Il primo maggio sia la festa dei lavoratori, non del precariato e dello sfruttamento
Con una minor tutela dei diritti sociali delle fasce più deboli, diseguaglianze e clientelismo rischiano di incrementare

Il primo maggio sia la festa dei lavoratori, non del precariato e dello sfruttamento
Con una minor tutela dei diritti sociali delle fasce più deboli, diseguaglianze e clientelismo rischiano di incrementare

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
I Compagni, di Mario Monicelli, 1963
I Compagni, di Mario Monicelli, 1963

“Sì, ho da dire che sono innocente. In tutta la mia vita non ho mai rubato, non ho mai ammazzato. Non ho mai versato sangue umano, io. Ho combattuto per eliminare il delitto, primo fra tutti: lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo […]”. Bartolomeo Vanzetti, interpretato da Gian Maria Volonté, in Sacco e Vanzetti (1971), di Giuliano Montaldo

Se un italiano pensa al Primo maggio, la mente dovrebbe andare alla Strage di Portella della Ginestra del 1947, quando 11 persone (fra cui tre minorenni) rimasero uccise e altre decine furono gravemente ferite solo per una colpa: quella di andare a manifestare per i propri diritti e contro il latifondismo, solo formalmente abolito.
Le vittime erano contadini siciliani, che chiedevano di poter occupare le terre, spinti dalla disperazione e al contempo dal sogno di una vita migliore, non una sopravvivenza fatta di soprusi dove la mafia, attraverso i campieri e i gabelloti, è stata la sorvegliante di un potere sedimentato nel tempo nelle mani di pochi che controllavano terre (lasciate non di rado incolte) e ricchezze, riducendo i braccianti in stato di semi-schiavitù, senza tutele e facendo passare lo sfruttamento come un dono, in un contesto dove non c’erano molte alternative, a parte emigrare.
Così, attraverso la strage di Portella della Ginestra, si materializzò il più classico esempio di terrorismo mafioso in grado di spaventare quell’elettorato realmente spostato a sinistra, che chiedeva giustizia e riforme sociali (non mi soffermerò in questo articolo sul contesto storico politico e sull’affaire Salvatore Giuliano, perché ci sarebbe bisogno di ben altro spazio per trattarli adeguatamente).

A distanza di più di 70 anni, l’economia è cambiata (anche se si assiste a un parziale ritorno all’agricoltura fra i giovani) e le condizioni generali di vita sono migliorate, ma la povertà e la precarietà si sono andate progressivamente istituzionalizzando in tutta Italia, ridiventando la norma. Davanti a studi, come quello dell’antropologa lettone Vieda Skultans, (riportato nel saggio Illusioni e violenza della diagnosi psichiatrica del prof. Beneduce) in cui si mettono in correlazione gli effetti della mancata sicurezza economica sulla salute dei cittadini, protestare civilmente alfine di far valere i propri diritti di essere umano, prima che di lavoratore, è quasi diventato un atto fuori moda. E questo non è un problema di oggi, ma iniziato tempo addietro, con i giovani definiti qualche anno fa pubblicamente choosy e bamboccioni, quasi viziati nel non accettare condizioni lavorative e paghe misere, rispetto agli standard offerti da altri paesi occidentali.

Produttività, efficienza e consumatore sono i vocaboli che stanno sostituendo quelli di umanità e di persona. Ma non è solo questo il problema, perché la graduale destrutturazione della macchina dei diritti sociali, frutto di decenni di lotte e battaglie di civiltà, ha permesso e permette lo spostamento del potere reale, non di quello apparente, nelle mani di pochi, rischiando sempre più di trasformare i diritti in concessioni. Per citare le parole del libro Il ritorno del principe (di Saverio Lodato e Roberto Scarpinato), si assiste alla presenza di una sorta di: «oligarchia travestita da democrazia», in cui, come si legge nel libro, alcuni potenti, tramite il rapporto con la società e parte della classe politica, puntano a: «mantenere o migliorare le proprie posizioni, secondo la legge ferrea dell’autoconservazione delle élite». Il senso del discorso fatto dal magistrato palermitano è molto più amplio e sviscerato all’interno del sopracitato volume, dove si prendono in considerazione criminalità, corruzione e storia, ma è interessante per la comprensione di ciò che accade in Italia e in parte dell’Europa. Nel primo capitolo si parla proprio di: «neofeudalesimo italiano», nel quale, si assiste ad un potenziale ritorno ad una epoca pre-moderna, come ad una: «società di sudditi, di padrini e padroni con piccole borghesie e corporazioni artigiane al loro servizio», in cui:

«[…] L’abitudine all’obbedienza acritica al potente, il servilismo, l’identificazione dell’ordine esistente con quello naturale e divino e quindi la rassegnazione fatalistica erano la normalità».

Effettivamente, in caso di mancata cognizione della tragedia che si sta vivendo o di stasi per paura delle conseguenze alle quali una presa di posizione possa condurre, la precarietà e la mancanza di certezze per il futuro, con professioni poco tutelate (sia per impiegati che per lavoratori a partita iva), potrebbero portare a conseguenze devastanti sia sotto il profilo della salute che a livello sociale, alimentando una guerra fra poveri, senza comprendere che il vero problema è la diseguaglianza nell’accesso alle risorse, che può essere limitata attraverso una presa di coscienza collettiva e a una partecipazione reale alla vita politica, non con insulti sui social e diffusioni di Fake news.

In riferimento all’Italia del XIX secolo, che all’occhio dei viaggiatori stranieri appariva come uno stato medievale, il dott. Scarpinato sostiene nello stesso Il ritorno del principe:

«Tutta la ricchezza era concentrata in un ristretto numero di famiglie; al posto della cultura dei diritti esisteva quella dell’elemosina e del favore, uno statuto di cittadinanza era semplicemente inconcepibile».

È proprio questo il punto: probabilmente è crollata (in alcune zone forse non c’è mai stata) la fiducia nello Stato di diritto da parte dei singoli e delle famiglie non abbienti, motivo a causa del quale non può che crescere la forza del clientelismo e della dipendenza dal potente di turno, purtroppo, fattore spesso necessario per sopravvivere.

C’è un film straordinario di Mario Monicelli, I compagni (1963), ambientato a fine Ottocento, che vede nel professor Sinigaglia (interpretato da un bravissimo Marcello Mastroianni), l’uomo che cerca di far prendere coscienza a un gruppo di operai di Torino dei loro diritti e della loro forza come collettività, alfine di rivendicare dei diritti sacrosanti, come orari di lavoro ridotti e una paga adeguata, senza dover elemosinare ai proprietari della fabbrica delle concessioni che non si negherebbero a qualunque essere umano. Il film, con tutte le differenze del caso rispetto alle condizioni di vita in cui ci troviamo oggi, ha comunque dei punti in comune come quello della guerra fra poveri e dello stato di necessità che può condurre a compromessi e a dover accettare condizioni potenzialmente inaccettabili a causa di una concorrenza spietata fra disperati.
L’ingegnere (Mario Pisu), nipote del proprietario della fabbrica dirà alla delegazione che chiedeva trattamenti migliori:

«[…] Vi fate montare la testa da quel tipo senza fissa dimora (prof. Sinigaglia), che è venuto a intorbidare le acque e che ha anche un conto in sospeso con la giustizia, ecco che cos’è. Ma lo sapete voi che vi lagnate, lo sapete, quanti disoccupati ci sono in giro? Tutta gente specializzata come voi, pronta a lavorare subito e a condizioni inferiori alle vostre».

Considerato quindi socialmente pericoloso per aver partecipato a una manifestazione a Genova, il professore è ricercato dalla polizia e conduce una vita misera, ma, come confiderà lui stesso a Niobe (Annie Girardot), che fa la prostituta per non dover stare 16 ore al giorno a lavorare sfruttata in una filanda, alla domanda sul perché un insegnante di liceo si sia unito a degli operai, risponderà:

«[…] perché vorrei che un giorno, una ragazza come lei non fosse costretta a fare come ha fatto lei».

Proprio grazie alle “lezioni” del prof. Sinigaglia e convintisi a non cedere, quando gli operai di Torino decidono di scioperare, la proprietà della fabbrica fa arrivare «i disoccupati di Saluzzo», manovalanza a basso costo rimasta senza lavoro per un mese e disposta a qualunque trattamento pur di mangiare, circostanza che determinerà uno scontro fra poveri in cui perderà la vita anche il buon Bautasso (interpretato magistralmente da Folco Lulli), in una situazione più che attuale se paragonata al conflitto che si viene a creare (non solo a livello italiano) fra indigenti locali e immigrati.
Dall’altro lato, facendo un passo indietro e tornando quasi all’inizio del film (senza comunque spolilerarlo, sperando che venga rivisto considerata anche la presenza nel cast di un bravissimo Renato Salvatori) è molto interessante invece analizzare la solidarietà fra colleghi, pronti a fare una colletta per un uomo che si infortuna sul lavoro, ma a cui segue subito dopo la presa di coscienza di Martinetti (Bernard Blier, cioè il pensionato Righi di Amici miei), che focalizza l’attenzione sul fatto che la carità non cambia lo stato delle cose, al contrario della contrattazione legale. Lo stesso Martinetti, uno fra i più attivi fin dall’inizio, sarà infine anche uno di quelli che rischierà di mollare per sfinimento e per via della gravidanza della moglie ammalata, “ammorbidito” dall’offerta del cavaliere Baudet (Vittorio Sanipoli) di un posto nella clinica ginecologica del “prof. Spaziani”.

Il problema è sempre lo stesso: non è il cedimento del singolo disperato, del tutto comprensibile e naturale, ma la divisione e la mancata coesione fra individui in stato di indigenza, coinvolti in quello che Frantz Fanon ne I dannati della terra, definì come meccanismo del Peckorder, identificando dei bambini che si azzuffavano nel porto di Orano per un pezzo di pane lanciato da qualche militare, come farebbero gli animali da cortile per il cibo gettato nel loro recinto.
Pertanto, nonostante l’Italia sia uno fra i paesi con le minori possibilità di ascesa sociale proprio per una disuguaglianza economica di base che non si blocca alla nascita, ma si incrementa inevitabilmente nel corso della vita, diventa fondamentale riappropriarsi della consapevolezza dello status di cittadino, in grado di modificare le proprie sorti attraverso una partecipazione attenta, civile e concreta alla vita politica del paese.
Ciò è davvero basilare per evitare un baratro fra chi ha e chi non ha, fra chi può e chi non può, che per alcuni versi sembra rimandare alla differenza fra honestiores ed humiliores (con le condizioni di nascita a decretare il  destino di individui e famiglie), e per rimpossessarsi democraticamente della propria dignità e dei propri diritti, evitando di cadere nel circolo dei benefici e della carità elargita per prestigio sociale.

La libertà senza giustizia sociale può essere anche una conquista vana. Mi dica in coscienza, lei può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha lavoro, che è umiliato, perché non sa come mantenere i propri figli ed educarli? Questo non è uomo libero. Sarà libero di bestemmiare, di imprecare, ma questa non è la libertà che intendo io.
Sandro Pertini

 

01/05/2019 – © Francesco Carini – tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione anche parziale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error: Tutti i contenuti di questo sito sono protetti da copyright