Per salvare il sogno dell’unità europea, i politici non dimentichino i danni dell’Austerity e rileggano Il Manifesto di Ventotene

Per salvare il sogno dell’unità europea, i politici non dimentichino i danni dell’Austerity e rileggano Il Manifesto di Ventotene

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bandiera Unione europea

Un’Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l’era totalitaria rappresenta un arresto. La fine di questa era farà riprendere immediatamente in pieno il processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali.
Incipit tratto dal capitolo III “Compiti del dopoguerra – la riforma della società” del Manifesto di Ventotene

Per un’Europa libera e unita. Progetto di un manifesto, è il saggio scritto nel 1941 da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi durante il loro esilio a Ventotene e da molti considerato come il documento che ha ispirato l’Unione europea nella sua dimensione non tecnocratica, ma in quanto ideale dell’organizzazione razionale degli Stati Uniti d’Europa come spazio: «in cui si abbraccino in una visione d’insieme tutti i popoli che costituiscono l’umanità».
Suddiviso in tre parti connesse a: La crisi della civiltà moderna, L’Unità europea e La riforma della società, proprio in quest’ultima si fa cenno alla necessità di una rivoluzione socialista che ha il compito di proporre:

«l’emancipazione delle classi lavoratrici e la realizzazione per esse di condizioni di vita più umane»

Era anche questo lo splendido sogno indicato nel Manifesto di Ventotene, con la vision di un’unione di stati realmente democratici come argine contro la crisi della civiltà europea che aveva condotto ai totalitarismi. Pertanto, una nuova rinascita europea sarebbe dovuta partire dalla lotta alle disuguaglianze che andava contro le posizioni di quelle classi privilegiate, viste come le responsabili dell’instaurarsi delle dittature dagli anni successivi alla fine della prima guerra mondiale. Quelle stesse classi che controllavano complessi industriali e bancari e, secondo gli autori dello scritto, hanno usato gli incolpevoli ordinamenti liberal-democratici per: «ottenere la politica più rispondente ai loro interessi», hanno causato l’ascesa dei regimi totalitari, dove furono:

«conservate le fortune di pochi e la miseria delle grandi masse»

Con lucidità e passione, nello scritto si analizzano quindi alcune cause del disastro che ha contraddistinto la prima metà del novecento. A distanza di quasi 80 anni da allora, si sta assistendo in molti paesi all’avanzamento di movimenti estremisti che sfruttano la disperazione di milioni di persone trovatesi impoverite nel giro di un decennio, con numeri più che allarmanti.
In Italia, secondo dati Istat il numero dei poveri assoluti è passato da 2.400.000 a 5.058.000 fra il 2007 e il 2017, mentre (secondo rielaborazione di dati Censis e Istat riferiti al 2018) gli italiani che hanno dovuto rinunciare alle cure sanitarie, sono stati 12.000.000 e 7.800.000 coloro i quali si sono indebitati per curarsi.

In Grecia, dopo le misure di austerità non è certamente andata meglio, anzi. Secondo il rapporto datato 6 novembre 2018 del Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Dunja Mijatović, solo il 4,6% del PIL viene erogato per la sanità pubblica, contro il 6,8% del periodo pre-crisi, antecedente al 2008. Le misure di austerità imposte hanno determinato tagli importanti ai centri specialistici per malattie croniche e la cura dei disabili. Nel 2015, la percentuale dei cittadini ellenici che hanno pagato di tasca propria per i servizi sanitari è stata del 58,7%, aumentando di quasi 25 punti percentuali rispetto al 2010, quand’era del 34,5%.
La Società medica panellenica ha dichiarato che gli ospedali necessitano di almeno 6.500 medici in più, ma il dato più preoccupante viene dall’incremento delle patologie psichiatriche legate al peggioramento delle condizioni socio-economiche e al tasso di suicidi, che fra il 2010 e il 2015 è aumentato di circa il 40%, crescendo con una media del 7,8% annuo, al contrario dell’1,6% del periodo antecedente all’inizio della crisi. Secondo lo stesso studio condotto dal prof. Philip Philippides della School of Public Health dell’Imperial College di Londra nel 2015, oltre al tasso di suicidi è anche aumentata la mortalità infantile.

Sono cifre che fanno preoccupare seriamente e che sono cresciute in modo direttamente proporzionale all’ascesa di movimenti ultra-nazionalisti nell’Europa mediterranea, che in Grecia possono cavalcare sentimenti anti-europeisti puntando sul fatto che i risultati di oggi sono il frutto dei 3 Adjustment Economic Programmes voluti dalla Troika, i quali hanno condotto ai 7 pacchetti di austerità del governo greco che hanno incluso le riforme (tagli) di: settore pubblico, mercato del lavoro e sistema pensionistico e fiscale.
Se il risultato di queste scelte economiche e sociali deve essere la crescita delle disuguaglianze, della povertà, della disperazione e di movimenti estremisti che inneggiano alla distruzione dell’unità europea, qualcosa è  andato storto.

La spesa nel settore dell’istruzione pubblica in Grecia è diminuita fra il 2005 e il 2017 di 1.130.000.000 di euro (crescendo comunque nel corso del 2018), e le performance degli studenti greci nel settore matematico e linguistico sono preoccupanti, legate verosimilmente alla difficile situazione in cui versa il paese che ha influito, secondo il rapporto del commissario Mijatović, sulla qualità dell’apprendimento e dell’insegnamento (1053 scuole sono state chiuse fra il 2008 e il 2012).
Sono numeri che non possono sicuramente far stare sereni e che corrispondono a tagli su servizi di cui usufruirebbero tutti i cittadini, ma la cui assenza ricade maggiormente sulle fasce a rischio esclusione sociale, dato che i ceti più abbienti possono ricorrere con più facilità al settore privato.

Queste cifre dovrebbero preoccupare se relazionate al futuro che si prospetta davanti ai giovani, per i quali servirebbero delle tutele maggiori alfine di garantire almeno la salute, già definita nel 1946 dall’Organizzazione mondiale della sanità come: stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia.
Nella terza parte del Manifesto di Ventotene si legge:

«I giovani vanno assistiti con le provvidenze necessarie per ridurre al minimo le distanze fra le posizioni di partenze nella lotta per la vita. In particolare la scuola pubblica dovrà dare le possibilità effettive di proseguire gli studi fino ai gradi superiori ai più idonei invece che ai più ricchi […]»

Certamente, se paragonato a quanto accaduto nell’ultimo decennio, ne esce un ritratto impietoso, dato che proprio i giovani sono stati costretti ad accettare salari non proporzionati al costo della vita e con una precarietà crescente alfine di evitare la disoccupazione e l’indigenza, senza contare che in stato di preoccupante povertà, lo studio non diventa certamente un’attività prioritaria, fattore che provoca un’ulteriore spaccatura fra i ceti più facoltosi e quelli meno abbienti, tale da determinare una disuguaglianza di base sin dalla più tenera età che si può ripercuotere per il resto della vita.

L’auspicio più grande è che i politici che si presentano come europeisti non parlino di complottismo o non si girino dall’altro lato quando vengono portate alla luce situazioni disperate e che, nonostante differenti visioni politiche, prendano in considerazione il Manifesto per un’Europa libera e unita, perché significherebbe iniziare a pensare come porre un argine a movimenti ultra-nazionalisti e costruire/consolidare le basi per quella civiltà realmente democratica che non consiste solo nell’occuparsi di capitali, libero mercato e tutela degli interessi dei più ricchi, bensì del benessere di tutti i cittadini che vivono nello spazio degli stati membri dell’UE (visti come esseri umani e non solo come numeri e possibili elettori), combattendo l’esclusione sociale e gli ostacoli economici per la loro realizzazione e per la loro autentica libertà, la quale, citando Sandro Pertini: «senza giustizia sociale può anche essere una conquista vana».

Mi vengono in mente le parole di José Dolores (Evaristo Marquez) rivolte dal giovane Josinho a sir William Walker (Marlon Brando) in Queimada, film del 1969 (che verrà proiettato domani alle 18 e 45 nell’ambito di una rassegna dedicata al regista Gillo Pontecorvo, organizzata dalla Cineteca Nazionale a Roma, presso la sala Rocca del Mibac). Quest’opera, ambientata in un’ipotetica isola delle Antille e girata in Colombia, spesso ricordata per le musiche di Ennio Morricone, anche se discutibile sotto alcuni profili (è comunque da contestualizzare nel periodo in cui è uscita), rappresenta perfettamente come il solo interesse economico delle grandi compagnie possa passare su ogni diritto, svuotando di valore qualsiasi attività e sentimento umano:

«[…] È meglio sapere dove andare e non sapere come, piuttosto che sapere come andare senza sapere dove […]».

(Con il presente articolo non si vuole esprimere una verità assoluta ma solo un punto di vista e la speranza che mai più si dovranno vivere i tempi bui dei totalitarismi. È compito primario della politica prevenire le cause che hanno condotto all’ascesa delle dittature in Europa nella prima metà del Novecento. La povertà di milioni di individui e di famiglie disperate può essere annoverata fra le minacce concrete).

17/04/2019 – © Francesco Carini – tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione anche parziale.

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