Emergenza Covid-19 e rischi per la psiche: «precarietà economica e abitativa rappresentano bombe ad orologeria». Parola all’esperto
In un momento di grave crisi economica e sociale, il dott. Ugo Zamburru illustra rischi e speranze per milioni di cittadini

Emergenza Covid-19 e rischi per la psiche: «precarietà economica e abitativa rappresentano bombe ad orologeria». Parola all’esperto
In un momento di grave crisi economica e sociale, il dott. Ugo Zamburru illustra rischi e speranze per milioni di cittadini

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disperazione - problemi psichici - stress

di Francesco Carini

La settimana scorsa, Pepe Reina, ex portiere di squadre quali Liverpool e Napoli, dopo aver confermato quanto i calciatori fossero dei privilegiati per la possibilità di restare in isolamento con tutte le comodità del caso, dichiarava alla radio Cadena Cope:

«Los que tienen los cojones son los que viven en un piso de 70 metros con 3 niños; esos también son héroes» (traducibile con: «quelli che hanno gli attributi sono coloro i quali vivono in un appartamento di 70 metri quadrati con 3 bambini; anche loro sono eroi»).

Soprattutto in questi momenti difficili, determinati dalle misure atte a contenere i danni causati dalla diffusione del Coronavirus, il peso delle diseguaglianze fra chi ha molto e chi possiede poco o nulla si fa sentire (si pensi ai senzatetto, a maggior ragione quelli multati), e sicuramente non bastano i messaggi da parte dello Star System di stare tutti a casa, per limitare i disagi creati da misure comunque indispensabili per la tutela della salute pubblica.

Già negli anni passati, su Homo Sum è stato sottolineato più di una volta quanto la precarietà e la povertà possano essere pericolose sia per la salute (fisica e psichica) dell’individuo, quanto per l’equilibrio dell’intero sistema socio-economico, ma, in momenti delicati quale quello che sta attualmente attraversando il mondo (in particolare Italia e Spagna), si comprende come sia essenziale superare questo periodo e fare in modo di porre le basi per la costruzione di una realtà in cui l’umanità non sia un valore che scatti ad orologeria (come riportato in questo articolo). Al contrario, essa deve sempre essere presente, soprattutto al centro dell’operato delle istituzioni competenti, che hanno l’obbligo di agire con lungimiranza per limitare il più possibile situazioni che non lascino indietro gli ultimi durante i periodi di normalità, per poi uscire allo scoperto in tutta la loro gravità durante la fase acuta delle varie crisi, come se prima non costituissero un pericolo per i diretti interessati.

Oggi, per la rubrica Parola all’esperto, il dott. Ugo Zamburru, medico psichiatra, già docente di psichiatria presso il corso di laurea in scienze infermieristiche dell’Università degli studi di Torino, ideatore del Caffè Basaglia (in attività dal 2008 al 2019), con cui ha inserito nel mondo del lavoro decine di persone con patologie psichiatriche, e direttore sanitario della residenza Dahu, specializzata anche nella cura dei disturbi alimentari, fa una disamina a lungo raggio sui rischi a livello psichico a cui vanno incontro milioni di cittadini, a causa del difficile momento che stanno vivendo sotto il profilo economico e sociale.

dott. Ugo Zamburru
Dott. Ugo Zamburru

Salve dottore, in questo momento caratterizzato dall’emergenza per la diffusione del Coronavirus, quali sono i rischi dal punto di vista psichico per i cittadini italiani e non solo, dato che parliamo di pandemia?

A questo proposito abbiamo una serie di considerazioni, diciamo teoriche, da affiancare ad alcuni dati che fanno riflettere. Ovviamente l’emergenza in atto e la frammentarietà delle notizie impediscono una analisi più dettagliata.
Partiamo da alcuni dati: nella mia città, Torino, si registrano poco più di 180 T.s.o. (trattamenti sanitari obbligatori) all’anno. Una settimana fa circa, sono avvenuti ben 9 T.s.o. in un giorno solo. Dato allarmante, che riflette quel che sta accadendo nella mente delle persone.
Esistono molte variabili da esaminare, fattori di rischio come il vivere da soli, la precarietà economica, la struttura di personalità, le condizioni fisiche, il tipo di abitazione, le condizioni psicologiche/psichiatriche preesistenti.

La grande insidia della pandemia è lo scardinare completamente le nostre abitudini, il nostro stile di vita, le nostre certezze. Un sistema che ci sembrava efficiente e protettivo si rivela nella sua fragilità: il sistema sanitario in tilt, gli esperti e i politici che mandano notizie contraddittorie, i continui bollettini sul numero dei morti, una condizione di irrealtà che ci confonde, con strade vuote, video di bare trasportate dall’esercito come nel caso di Bergamo, sanitari allo stremo, assenza di rumori. Occorre reinventarsi, ritrovare le nostre risorse individuali e collettive.

Come Robinson Crusoe dopo il naufragio possiamo scegliere se abbandonarci alla disperazione, alla paura, alla rabbia o ritenerci fortunati, lui perché aveva rintracciato una cassa con un fucile, del cibo, dei vestiti, noi perché riscopriamo il piacere di stare in famiglia, di leggere dei libri, di avere del tempo per noi.

Come tutte le crisi, questa pandemia è uno spartiacque che ci rivelerà per quel che siamo, ovviamente all’interno di un sistema che possa tutelare i fragili, accompagnarli e non lasciarli soli.
I rischi sono legati ai fattori di cui sopra, vanno da una generica insonnia e aumento dell’ansia, dall’ipocondria ai comportamenti ossessivi fino a violenze domestiche, scoppi di aggressività, comportamenti paranoidi, depressioni, abuso di alcol, uso incontrollato del cibo, scompensi di patologie psichiatriche preesistenti.

In termini generali quello che si può notare è che c’è la tendenza ad una certa rigidità di pensiero, nel senso che si rischia di perdere la capacità critica e quindi i complottisti cercheranno solo notizie che li confermino nelle loro credenze, i si vax diranno: “visto cosa succede se non c’è un vaccino”, i no vax diranno che è colpa dei vaccini, etc.

Insomma si rischia di non sviluppare un vero dibattito critico e fondato su basi scientifiche e concrete, quanto di dare vita ad uno scontro tra bande che non può che fare male perché divide in un momento cui unirsi nel rispetto delle differenze è uno dei fattori di cura.

Quali sono i soggetti più a rischio dal punto di vista psichico? Penso sia a quelli con patologie/sindromi già diagnosticate che a persone in apparenza senza disturbi. C’è già stato qualche caso di suicidio, visto quale possibile effetto della paura della COVID-19 da un lato, e dell’atmosfera di tensione creatasi attorno dall’altro?

Il suicidio non ha una unica causa, è legato a molte variabili. Chiaramente una patologia preesistente, soprattutto una sindrome depressiva o un disturbo di personalità, situazioni in cui può essere presente il rischio suicidario, può vedere i sintomi amplificati dall’isolamento, dalla paura e spingere al gesto estremo.
La solitudine che rende la quarantena una sorta di una sorta di cella di isolamento, la preoccupazione per il futuro dal punto di vista economico, il crollo della socialità (specie in chi non usa i social), l’incertezza sul protrarsi della pandemia, il vuoto di 24 ore non più riempito dai ritmi frenetici o comunque dalla possibilità di uscire e di incontrare persone, la conflittualità in famiglia, gli appartamenti piccoli in cui vivono 3, 4 anche 5 persone, rappresentano fattori di rischio.

Aggiungiamo la paura di ammalarsi e di morire o di contagiare i propri cari o che si ammalino: un cocktail esplosivo che ha portato ai primi suicidi, sia tra i sanitari (una infermiera di 34 anni e una di 49) sia tra il resto della popolazione: a Pavia, a Lecce, a Salerno.

Fondamentale è che le persone non si sentano sole, che non si tolga loro la possibilità di vedere un orizzonte. In questo senso le canzoni spontanee dai balconi possono essere una cosa piccola, ma utile, come le linee psicologiche telefoniche, come l’assistenza online, i volontari che portano la spesa: un senso di comunità che non abbandona e cammina al passo degli ultimi.

Quanto può influire la precarietà sia in ambito professionale che abitativo? A cosa possono andare incontro queste persone, a cui si aggiungono i divieti imposti dal governo e dalle varie ordinanze regionali?

Come ho già detto, la mancanza di orizzonti economici, la precarietà abitativa in alloggi iperaffollati, la convivenza forzata sono davvero bombe a orologeria, se non sono affiancate da una gestione accorta dello Stato, che dovrebbe dare il segnale di essere presente e dei cittadini singoli e come associazioni (penso all’Arci comitato di Torino tra le tante).

Rabbia, depressione, violenza, abuso di alcool, tentati suicidi e suicidi sono problemi che mostrano una correlazione stretta con il livello economico, tanto che uno studio negli Usa ha mostrato addirittura come ad ogni diminuzione percentuale del P.I.L. corrisponda una aumento di problemi psichiatrici. Immaginatevi quando a questo si aggiunge la paura del contagio, della morte propria e dei propri cari, il non vedere la fine dell’incubo, non avere più certezze.

Quanto e come può influire, sulla salute mentale e fisica dei cittadini, una comunicazione ansiogena o aggressiva da parte degli organi politici (a partire dal governo fino ad arrivare ai presidenti delle regioni e agli amministratori di enti locali)?

Non occorre essere psichiatri, ma semplici cittadini per sperimentare gli effetti delle comunicazioni sulla popolazione.

In situazione di incertezza e paura occorre la presenza di un codice paterno contenitivo e rassicurante. Questa è la funzione che spetta ai politici in questi momenti, una comunicazione chiara, semplice, rigorosa: dare la sensazione di avere un programma, una idea forte su come gestire la situazione nell’emergenza, ma anche a medio e lungo termine. Invece abbiamo assistito a comunicazioni ondivaghe, oscillanti, non chiare.
Non sapere cosa succederà nell’immediato pericolo, ma anche quali decisioni verranno prese e come, aggiungono drammaticità alla già difficile situazione.

Attenzione poi ai social con le mille teorie spesso fake, che però destano ansia o paranoia. Si dovrebbe meditare bene a chi inviare il messaggio, valutandone le capacità critiche, magari facendo insieme un lavoro per valutare la fonte e la veridicità.

Cosa può comportare la moderna “caccia all’untore” che sta caratterizzando questo periodo, sia sui social che all’esterno?

La ricerca del nemico è un meccanismo che si acuisce in tempi di crisi, qualunque sia la crisi, perché ci illude di identificare in qualcosa di reale quelle che sono le nostre paure.
Colui che viene scelto come bersaglio diventa lo schermo ideale sul quale proiettare le nostre paure, ma anche le nostre rabbie. Colpendo il nemico, in questo caso l’untore, ci si illude di colpire chi genera la nostra paura, quel virus che ci rende fragili e ci fa sentire impotenti.

È successo fino a poco fa con gli immigrati, ora è il turno dei cosiddetti untori, il meccanismo è sempre lo stesso.
La mia grande preoccupazione è che tali dinamiche psicologiche sono ben conosciute e quindi utilizzate e guidate da chi ne ha interesse.
Se però andiamo a vedere i commenti favorevoli a certi post, vediamo che la tendenza paranoidea a cercare un nemico, se cavalcata da persone senza scrupoli, rischia di portare alla ricerca dell’uomo forte, della dittatura.

Sperando che i provvedimenti messi in atto dalla politica funzionino, dal punto di vista della salute mentale, quali potrebbero essere i rischi nel caso in cui tali misure dovessero protrarsi per mesi?

Quando questa emergenza finirà raccoglieremo i cocci, la quarantena non potrà non lasciare strascichi. Alcuni aspetti sono in mano ai politici: se le misure a livello nazionale e di Unione Europea daranno respiro in maniera concreta sul piano economico molto sarà fatto anche come prevenzione nel campo della salute mentale.
In termini squisitamente tecnici assisteremo al proliferare di disturbi post-traumatici, disturbi ossessivi, scompensi paranoidei, abusi di alcool, vittime di violenza domestica, separazioni legate alla convivenza forzata.

A livello preventivo il rischio è l’abbandono che stanno vivendo i pazienti psichiatrici… Sono chiusi: i centri diurni, i centri di salute mentale funzionano al minimo, in alcuni posti (il primo è stato Teramo) sono stati chiusi gli SPDC ospedalieri (servizi psichiatrici di diagnosi e cura, i cosiddetti repartini) per fare spazi a letti per covid-19.
Mantenere contatti telefonici, istituire online e telefonicamente supporti ai pazienti e alle loro famiglie, farsi carico dei problemi di sopravvivenza quotidiana come portare la spesa a casa a chi è in difficoltà o vive solo può ridurre considerevolmente i danni.
A livello di prevenzione primaria, occorre che le persone mettano in atto accorgimenti per riempire il vuoto lasciato dall’isolamento e dall’avere cambiato stile di vita. Sono importanti schemi quotidiani che diano senso di continuità e sicurezza: per esempio fare ginnastica, leggere, telefonare dandosi una programmazione giornaliera.

Un capitolo particolare meritano i bambini e gli adolescenti: 10 milioni di persone che i decreti non citano. Per loro sarebbe molto utile un breve permesso per una passeggiata di mezz’ora con uno dei genitori, specialmente se abitano in case piccole. Se si scende per il cane, altrettanto si potrebbe fare per i bambini e gli adolescenti. Importante spiegare bene e in maniera non spaventosa quel che succede, così come non fargli cambiare troppo le abitudini su orari dei pasti, dell’andare a dormire, non stare in pigiama tutto il giorno.

Come stanno vivendo questo periodo gli ospiti presso la residenza Dahu, in cui lei lavora?

Per ora siamo favoriti dalla logistica. Siamo in montagna, in un paesino di 800 abitanti, con un grande parco e una struttura con palestra e grandi vetrate sulle montagne circostanti.
Questo rende più sopportabile l’isolamento, con differenze significative. Nella parte ove sono ospiti le persone con problemi psichiatrici, più avanti negli anni, la situazione è vissuta con tranquillità. Nella parte riservata ai disturbi alimentari, con ospiti giovani, dai 15 ai 25 anni e solo una di 49 ci sono più difficoltà a non vedere i genitori e non avere permessi.
Non è presente la paura di ammalarsi per ora, quanto piuttosto la rabbia e la disperazione per queste restrizioni governative che evocano vissuti abbandonici. Segnalerei infine che momenti di convivialità nel parco suonando la chitarra e cantando insieme, ospiti e operatori, ha permesso di sviluppare un più marcato senso di appartenenza e di comunità, uscendo dalla dimensione solipsistica della sofferenza individuale.

Per finire una considerazione personale: a livello di igiene mentale ho molto apprezzato l’invito di un amico a resistere e non abbandonarsi alla disperazione, che è individualistica, mentre la speranza è collettiva, comunitaria, sociale.

La disperazione è rinuncia, la speranza è lotta, è azione.
Quando tutto questo finirà dovremo essere pronti a chiedere che si assumano le loro responsabilità coloro che hanno saccheggiato la sanità pubblica e ora inneggiano ai medici e infermieri eroi.
Per questo occorre resistere, per provare davvero a partecipare alla costruzione di un mondo diverso che impari dalla terribile lezione che il virus ci dà.

E mentre l’uomo è attaccato ai respiratori la natura rinasce, l’inquinamento diminuisce, ieri in corso Verona a Torino un gruppo di germani reali arrivati dalla vicina Dora passeggiava tranquillo.

31/03/2020 – © Francesco Carini – tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione anche parziale.

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