Il mobbing e lo straining ai tempi della crisi
Mobbing e straining sono patologie in diffusione, non solo in ambiente professionale. Difendersi tramite la legge è un diritto, denunciare è un dovere

Il mobbing e lo straining ai tempi della crisi
Mobbing e straining sono patologie in diffusione, non solo in ambiente professionale. Difendersi tramite la legge è un diritto, denunciare è un dovere

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mobbing e strainingFonte: blog Homo Sum di Francesco Carini – Linkiesta.it – 21/11/2017

In uno stato di precarietà professionale crescente, in cui il tempo indeterminato appare come una chimera, anche se in alcuni ambienti viene fatto passare per una forma di arretratezza culturale piuttosto che per un elemento necessario a costruirsi una vita normale, si sente parlare sempre più di mobbing e straining.

Ebbene, il primo fenomeno, il cui nome deriva dall’inglese “to mob” e con un significato assimilabile al verbo assalire (comunque relativo all’atto di commettere angherie), rappresenta un pericolo sociale da tutti i punti di vista, soprattutto in un momento di grande incertezza sotto il profilo lavorativo come quello che sta passando l’Italia. L’antropologa lettone Vieda Skultans ha illustrato in passato come le trasformazioni della psichiatria abbiano seguito a ruota il mercato con patologie legate all’ansia e ad altri sintomi, in diretta corrispondenza con l’insuccesso sociale o le difficoltà economiche, e, in un contesto come quello del Bel Paese, ci sono tutte le condizioni necessarie affinché il posto di lavoro possa diventare un autentico inferno per l’impiegato, dal momento che un collega o un “sottoposto” possono costituire una minaccia alla posizione che si deve difendere con le mani e con i denti pur di arrivare a fine mese. E questo vale per ogni tipo di categoria, considerando il livello generale degli stipendi.

La situazione descritta dal rapporto di Eurofund Occupational change and wage inequality dello scorso giugno rappresenta lo specchio di un iniquo mercato del lavoro (analisi di dati raccolti fra il 2008 e il 2016) che rischia di costituire la mina vagante per una pericolosa spirale di atteggiamenti disfunzionali. Nonostante un leggero miglioramento dal 2013 in poi, quanto descritto nel report indica che l’aumento dell’occupazione fra i lavoratori meno qualificati si sia accompagnata ad una riduzione dei salari e ad una diminuzione dello stipendio di quelli con titoli di studio più alti, con un’importante differenza fra l’Italia e paesi come la Germania. Morale della favola: si corre il rischio di condurre ad un ulteriore incremento dell’emigrazione di italiani giovani e meno giovani verso altre mete, fra rabbia e nostalgia, a meno che non si cerchi di difendere il proprio orticello con tutte le proprie forze, spesso con tecniche miserabili e calpestando i possibili “competitors” (purtroppo usare questo termine é d’obbligo, poiché il meraviglioso principio della “colleganza” é attualmente meno praticabile di qualsiasi forma di socialismo utopistico).

Ed è proprio in una situazione del genere che il mobbing trae terreno fertile sia in senso verticale che orizzontale. Nel primo caso viene spesso definito “bossing” perché esercitato da un diretto superiore. Nel secondo caso si tratta di un atteggiamento vessatorio e di svilimento attuato per un periodo più o meno prolungato da colleghi, che conduce a conseguenze psico-fisiche sulla vittima, fino a procurarne uno stato di inidoneità alle sue mansioni e addirittura, in alcune circostanze, a costringerla alle dimissioni (con precedenti verificatisi in tanti settori).
A tal proposito, seguendo la teoria delle “4 fasi del mobbing” di Leymann, non sono solo da considerare gli atti eclatanti, ma continue azioni che, partendo spesso da una Fase 1 dove situazioni personali (di invidia, paura, frustrazione, competizione o altro) determinano l’inizio dell’incubo, fino a raggiungere livelli incontrollabili in cui la vittima, isolata, comincia a dubitare di sé stessa, raggiungendo uno stato di incomunicabilità con l’ambiente in cui vive, causa di problemi nella sfera familiare, economica e in generale privata, potenzialmente causa di suicidio.

Se circoscrivere il mobbing è più complicato, nonostante la gravità delle conseguenze prodotte, vista la molteplicità dei fattori e della tempistica ad essi collegata, per lo straining (concetto introdotto dal dottor Harald Ege) è differente, perché viene meno il fattore della continuità delle azioni vessatorie più o meno celate e comunque legate al peggioramento delle condizioni di lavoro, determinando in diversa misura (ma ugualmente) umiliazioni ed un crollo della qualità della vita fino a riportare in determinate situazioni un danno biologico ed esistenziale. Pertanto, sia nel mobbing che nello straining risulta fondamentale intervenire tempestivamente e non superare certi limiti, che, partendo da stati confusionali, livelli di sicurezza demoliti e conseguente ridotta percezione della realtà e del pericolo, possono condurre a patologie o sindromi endocrine o neurologiche da cui difficilmente si può tornare indietro. E nei casi di violenze simili perpetrate per più tempo, una volta dimostrato il nesso causale e ottenuta giustizia, la vittima potrà festeggiare un’amara vittoria, dal momento che la salute perduta e il tempo sfumato non torneranno più indietro.

Denunciare questi fenomeni è un diritto e soprattutto un dovere, perché nessuno si può permettere di rovinare la vita di altre persone, sia colleghi che superiori, conoscenti o familiari, con azioni e attraverso una comunicazione verbale e non verbale subdola e/o violenta, volta a distruggere l’immagine sociale e l’autostima di un’altra persona. Mobbing e straining sono purtroppo manifestazioni non recenti, ma la frammentazione della società, acuita dalla crisi e da uno stato di incertezza professionale dovuta a contratti “flessibili” o a tempo determinato, ne aumentano la frequenza, andando contro quel principio di “humanitas” che dovrebbe essere al centro del vivere civile.
In caso contrario si alimenterà il meccanismo del Peckorder, come i polli non dominanti che si gettano a capofitto su una mollica di pane in una lotta per la sopravvivenza o per mantenere un aleatorio status quo, in una penosa competizione per paghe da “morto di fame”, senza comprendere che il problema non è il proprio simile, il quale, dal punto di vista materiale e (a volte) comportamentale, non rappresenta altro che l’immagine riflessa e non accettata di sé stessi.

[…] Sono tanti, arroganti coi più deboli, zerbini coi potenti. Da Quelli che ben pensano di Frankie Hi-Nrg

 

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