapporti dei carabinieri.
Nulla doveva cambiare nelle relazioni di potere, e, come ha scritto Roberto Scarpinato relativamente all’Italia del XIX secolo nel suo Il ritorno del principe:

«Tutta la ricchezza era concentrata in un ristretto numero di famiglie; al posto della cultura dei diritti esisteva quella dell’elemosina e del favore, uno statuto di cittadinanza era semplicemente inconcepibile».

Il secondo estratto invece è parte di quest’altra pubblicazione:
«Facendo per un momento un excursus, gli interessi di mafia e politica si sono quasi sempre intrecciati per favorire i privilegi dei ceti più abbienti e bloccare alla base i movimenti che aspiravano alla sacrosanta lotta per i propri diritti, vero motore della della civiltà.
Ad esempio, come racconta Michele Pantaleone nel suo Mafia e politica, nel 1945 la principessa Giulia Florio D’Ontes nominò il boss Calogero Vizzini quale «utile gestore» del feudo Micciché, alfine di “gestire” i rapporti con i contadini della cooperativa “Libertà”, i quali chiedevano l’esproprio delle terre (mal coltivate o incolte) in base a fondamenti giuridici ben precisi (leggi del 13/02/1933 e del 2 gennaio del 1940). Stando al racconto di Pantaleone, questa pratica fu dapprima bloccata in prima persona dal commissario per la Sicilia on. Salvatore Aldisio e poi del tutto archiviata. Ma, nonostante l’ostruzione della politica, si legge che i contadini continuarono a combattere fino a quando, stando sempre al Pantaleone:

«Don Calò si diede a consigliare i contadini con la consueta cortesia, convincendoli di lasciare perdere e di preoccuparsi della loro salute».

Lo stesso padrino era direttamente coinvolto nella famosa strage di Villalba del 1944 (raccontata da Carlo Levi nella prefazione di Mafia e politica), quando anche il futuro onorevole Girolamo Li Causi rimase ferito con altre 14 persone, in un comizio che era stato proibito da Vizzini in persona, nel quale Li Causi incoraggiava i braccianti a reclamare i loro diritti proprio sul feudo Micciché.
Pertanto, si è assistito ad un ordine mafioso creatosi nei secoli, illegale, che, attraverso il terrore, è riuscito a fare in modo che nulla dovesse cambiare nella scala gerarchica siciliana, fino a quando le vecchie aristocrazie e i ceti più abbienti sono stati in molti casi scalzati direttamente dai mafiosi, passando a loro volta da beneficiari a vittime.

Proprio nel controllo e nel soffocamento delle forze vitali della società, sta il vile potere della mafia, sia la “militare” che quella “bianca”».

Così, pensando alle lotte agrarie a cui hanno preso parte eroi quali Placido Rizzotto e, appunto, Pio La Torre (ucciso il giorno prima dell’1 maggio, festa dei lavoratori), tese a rivendicare i diritti delle fasce svantaggiate della popolazione, dovrebbe venire in mente il pericolo di una diseguaglianza crescente e di un Welfare debole, sfruttato dalla Mafia, il cui interesse finale è sempre stato quello di sottomettere coloro i quali hanno avuto la sfortuna di averci a che fare, giocando sullo stato di bisogno, sulla paura o anche sugli interessi degli interlocutori, cercando di entrare nelle maglie del potere, senza mai sovvertirlo o destabilizzarlo completamente se non a proprio vantaggio, oggi, come nei secoli scorsi attraverso le armi del terrore e della violenza, sia fisica che psicologica.

«Tutti a dire della rabbia del fiume in piena e nessuno della violenza degli argini che lo costringono».
Bertold Brecht

30/04/2020 – © Francesco Carini – tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione anche parziale.

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Nella sua attività con il PCI e la CGIL ha lottato a favore dei deboli contro crimine organizzato e malaffare, rappresentando un orgoglio non solo per una parte della Sinistra, ma per la Sicilia e l’Italia onesta

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