Un uomo da bruciare. La lotta alla mafia di Salvatore Carnevale fra cinema e realtà
Nel 1962, Gian Maria Volonté interpretò il ruolo di Salvatore Carnevale (ucciso dalla mafia) nel film dei fratelli Taviani e Valentino Orsini, portando ulteriormente alla ribalta la vicenda, già nota anche grazie al romanzo "Le parole sono pietre" di Carlo Levi

Un uomo da bruciare. La lotta alla mafia di Salvatore Carnevale fra cinema e realtà
Nel 1962, Gian Maria Volonté interpretò il ruolo di Salvatore Carnevale (ucciso dalla mafia) nel film dei fratelli Taviani e Valentino Orsini, portando ulteriormente alla ribalta la vicenda, già nota anche grazie al romanzo "Le parole sono pietre" di Carlo Levi

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A sinistra, Salvatore Carnevale. A destra, Gian Maria Volonté in "Un uomo da bruciare" di Valentino Orsini, Paolo e Vittorio Taviani, 1962
A sinistra, Salvatore Carnevale. A destra, Gian Maria Volonté in Un uomo da bruciare di: Valentino Orsini, Paolo e Vittorio Taviani, 1962

di Francesco Carini

Turiddu avia li jorna cuntati,
ma ‘ncuntrava la morti e ci ridía,
ca videva li frati cunnannati
sutta li pedi di la tirannia,
li carni di travagghiu macinati
supra lu lippu a farine tumía,
e suppurtari nun putía l’abbusu
di lu baruni e di lu mafiusu 
                         

(Da Lamentu pi la morti di Turiddu Carnevali, del poeta Ignazio Buttitta).

Una pagina triste per la storia della Repubblica italiana è la vicenda che riguarda il sindacalista Salvatore Carnevale, non solo perché è legata a un delitto, ma soprattutto perché si tratta di un delitto di mafia che non ha mai ricevuto giustizia.
Per il suo omicidio, in prima istanza, con processo svoltosi presso il tribunale di Santa Maria Capua Vetere, furono condannati a vario titolo: Giorgio Panzeca, Antonio Mangiafridda, Luigi Tardibuono e Giovanni Di Bella. Ma i verdetti furono ribaltati in appello e cassazione, in processi epici che videro coinvolti due futuri presidenti della Repubblica: Sandro Pertini (insieme a Nino Sorgi e Nino Taormina) come avvocato di parte civile e Giovanni Leone fra i difensori degli imputati.

Turiddu”, come lo chiamavano, era poco più che trentenne quando fu assassinato vigliaccamente il 16 maggio 1955 a Sciara (PA) (“feudo” della principessa Notarbartolo, sui cui terreni lavoravano agricoltori, ma anche campieri e guardiani legati alla Mafia). Agli inizi degli anni ’50 aveva fondato la sede locale del partito socialista e partecipato alle lotte legate all’occupazione delle terre da parte dei contadini che vivevano in miseria. Dopo un breve periodo passato in prigione a causa della sua azione politica (occupazione delle terre nella località Giardinaccio nel ’51) e un trasferimento per lavoro a Montevarchi successivamente, stavolta, nel ’55, aveva organizzato i lavoratori di una cava di pietra per scioperare a favore della giornata lavorativa di 8 ore (invece che 11) a parità di stipendio. L’azienda appaltante era la Lambertini di Reggio Emilia, ma i terreni erano di proprietà dei Notarbartolo.

Da quanto riporta Umberto Ursetta nel suo interessante libro Salvatore Carnevale – La mafia uccise un angelo senza ali (dove ricostruisce la vicenda giudiziaria), nella manifestazione era riuscito a coinvolgere 30 operai su 72, facendo arrivare il giorno successivo una pattuglia di carabinieri, uno dei quali (un maresciallo), stando a una dichiarazione del testimone Russo al giudice istruttore, disse al Carnevale: «tu sei il veleno degli operai». Pertanto, il ragazzo che prendeva le difese dei lavoratori mal pagati e sfruttati, a detta di un esponente delle forze dell’ordine, ne rappresentava invece un handicap. Ragionandoci, poteva invece essere assimilato a un farmaco salvavita per i ceti meno abbienti e un veleno per un sistema fondato su omertà, violenza e privilegi. Questo sì, ma non il contrario.

Salvatore era un giovane sveglio, che avrebbe potuto anche far comodo alla Mafia, ma aveva a cuore i diritti dei lavoratori e dei deboli, e stava dalla loro parte. Davanti a lui c’erano tre vie: schierarsi con la “montagna di merda”, tacere e fare finta di non vedere o schierarsi contro il primo e, di conseguenza, il secondo elemento.
Come scrive Carlo Levi nella terza e ultima parte de Le parole sono pietre (in cui fa riferimento a Francesca Serio, madre della vittima), a Salvatore avevano offerto più di una volta benefici economici invitanti se avesse lasciato politica e attività sindacali, sin dalle prime manifestazioni fino a pochi giorni prima di essere assassinato, ma non cedette mai. Non glielo permettevano né l’orgoglio di ragazzo cresciuto senza un padre, né i suoi valori. La sua onestà e rettitudine gli fecero dire di no alla Mafia, sin da quando attraverso l‘applicazione della legge ottenne la spartizione dei raccolti di olive (60% agli agricoltori/raccoglitori e il 40% alla principessa Notarbartolo), che fino ad allora, in quell’angolo d’Italia, erano andati per intero ai proprietari terrieri.

Per i pochi, Turiddu era un elemento negativo, mentre per migliaia di contadini era paragonabile alla fiamma di una torcia che guidava il loro cammino in un ambiente buio, caratterizzato da secoli di sottomissione, così, l’unico modo da parte dei mafiosi per rieducare alla tacita obbedienza i colleghi (intanto organizzatisi sotto la sua guida) era quella di ‘stutarlu (trad. spegnerlo), secondo una prassi ben consolidata che parte dalle esecuzioni di elementi scomodi quali Placido Rizzotto (1948) per arrivare a Pio La Torre (1982), passando per non sindacalisti come: Pasquale Almerico (1957), Peppino Impastato (1978), Pippo Fava (1984), Giancarlo Siani (1985), Giovanni Falcone o Paolo Borsellino (1992), solo per citarne alcuni.

Il giorno prima del vile omicidio, in un comizio avrebbe dovuto fare i nomi di coloro i quali lo avevano minacciato e ne volevano la morte, ma quel comizio non si tenne a causa dei festeggiamenti per il santo Patrono. Stando al racconto di Levi, al quale un giovane nobile siciliano aveva dichiarato che di Carnevale aveva sentito parlare come di un soggetto violento ed esaltato (alla cui morte quindi si aggiunge la calunnia e il tentativo di infangarne nome ed operato secondo una prassi ben consolidata), Francesca Serio disse che, all’ultima minaccia subita, il figlio le riferì di aver risposto:

«[…] quando hanno ammazzato me, hanno ammazzato a Gesù Cristo».

In effetti, ripensando a Il vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, e di conseguenza alle parole di Cristo, viene da pensare agli scribi e ai farisei che condannarono un innocente solo perché stava portando un’autentica rivoluzione nel modo di pensare delle classi meno abbienti di Sciara e dintorni, che, seppur da povero, non aveva ceduto né a lusinghe né a compromessi, rappresentando un pericolo per il violento ordine e le gerarchie costituite nel tempo a causa dei silenzi di popolazione civile e di taciti accordi fra potere e crimine organizzato.
Effettivamente è tragicomico pensare che Carnevale fosse considerato un violento pur combattendo contro la violenza mafiosa, mentre omertosi, manutengoli e criminali vicini alla Mafia o essi stessi mafiosi fossero considerati galantuomini, o addirittura inseriti all’interno delle istituzioni (non solo come esponenti politici di partiti o movimenti). Come già indicato in questo spazio qualche settimana fa, si può riflettere su un dato fornito dalla Commissione Antimafia e pubblicato sulla rivista Meridiana nel 1990 in un articolo a firma di Paola Monzini e Chiara Lupani, in cui si fa riferimento a numeri inquietanti in Sicilia:

«nel periodo che va dal 1947 al 1968, 8.237 delle 8.887 persone che sono entrate alle dipendenze della Regione sono state assunte senza concorso, e cioè sulla base di segnalazioni e di rapporti di amicizia e di fiducia. Inoltre sono state assunte persone condannate per vari reati di ogni genere, parenti di mafiosi o addirittura mafiosi stessi».

La sua storia non è solo drammatica, è qualcosa in più, perché costituisce la metafora di coloro i quali cercano di opporsi ad un fenomeno sedimentato negli anni, che unisce violenza simbolica (per citare Pierre Bourdieu) alla violenza fisica vera e propria, garantendo un ordine fondato sul terrore. E Salvatore era una mina vagante proprio perché aveva il fuoco dentro di chi voleva cambiare le cose facendo rispettare le regole, senza però diventare né bandito, né connivente con la “Piovra”. Era proprio un angelo, come lo definì Ignazio Buttitta, e, al contempo, un “uomo da bruciare” (al pari di altri sindacalisti di cui si è cercato per anni di far perdere la memoria, in quanto elementi pericolosi per l’equilibrio sedimentatosi su privilegi di pochi e criminalità organizzata), ma la letteratura, anche recentemente, e il cinema non si sono dimenticati di lui.

Gian Maria Volonté, nel ruolo di Salvatore Carnevale, in "Un uomo da bruciare" di: Valentino Orsini, Paolo e Vittorio Taviani, 1962
Gian Maria Volonté, nel ruolo di Salvatore Carnevale, in Un uomo da bruciare di: Valentino Orsini, Paolo e Vittorio Taviani, 1962

Così, come già fatto da Carlo Levi nel 1955, il sodalizio costituito da Valentino Orsini e i fratelli Taviani portò la storia di “Turiddu” sul grande schermo nel 1962, assicurandosi con il film Un uomo da bruciare, alla XXIII edizione del Festival di Venezia, una menzione della giuria per il Premio “Opera Prima” e altri tre riconoscimenti, fra cui quello della giuria, in un periodo in cui ancora (per poco) lo scontro e la conflittualità sociale non erano molto raffigurate nel cinema italiano, come sottolineato dal prof. Gian Piero Brunetta nel suo volume Il cinema italiano contemporaneo.
Il punto di forza del lungometraggio è quello di coniugare il realismo che mette in evidenza l’asprezza del contesto raccontato con un approccio epico-lirico in grado di far rivivere allo spettatore il tremendo dramma che ne percorse soprattutto l’ultimo periodo della vita di Turiddu, con un processo di “partecipazione affettiva” (citando il meccanismo connesso al cinema descritto da Edgar Morin). Salvatore è stato interpretato da un magistrale e giovane Gian Maria Volonté, che è riuscito a imprimere nello spettatore l’immagine della vitalità di un ragazzo geniale ed onesto, oltre che una vittima sacrificale del movimento operaio e sindacale, conscio di quello che gli sarebbe capitato, ma che va incontro al suo destino con passo eroico.

Il film, per esigenze artistiche, non segue in modo perfetto la realtà (difatti molti fatti e quasi tutti i personaggi principali non vi hanno riferimento), anche se rende molto bene l’idea del contesto in cui si é sviluppata la vicenda. Seppur abbia sacrificato la sua vita per i colleghi, Salvatore “cantava anche fuori dal coro” (usando un termine utilizzato nel film), per molti di noi nel senso positivo del termine, dal momento che era in grado di prendere decisioni a prescindere da delegazioni o comitati centrali, riuscendo appunto nell’impresa di convincere decine di lavoratori a scioperare per i propri diritti.
Il film si avvalse della collaborazione di Ignazio Buttitta per l’adattamento dei dialoghi in siciliano e vide la partecipazione di attori di spessore quali: Turi Ferro (don Vincenzo), Alessandro Sperlì (don Carmelo) e soprattutto Spiros Focàs (nel ruolo di Jachino, anche se resterà più famoso per la parte di Vincenzo Parodi in Rocco e i suoi fratelli).

"Un uomo da bruciare" di Valentino Orsini, Paolo e Vittorio Taviani, 1962
Da sinistra: Turi Ferro, Spiros Focàs e Gian Maria Volonté in Un uomo da bruciare di Valentino Orsini, Paolo e Vittorio Taviani, 1962

Prima di ordinarne l’esecuzione, cercarono di lusingarlo in ogni modo, ma la grandezza del personaggio interpretato da Volonté sta proprio nel fingere di essere d’accordo con loro, costituendo invece il Cavallo di Troia all’interno del cantiere, rendendo consapevoli gli operai dell’importanza di ribellarsi per ottenere un orario ridotto a parità di salario.
Anche se non si fa riferimento a personaggi importanti realmente vissuti e coinvolti in qualche modo nella storia, altro aspetto straordinario sottolineato nella sceneggiatura (sempre di Orsini e dei Taviani) è il palese accenno a una rete non composta solo da mafiosi locali, bensì da ben altro, che lega la provincia siciliana alla capitale.

Dal dialogo fra Don Vincenzo (Turi Ferro) e Francesca (Lydia Alfonsi), è molto interessante sviscerare proprio tale punto. In un primo momento, il mafioso fa riferimento a un avvocato di Palermo, a cui dare conto per l’affare della cava:

«Carmelo assumerà la direzione dei lavori. Oh, purché l’avvocato non faccia confusione tra me e lui. Sii chiara… L’idea dell’appalto è mia. Tu assicura Palermo che ce la faremo con quel preventivo. La nostra manodopera farà 12 ore al giorno invece di 8».

Si comprende come qui stia la forza della mafia, nella spartizione di favori e cariche, oltre ad una rete oscura e forte. Subito dopo, lo stesso don Vincenzo, davanti alla possibilità che «l’avvocato non dovesse convincersi», e di essere dunque costretto a rivolgersi non più a un faccendiere del capoluogo siciliano, bensì a un parlamentare nella capitale, conclude: «La poltrona è a Roma, ma i voti sono a Palermo», a indicare come i due elementi siano inscindibilmente connessi.

Si fa pertanto cenno ad un asse che vede coinvolti: mafiosi, notabili e politici, aspetto che fa comprendere quanto sia stata importante la figura di Carnevale, un piccolo siciliano di provincia (citando Claudio Gioé, interprete di Salvo Vitale ne I cento passi), che si mise contro forze oscure che brancolano in zone d’ombra o delinquenti intenti a fermare il cammino del progresso: «Salvatore va fermato subito prima che gli altri ci vadano d’appresso» (Don Vincenzo, interpretato da Tuti Ferro in Un uomo da bruciare, 1962).

A tal proposito, tutto ciò ricorda per alcuni tratti la rete a cui fa riferimento Bernardino Verro (1866-1915) in una lettera a Napoleone Colajanni, riportata in Storia della Mafia di Salvatore Lupo:

«Avellone non è l’ispiratore o il mandante dell’attentato, ma è il deputato del collegio che deve rimanere ligio ai parenti e ai grandi elettori. Io stesso l’ho veduto nel caffè del Teatro Massimo a Palermo confabulare con Gaspare Tedesco, palermitano residente a Villafrati, dove la fa da capomafia e tenne nascosto il Giovanni Mancuso, uno dei due, quello che mi sparò e che poi fu sparato allorquando lo trasportarono alla clinica di Palermo tenuta dal prof. Giuffré, fratello del capomafia di Caltavaturo e consapevole dell’affittanza che provocò le mie fucilate. Che rete! Che matassa! […]».

I personaggi sono diversi, ma, appunto, la “Matassa” è sempre difficile da sciogliere. Più di una volta Turiddu fu avvertito e “consigliato”, ma la sua dignità di uomo non gli fece abbassare il capo e soprattutto nessuno riuscì a togliergli «quel chiodo dal cervello» (a cui fa riferimento il medico condotto nel film parlando con Barbara, interpretata da Didi Perego), che non lo dovrebbe inserire soltanto nel novero delle vittime di mafia, bensì dei miti giovanili, sperando che non ci sia ancora bisogno di martiri assassinati per far valere i propri diritti di cittadini ed esseri umani.

«No, mamma, mamma perdonatemi, non sono un figlio come gli altri. Ma io credo che qui ci sia bisogno di me, forse della mia morte»
(Gian Maria Volonté in Un uomo da bruciare, di Valentino Orsini e i fratelli Taviani, 1962).

Gian Maria Volonté, nel ruolo di Salvatore Carnevale, in "Un uomo da bruciare" di: Valentino Orsini, Paolo e Vittorio Taviani, 1962
Gian Maria Volonté, nel ruolo di Salvatore Carnevale, in Un uomo da bruciare di: Valentino Orsini, Paolo e Vittorio Taviani, 1962

(Non si pretende e non si può ovviamente riassumere in un articolo in modo dettagliato ed adeguato la complessità della storia personale e postuma di Salvatore Carnevale, né fare una critica approfondita di questa splendida opera cinematografica, ma si vuole ugualmente portare alla memoria la vicenda di un ragazzo il cui ricordo deve restare indelebile per le generazioni future, in modo che sappiano cosa sia la Mafia e chi dovrebbero essere i veri eroi).

14/05/2020 – © Francesco Carini – tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione anche parziale.

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