Perché Peppino Impastato è un simbolo e I cento passi un film da vedere e rivedere

Perché Peppino Impastato è un simbolo e I cento passi un film da vedere e rivedere

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Peppino Impastato
Peppino Impastato (fonte foto: Wikipedia)

[…] qui non siamo a Parigi, non siamo a Berkeley, non siamo a Woodstock e nemmeno all’isola di Wight… Qui siamo a Cinisi, in Sicilia, dove non aspettano altro che il nostro disimpegno, il rientro nella vita privata […]. Ma non voglio fare tutto da solo, bisogna che ognuno di noi ritorni al lavoro che ha sempre fatto, cioè informare, dire la verità e la verità bisogna dirla anche sulle proprie insufficienze, sui propri limiti.
Peppino Impastato (interpretato da Luigi Lo Cascio) nel film I cento passi (scena dell’occupazione della radio)

Quando un under 40 italiano pensa a Peppino Impastato, spesso la mente va a I cento passi (2000) di Marco Tullio Giordana  (sceneggiato anche da Claudio Fava), grazie al quale la storia di Peppino è andata sullo schermo raggiungendo nel tempo milioni di spettatori. Ma l’importanza di Impastato non è ovviamente da ricollegarsi semplicemente al film, dal momento che questo ragazzo ha rappresentato il meglio che potessero offrire la Sicilia e l’Italia di quel periodo, impersonando il coraggio di chi non ha avuto paura a scardinare quegli equilibri che si sono fondati per secoli sull’omertà e la connivenza di società e criminalità.

Erano gli anni ’70, anni di piombo in cui il terrorismo paralizzava il paese da una parte, mentre la mafia ci aveva già pensato da decine di anni, “infettando” il sistema democratico ed influenzando politica ed economia con il denaro, la violenza e il terrore psicologico. Ma cosa fece Peppino? Non ebbe timori e con Radio Aut e il programma Onda pazza, insieme a dei giovani compagni, si scagliò contro Gaetano Badalamenti e altri personaggi che controllavano parte della Sicilia e del traffico internazionale di stupefacenti. Questo atto può considerarsi letteralmente rivoluzionario, nel senso più positivo del termine, perché andava a intaccare le certezze dell’immutabilità della situazione a Cinisi e dintorni.

A questo punto, si dovrebbe fare un discorso più approfondito (anche se ci sarebbe bisogno di ben altro spazio), proprio sull’accezione di immutabilità connessa alla società. Nell’introduzione del suo L’Invenzione della tradizione, Eric Hobsbawm parla di tradizioni inventate alfine di:

  • garantire la coesione sociale;
  • legittimare un’istituzione;
  • «inculcare sistemi di valore e convenzioni di comportamento».

Anche se il discorso è diverso, oltre che più amplio, parafrasando la tesi dello storico britannico, in alcune zone della Sicilia (ma non solo), che storicamente è stata terra di conquista e suddivisa in potentati locali che hanno potuto consolidare il loro potere anche attraverso la criminalità, in parte un elemento distintivo è stato l’omertà, componente purtroppo necessaria per sopravvivere alla violenza e alla povertà in una società fortemente diseguale in cui i rapporti diadici, non erga omnes, hanno costituito la norma della gestione del potere per secoli, mantenendo una sorta di Medioevo anche in epoca moderna (e in molti casi contemporanea). Pertanto, involontariamente, il silenzio è entrato fra i principi tradizionali cardine di una fra le isole più belle del mondo (tratto estendibile ad altre regioni, a livello internazionale).

Ma Peppino non c’è stato ed è andato oltre, denunciando pubblicamente chi teneva sotto scacco la sua terra, schierandosi per forza di cose contro suo padre (interpretato nel film da Luigi Maria Burruano), capo-famiglia e mafioso. Quindi, si assiste ad una rottura rivoluzionaria con un sistema di valori non solo siciliano, dal momento che sulla famiglia si fonda il potere sia politico che economico di uno Stato (con teorie che, partendo dalla filosofia greca, arrivano ad Herbert Marcuse ed oltre), compreso quello controllato dalla mafia.
Proprio la frase di Peppino (interpretato magistralmente da Luigi Lo Cascio) ne I cento passi, indica questa frattura necessaria alfine di iniziare Il viaggio dell’eroe (citando il volume Cristopher Vogler), che non terminerà bene con il ritorno a casa, ma proietta comunque il giornalista fra i miti giovanili contemporanei:

[…] Mio padre, la mia famiglia, il mio paese… Io voglio fottermene! Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! […]

Assistiamo a un elemento fondamentale, che accomuna la famiglia, nucleo di base e, come sosteneva Hegel: «prima radice etica dello stato», con la sua comunità (non considerata nella totalità dei suoi componenti), per cui Badalamenti e altri affiliati a Cosa Nostra erano innominabili sotto il profilo della denuncia pubblica, trasformando i rapporti fra i ruoli in una pantomima, nella quale gli equilibri fondati sul silenzio e sul “rispetto” portato a dei criminali erano i fattori inquinanti della politica e della società siciliana e, in misura differente, in generale italiana.
Proprio il rapporto di dipendenza volontaria o meno dai: «padroni di Cinisi», è un aspetto importante e simbolico delle relazioni clientelari che regolavano la società, ma che va a rappresentare una metafora di un problema nazionale, magari senza omicidi a regolare conti, ma connesso alla paura di perdere dei benefici ottenuti in modo non trasparente, dal lavoro a concessioni di vario tipo (es. appalti) o al timore di ritorsioni per sé o i propri cari.

[…] Me ne stavo in campagna e pensavo tanto al mio amico Luigi, a lui e a questi due picciriddi. Quando viene davanti a me piangendo e mi dici: ”Zù Tano fatemi travagghiari, che non c’ho lavoro… Zù Tanu fatemi manciari… E Tano Badalamenti che fa? Parla con questo, parla con quello, disturba qualche altro amico e ci dice: “Fate lavorare a Luigi perché c’ha famiglia”. E Luigi comincia a lavorare, comincia a guadagnare i propri picciuli […], manda i suoi figli a scuola affinché non possano soffrire come a lui… Imparino a non sottomettersi come a lui! Ma tutto questo grazie a chi? Grazie a Tano, anzi a Tano Seduto, viso pallido, esperto di lupara e traffico di eroina

In questo celebre monologo immaginario de I cento passi recitato da un bravissimo Toni Sperando, che interpreta Badalamenti (comparso in questa scena in sogno a Peppino), si intravede la prepotenza del potere mafioso, e quella violenza in base a cui ogni favore o beneficio non viene elargito per filantropia, al pari di ogni sistema clientelare, con quest’ultimo che, a prescindere dalle differenze del caso, certamente tende a ostacolare una potenziale e generale coesione soprattutto fra membri appartenenti alle classi meno abbienti, per lo stato di necessità che può condurre alla ricerca di relazioni verticali per ragioni di sussistenza, piuttosto che a quella di relazioni orizzontali fra pari, capaci di creare le fondamenta per battaglie civili e democratiche in grado di sensibilizzare alla tutela dei diritti sia civili che sociali.

Facendo per un momento un excursus, gli interessi di mafia e politica si sono quasi sempre intrecciati per favorire i privilegi dei ceti più abbienti e bloccare alla base i movimenti che aspiravano alla sacrosanta lotta per i propri diritti, vero motore della della civiltà.
Ad esempio, come racconta Michele Pantaleone nel suo Mafia e politica, nel 1945 la principessa Giulia Florio D’Ontes nominò il boss Calogero Vizzini quale «utile gestore» del feudo Micciché, alfine di “gestire” i rapporti con i contadini della cooperativa “Libertà”, i quali chiedevano l’esproprio delle terre (mal coltivate o incolte) in base a fondamenti giuridici ben precisi (leggi del 13/02/1933 e del 2 gennaio del 1940). Stando al racconto di Pantaleone, questa pratica fu dapprima bloccata in prima persona dal commissario per la Sicilia on. Salvatore Aldisio e poi del tutto archiviata. Ma, nonostante l’ostruzione della politica, si legge che i contadini continuarono a combattere fino a quando, stando sempre al Pantaleone: «Don Calò si diede a consigliare i contadini con la consueta cortesia, convincendoli di lasciare perdere e di preoccuparsi della loro salute».

Lo stesso padrino era direttamente coinvolto nella famosa strage di Villalba del 1944 (raccontata da Carlo Levi nella prefazione di Mafia e politica), quando anche il futuro onorevole Girolamo li Causi rimase ferito con altre 14 persone, in un comizio che era stato proibito da Vizzini in persona, nel quale Li Causi incoraggiava i braccianti a reclamare i loro diritti proprio sul feudo Micciché.
Pertanto, si è assistito ad un ordine mafioso creatosi nei secoli, illegale, che, attraverso il terrore, è riuscito a fare in modo che nulla dovesse cambiare nella scala gerarchica siciliana, fino a quando le vecchie aristocrazie e i ceti più abbienti sono stati in molti casi scalzati direttamente dai mafiosi, passando a loro volta da beneficiari a vittime. Proprio nel controllo e nel soffocamento delle forze vitali della società, sta il vile potere della mafia, sia la “militare” che quella “bianca”.

Chiudendo questa parentesi e tornando a Peppino, la sua figura può considerarsi ancora più rivoluzionaria perché non si è quindi “semplicemente” scagliato contro la criminalità, ma su un sistema di valori quasi feudale che tutelava ed era tutelato dal silenzio, dalla connivenza e dalla compenetrazione di strati di cittadinanza con la criminalità organizzata.
Poteva starsene zitto, invece è andato contro le fondamenta su cui era costruita la società in cui ha vissuto, parte della quale si è voltata per anni dall’altra parte quando da, morto assassinato per volere di Gaetano Badalamenti, venne invece accusato in un primo momento di essere morto suicida o, per errore, durante un “presunto”, quanto poco credibile attentato dinamitardo.

Però, l’aspetto straordinario e al contempo macabro, si nota al suo funerale, quando si riunì un corteo di migliaia di compagni provenienti da varie parti della Sicilia che hanno sfilato per Cinisi, mentre, come ha dichiarato lo stesso Giovanni Impastato durante la puntata La storia siamo noi dedicata al fratello, si presentò poca gente del posto, sintomo di quanto una larga fetta di cittadinanza possa essere “controllata”, bloccata, impaurita e/o collusa (più o meno consciamente) anche nel poter andare a dare l’ultimo saluto a un ragazzo che ha cercato di aprire una breccia in un ambiente “paralizzato” dalla criminalità. A tal proposito, sempre ne I cento passi emblematico resta il dialogo alla veglia funebre, con la bara in mezzo a un salone vuoto, fra il cugino Anthony e la madre Felicia Bartolotta (interpretati rispettivamente dai bravissimi Ninni Bruschetta e Lucia Sardo), a rappresentare quasi un triangolo fra: un paese che prese le distanze da un cadavere scomodo, parte della famiglia che cercherebbe vendetta come in un conflitto fra clan tribali e una madre, distrutta per la fine del figlio, ma appoggiata moralmente da una comunità di manifestanti (che involontariamente mette in fuga quegli stessi parenti), non unita da legami di sangue o di domicilio, bensì da ideali e dalla volontà di onorare un giovane morto soltanto per le sue idee e per la sua terra:

Anthony: Peppino, sangue pazzo… Ma era uno di noi.

Felicia: No! Non era uno di voi e io vendette non ne voglio…

Anthony: […] Unni su l’amici, i cumpagni…  Su scuiddaru a Peppino… Nui semu ‘cca… A famigghia, a famigghia…

(Silenzio, interrotto dal coro dei manifestanti: Peppino è vivo e lotta insieme a noi, le nostre idee non moriranno mai)

Felicia: Non se lo sono scordato a Peppino.

Giorno 9 maggio è il quarantunesimo anniversario della sua morte (che coincide anche con quello dell’onorevole Aldo Moro) e, parafrasando il discorso alla radio di Claudio Gioé (che interpreta Salvo Vitale) ne I cento passi, Peppino oggi non è solo, perché il suo ricordo è vivo e rappresenta un esempio per tutti i giovani italiani che si vogliono opporre al malaffare e vanno invece alla ricerca del: «fresco profumo di libertà» di cui parlava Paolo Borsellino nel suo ultimo discorso pubblico il 25 giugno 1992.
Resta solo la speranza che nessun altro, giovane o adulto, possa essere lasciato solo dopo essersi opposto (anche lontano dalle telecamere) a un sistema dove politici, colletti bianchi e “zona grigia” hanno condizionato l’economia e la società italiana attraverso la connivenza con il crimine organizzato, motivo per cui in tanti hanno pagato con la vita e altri subendo l’isolamento e la calunnia (che in molti casi è in parte morire, come capitato a Pasquale Almerico prima di essere giustiziato nel 1957).

Arrivati a quel punto, potremmo solo amaramente ammettere che l’Italia è un paese di necrofili ed amanti di piccoli palcoscenici in cui mettere in mostra uno pseudo-senso civico soltanto sotto i “riflettori”, non nella vita quotidiana, pulendosi la coscienza con la partecipazione a qualche manifestazione o postando sui social dei link in onore di autentici martiri e vittime illustri, disinteressandosi però del presente e girandosi dall’altra parte quando si parla delle cause reali che possono condurre alla compenetrazione a vari livelli fra crimine, “galantuomini” e strati (anche insospettabili) della società civile.
In questo caso, probabilmente saremmo costretti a dire che il nostro è un paese che non ha meritato e non merita minimamente eroi come Peppino, simbolo invece di un’Italia pulita e libera, libera da quell’omertà che non è la virtù dei forti o dei galantuomini, al contrario di come potrebbe far propendere l’etimologia (probabilmente dallo spagnolo hombredad, trad. virilità), ma solo di chi tutela un sistema in cui soprattutto i cittadini meno abbienti rischiano di essere pericolosamente sottomessi per questioni di sussistenza e mancanza di alternative non per vivere, ma per sopravvivere.

La mafia uccide, il silenzio pure. Peppino Impastato

 

08/05/2019 – © Francesco Carini

3 Replies to “Perché Peppino Impastato è un simbolo e I cento passi un film da vedere e rivedere”

  1. “Imparino a non sottomettersi come a lui”: in questa frase è riassunta forse tutta la tragedia che colpì un giovane come Peppino Impastato che lottava contro la mafia con vigore, con forza e tutto il proprio acume.
    Certo – come si deduce dal film di cui ho visto purtoppo solo un trailer ma mi ripropongo di vederlo interamente- egli imparò a manifestare liberamente tutto il disappunto che provava verso una mafia che aveva annichilito il padre Luigi da cui prese le distanze segnatamente come si evince dalla famosa scena dei cento passi che separavano la sua casa da quella del Boss Badalamenti.
    Purtroppo vi sono giovani che non riescono o non possono riscattarsi da eredità pesanti per non dire schiaccianti, eredità allucinanti di genitori e parenti anch’ essi mafiosi o con mentalità mafiose cioè arroganti, prepotenti ed omertose tipiche della società siciliana. Il suo esempio mi auspico che sia di monito a quanti – me compresa che vivo in Sicilia- combattono il fenomeno mafioso che forse come diceva il Giudice Falcone prima o dopo sarà anch’esso destinato a soccombere come tutti i fenomeni umani.
    Sebbene non mi aspetti nulla da persone in grado di mettere il tritolo sotto il corpo di una persona, devo dire che per qualche misteriosa ragione mi è sempre rimasto in mente il pensiero che tali mafiosi possano dismettere l’opera di vero e proprio linciaggio morale che commettono verso una bellissima Terra, quale è la Sicilia, e possano cessare di comandare intere generazioni di vincenti come anche di perdenti al fine di convogliarli in quella compenetrazione con gli strati (anche rispettabili) della cosiddetta società civile. Di certo – parafrasando quanto ho letto nell’articolo – se certe testimonianze di lotta antimafia emergessero non sotto i riflettori delle telecamere di un piccolo palcoscenico ove mettere in mostra uno pseudo senso civico ma nella vita quotidiana fatta di scambi continui di rapporti sociali intessuti di mafiosità, forse vivremmo tutti meglio dando soprattutto a chi rende testimonianza i dovuti meriti che quella società denega, a volte in modo ridicolo altre volte in modo più serio, adducendo ragioni opportunistiche di protezione dei propri cari contro le ritorsioni che potrebbero subire qualora non ergessero a simbolo del proprio vivere il disvalore dell’omertà. Saluti.

  2. Quando Peppino Impastato si dissocio’dalla mafia e con radio aut lanciava le invettive contro la mafia e Tano Badalamenti io mi trovavo a Cinisi, sfollata dal mio paese, causa il terremoto del 1968. I Cinisari quando vedevano lui, tanta la paura, chi si faceva il segno della croce, chi sputava. Io, sono la nipote di Pasquale Almerico citato in questo articolo, sono andata a casa sua dove era allestira la camera ardente. Il film i cento passi l’ho visto, non esagero, più di 10 volte…piango sempre nella scena del funerale, quando tutti erano convinti che al funerale non andasse nessuno…l’arrivo degli amici, compagni di partito, hanno invaso il corso di Cinisi…commovente. Un mio pensiero va alla madre, Felicia Impastato, piccola ma grande donna che lotto’ con tanta tenacia affinché il figlio fosse riconosciuto come vittima di mafia…mandante Tano Seduto. É morta serenamente.

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