«Caro Enrico, ci manchi». Berlinguer non ha lasciato un vuoto, ma un baratro nella politica italiana
A 36 anni dalla sua scomparsa, nessuno è riuscito a prendere il posto di Enrico Berlinguer nella sinistra e nel cuore degli italiani

«Caro Enrico, ci manchi». Berlinguer non ha lasciato un vuoto, ma un baratro nella politica italiana
A 36 anni dalla sua scomparsa, nessuno è riuscito a prendere il posto di Enrico Berlinguer nella sinistra e nel cuore degli italiani

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 Enrico Berlinguer
Enrico Berlinguer (fonte foto: Wikipedia)

di Francesco Carini

Noi pensiamo che la questione morale, come noi la chiamiamo, non è una pregiudiziale, nel senso che non implica che di tutte le altre questioni non si parla finché non viene risolta. Ma certamente è una questione fondamentale perché i partiti diano prova di sapersi rinnovare effettivamente in quello che oggi secondo me costituisce il punto centrale […]: mettere fine alla confusione, alla commistione tra funzioni di partito e funzioni statali, perché questo è il male da cui poi sono sorti tutti i fenomeni degenerativi nella vita pubblica e nella vita stessa dei partiti.
Enrico Berlinguer, 1983

La soluzione ai problemi di un paese non è quella rimpiangere i politici di una volta con frasi fatte, trite e ritrite, senza magari aver mai ragionato su quali fossero la realtà e le politiche auspicate dai soggetti in questione o dalle loro correnti di partito. Questo è ovvio, ma oggi, cercando di evitare il più possibile le generalizzazioni, le dichiarazioni di molti deputati, senatori e volti nuovi del panorama politico nazionale, prendendo naturalmente in considerazione anche quello dei movimenti che si stanno facendo strada nel paese, fanno quantomeno scattare automaticamente la nostalgia per le vecchie scuole di partito e per una militanza seria, fatta di analisi, studio e non solo di slogan, che non passava soltanto dietro la costruzione di un’immagine “smart” senza sostanza, eventi social sponsorizzati o comparse in talk show dal livello culturale medio-basso (cercando di essere di manica larga).

Tutto questo causa in chi ha creduto e crede ancora in determinati valori una forte “saudade”, quasi insopportabile, con il conseguente rischio di mitizzare in automatico determinate figure, ma il confronto impietoso con buona parte del panorama odierno può togliere quasi ogni tipo di timore: per quanto rischiosa, la mitizzazione diventa un atto pressoché dovuto per manifesta superiorità sotto il profilo etico e della capacità di alcuni protagonisti del ‘900.
Per molti, il pensiero va senz’altro a Enrico Berlinguer. Composto, quasi austero, il parlamentare sardo, comunista come Antonio Gramsci, ha rappresentato e rappresenta ancora adesso il prototipo di un uomo retto, educato, ma capace di amare e farsi amare da milioni di uomini, donne, intellettuali, diseredati e non, per i quali non ha solo rispecchiato il simbolo del PCI, bensì una brava persona che ha guardato in primis alla tutela degli interessi della Res Publica, in particolare dei ceti più deboli.

In un momento di grande crisi quale quello che sta attraversando e attraverserà l’Italia nei prossimi anni, si sente la mancanza di un personaggio del calibro di Berlinguer, che non esasperi ulteriormente i toni, ma che guardi alla sostanza, più che all’apparenza. Per comprendere lo spessore dell’ex segretario del Partito Comunista Italiano, si dovrebbero porre a confronto le esternazioni e le continue provocazioni di presunti condottieri de ‘no artri con l’intervista rilasciata a Giovanni Minoli (per Mixer) nell’aprile 1983, in cui il leader gentile spiegò cosa fosse per lui il potere:

«Il potere è uno strumento insufficiente, ma necessario per realizzare gli ideali in cui credo io e in cui credono i miei compagni».

E alla seguente domanda del giornalista, che gli chiedeva cosa gli piacesse maggiormente del potere,  replicava con franchezza: «la possibilità di far avanzare la realizzazione di questi ideali».

Davanti a un variegato panorama politico in cui agiscono, parlano e si mettono in mostra personaggi definiti dall’opinione pubblica come sciacalli, destabilizzatori seriali e recidivi o incompetenti allo sbaraglio, Berlinguer appare a maggior ragione come un gigante, senza nulla togliere alla sua credibilità.
La capacità di adeguarsi e adeguare le politiche del partito in base all’instabilità economica e sociale del periodo storico vissuto a cavallo fra gli anni ’70 e il 1980 (es. compromesso storico) non è stata  mancanza di coerenza, bensì di assenza di ottusaggine, che avrebbe potuto condurre a un colpo di stato quale quello che subì il Cile con la presa di potere da parte di Pinochet, culminata con la morte del presidente Salvador Allende. Ma ad una cosa non ha rinunciato: la tutela delle fasce più deboli e sfruttate della popolazione italiana.

Sempre nella puntata di Mixer dell’aprile 1983, Minoli chiese: «Che differenza c’è tra l’austerità che predicava lei e il rigore invocato oggi dalla Confindustria e dalla Democrazia Cristiana?», e la risposta di Berlinguer fu:

Il punto fondamentale è chi paga prevalentemente le spese della fuoriuscita dalla crisi e del risollevamento economico e sociale del paese. Da questo punto di vista, noi rifiutiamo che a pagare siano i soliti, siano le masse popolari e riteniamo che se sacrifici devono essere, e tutti in una misura proporzionata debbono contribuire, debbono servire a raggiungere determinati traguardi, non a far tornare indietro il paese.

Insomma, non ci sono state lacrime di coccodrillo e accuse a giovani definiti choosy e bamboccioni, ma una chiara presa di posizione davanti alla necessità di salvaguardare gli interessi delle fasce più fragili della popolazione, a cui normalmente si richiedono sacrifici per risanare i conti, che vanno però a cozzare con la tutela dei diritti più basilari.
Difatti è proprio questo il punto che più sorprende e delude di alcuni intellettuali, movimenti o partiti potenzialmente di sinistra che parlano, magari sinceramente, di odio sociale e diritti umani e a cui molto spesso aderiscono entusiasticamente anche giovani e meno giovani che vorrebbero partecipare attivamente, ma alla fine si trovano in contesti nei quali in concreto i diritti sociali di milioni di indigenti vengono dimenticati o tralasciati (aspetto che fa pensare in tutta onestà proprio ad un senso di umanità ad orologeria).

Non si tratta di complottismo, ma di una semplice analisi della realtà, che ha visto per anni l’assenza di un’alternativa forte, realmente democratica, contro le diseguaglianze e a fianco degli ultimi, dove la difesa della libertà non può essere scissa dalla tutela della giustizia sociale (citando il presidente Sandro Pertini), alfine di evitare il concreto rischio di vedere nel breve-medio periodo un ulteriore avvicinamento di molti diseredati o alla criminalità organizzata o a partiti e movimenti che di democratico hanno poco o nulla, perché, citando Bertold Brecht:

«tutti vedono la violenza del fiume in piena, e nessuno vede la violenza degli argini che lo costringono».

Oggi si commemora la morte di uno statista che non si è fatto solo amare dal suo elettorato, bensì rispettare sentitamente da molti avversari politici e non, che, a prescindere dal diverso credo politico, ancora oggi lo rimpiangono per le sue capacità politiche e le sue doti umane.

Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi, può essere conosciuto, trasformato e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. 
Enrico Berlinguer, Padova, 07/06/1984

11/06/2020 – © Francesco Carini – tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione anche parziale.

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