Pier Paolo Pasolini e il racconto degli ultimi: per capirne la grandezza guardiamo Accattone e Mamma Roma
Quarantaquattro anni fa, la tragica morte del maestro friulano ha lasciato un baratro incolmabile nella cultura italiana

Pier Paolo Pasolini e il racconto degli ultimi: per capirne la grandezza guardiamo Accattone e Mamma Roma
Quarantaquattro anni fa, la tragica morte del maestro friulano ha lasciato un baratro incolmabile nella cultura italiana

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di Francesco Carini

Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini

Pasolini godeva della rara capacità di esprimersi con più mezzi a un alto livello di professionalità: come un re Mida, o un uomo d’orchestra, sapeva trasformare e adattare alle proprie esigenze qualsiasi materiale gli passasse per le mani.
(Gian Piero Brunetta in Il cinema italiano contemporaneo – Da “La Dolce Vita” a “Centochiodi”)

Da quel maledetto 2 novembre 1975 sono trascorsi 44 anni, giorno in cui Pier Paolo Pasolini fu barbaramente ucciso in una vicenda mai del tutto chiarita in toto. E da allora, probabilmente non c’è più stato nessun intellettuale in grado di far cadere il velo di ipocrisia che copriva il volto del Bel Paese, con uno stile originale, tipico di quel genio messo quasi sempre in discussione da giurie varie, ma che, attraverso  la potenza della letteratura in una prima fase della sua carriera, e del cinema nella seconda, ha posto in evidenza in modo certamente non convenzionale il lato oscuro della società e delle periferie, (in particolare quelle romane), che ben conosceva e che, come oggi, danno fastidio perché mostrano il fallimento della politica, soprattutto di quella, sulla carta, più progressista. Il politically correct sicuramente non gli si addiceva, e sarebbe stato davvero interessante sapere cosa avrebbe pensato dell’incremento della povertà e delle disuguaglianze in Europa e del loro pericolo sminuito, in un contesto in cui buonismo e ”cattivismo” appaiono (con le dovute differenze) quasi come due facce della stessa medaglia, inermi o disinteressati di fronte ai rischi dell’esclusione sociale di parte della popolazione europea.

Pasolini nella sua attività non si è occupato solo degli ultimi, ma in questo spazio ci si concentrerà su Accattone e, brevemente, Mamma Roma.

Il primo film, che vede protagonista Franco Citti (alla sua prima esperienza da attore) nel ruolo di Vittorio Cataldi, chiamato Accattone, costituisce anche l’esordio dietro la macchina da presa di Pasolini. Dopo lo “scandalo” suscitato da romanzi quali Ragazzi di vita o Una vita violenta ed aver già collaborato come sceneggiatore con registi quali Bolognini, dal 1960 Pasolini diventa, per citare Ugo Casiraghi (dalla prefazione del volume Accattone): «regista di sé stesso, e quindi artefice totale dell’opera». Sempre menzionando lo stesso Casiraghi, il maestro di Casarsa: «appartiene a quegli autori che “vedono” interamente il film prima di farlo», seppur non avesse mai avuto prima una vera esperienza come cineasta.

Ed effettivamente, dietro quest’opera straordinaria non c’è soltanto il genio di chi lo ha ideato e girato, bensì la consapevolezza di un uomo che in Accattone, personaggio certamente esecrabile nel suo modo di guadagnarsi da vivere, vede un essere che comunque è conscio dell’ineluttabile destino di chi è nato povero, schiacciato da una diseguaglianza fra chi ha e chi non ha, che non potrà mai essere superata. Il lavoro degli onesti residenti nella borgata serve solo a non morire di fame, privati delle funzioni che fanno di un essere vivente un essere umano, non soltanto un soggetto caratterizzato da esigenze fisiologiche. Risulta illuminante il dialogo fra Accattone e Stella (interpretata da Franca Pasut), intenta a lavorare duramente in condizioni pessime:

Accattone: «È un lavoro pesante, eh?».

Stella: «Tutto è l’abitudine. Poi quando uno c’ha bisogno, basta che lavora…».

Accattone: «Ma ve pagano bene armeno?».

Stella: «Beh, tanto per non farci morì de fame…».

Accattone: «Che s’ha da vede… Eppure Lincoln li aveva fatti liberare li schiavi, e invece in Italia ce li hanno rimessi».

(Da Accattone, di Pierpaolo Pasolini, 1961)

In queste battute c’è tutta l’essenza di un sistema che tiene in basso chi è nato in basso, con un “magnaccio” quale il Cataldi, che, seppur nel tentativo di circuire la ragazza, funge da Deus ex Machina nello squarciare il velo di ipocrisia dietro cui si nascondeva la società del tempo, che ha molto in comune con quella attuale (seppur campagne mediatiche vergognose creino uno stigma verso chi non si vuole piegare), con milioni di persone costrette a condizioni professionali che confinano con la servitù, pur di riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena. Come già sostenuto in un altro articolo, sembra di leggere le parole di Max Horkheimer tratte dal volume Studi sull’autorità e la famiglia (in parte riportate in questo articolo), in cui il filosofo tedesco scriveva con riferimento ad intellettuali progressisti operanti nel XVIII secolo in paesi in pieno sviluppo industriale (anche se la critica è da contestualizzare nel periodo in cui è stata rivolta):

«Gli scioperi erano severamente puniti e i salari erano mantenuti bassi intenzionalmente, con l’appoggio e persino in seguito a precise direttive dell’autorità. L’amico e committente di Spinoza, De Witt, pretese una diminuzione d’autorità dei salari.
Era opinione diffusa che finché il lavoratore aveva un soldo in tasca, oppure il benché minimo credito, si abbandonasse al vizio e all’ozio, cioè in realtà, che non volesse sottomettersi a condizioni di lavoro massacranti».
(Max Horkheimer in Studi sull’autorità e la famiglia).

Se ci si ragiona razionalmente, turni massacranti come quelli cui si sottopose Accattone per un giorno (per guadagnare 1.000 lire raccogliendo con altri colleghi 80 quintali di ferro) non sono vita, bensì tentativo di sopravvivere, da cui la battuta: «ma che, stamo a Buchenwald qua?». E il suo tentativo di cambiare vita facendo un lavoro onesto, in un contesto che lo vedeva solo come “pappone”, non poteva finire bene, dal momento che l’alternativa ad un’attività illegale quale lo sfruttamento della prostituzione era un impiego basato su un altro tipo di sfruttamento, quello dell’uomo sull’uomo, che, anche se considerato logico in quanto garantito dalla legge, dovrebbe senz’altro essere considerato immorale se valutato in base alle norme che dovrebbero regolare l’umanità.

A questo punto, appaiono più che sensate le sue parole da morente, in seguito al trauma riportato alla testa dopo la fuga dalla polizia: «ah, mò sí che sto bene». Per chi nasce nell’inferno della povertà non esiste redenzione e l’unico momento di pace non può che essere la morte, per di più, come nel caso di Accattone, dopo la fuga dalle forze dell’ordine per il furto di qualche salume.

Franco Citti nel film <em>Accattone</em> di Pier Paolo Pasolini, 1961
Franco Citti nel film Accattone di Pier Paolo Pasolini, 1961

Nel paese con: «il popolo più analfabeta e la borghesia più ignorante d’Europa», citando Orson Welles nell’episodio La ricotta (che con Accattone e Mamma Roma costituisce la trilogia del sottoproletariato di Pasolini), tratto dal film a episodi Ro.Go.Pa.G, lo sfruttamento del lavoro fra simili diventa l’unico modo per non essere a propria volta sfruttati, con la differenza che i piccoli delinquenti come Accattone restano tali, mentre i galantuomini (non presenti fisicamente nel film) fanno passare lo sfruttamento come la sola opportunità di non perire di fame. Difatti, Accattone dirà: «Er sangue mio nun se lo beve nessuno! Er lavoro! Le bestie lavorano», come a volersi differenziare da coloro i quali cercano di sopravvivere con il sudore della fronte, che, in un contesto in cui Homo homini lupus est, rappresentano l’ultimo gradino della scala sociale, verosimilmente peggio dei ladri. Lo sbeffeggiamento dei suoi amici che lo insultano considerandolo morto di fame e lo canzonano quando tornerà da lavoro dopo essere stato accompagnato dal fratello (a sua volta preso in giro in precedenza), pare condurre alle parole di Giacomo Leopardi in Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani:

«Le classi superiori d’Italia sono le più ciniche di tutte le loro pari nelle altre nazioni […]. Niuna vince né uguaglia in ciò l’italiana. Essa unisce la vivacità naturale (maggiore assai di quella de’ francesi) all’indifferenza acquisita verso ogni cosa e al poco riguardo verso gli altri cagionato dalla mancanza di società […], laddove la società francese influisce tanto, com’é noto, anche nel popolo. Gl’italiani non bisognosi passano il loro tempo a deridersi scambievolmente, a pungersi fino al sangue».

Però, rispetto alle parole del poeta marchigiano, ci sono sia somiglianze che differenze: la prima è legata ad una vera mancata funzione educatrice positiva della borghesia in Italia nei confronti delle classi meno abbienti; la seconda è comunque in parte connessa alla prima, dal momento che il pungersi fino al sangue che per Leopardi è caratteristica «tipica degl’italiani non bisognosi», in Accattone diventa la norma fra molti “morti di fame”, in particolare modo di quelli che sembrano opporsi a un sistema di sfruttamento ma alla fine non fanno nulla per cambiarlo, in parte per mancanza di volontà, in parte per un inconscio fatalismo che li porta a pensare che tutto resterà invariato per chi nasce in basso, come è stato per Accattone, il quale, qualche istante prima di esalare l’ultimo respiro, era arrivato a pensare ingenuamente: «chi c’ha fede ‘na previdenza non se more mai de fame», salvo poi morire sull’asfalto, dopo essere stato complice del furto di qualche salume, con la polizia sulle sue tracce per le dichiarazioni di Maddalena (Silvana Corsini), anche lei prostituta ed ex donna di Vittorio, ingelositasi per la relazione iniziata con Stella.

La grandezza del regista friulano si vede già da questo esordio e continuerà nel resto della sua carriera. Il suo secondo film, Mamma Roma (a cui si farà qui solo cenno), con protagonista Anna Magnani, per alcuni versi è ancora più duro, dal momento che Mamma Roma poteva sembrare ad un passo dalla redenzione di una vita passata  sul marciapiede per cause di forza maggiore (per una condizione di miseria di partenza), ma non ce l’ha fatta, distrutta dal passato rappresentato dal “pappone” Carmine (Franco Citti) e dal futuro spezzato personificato dal figlio Ettore, nella cui riuscita ripose invano tutte le speranze di una vita fatta di violenza e umiliazioni.

Anna Magnani in <em>Mamma Roma</em> di Pier Paolo Pasolini, 1962
Anna Magnani nel film Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini, 1962

La poetica di Pasolini si evolverà successivamente, con capolavori del calibro de Il vangelo secondo Matteo, ma la sua onestà intellettuale lo porta ad andare oltre qualsiasi categoria, poiché nelle sue due prime opere non vede contrapposti due blocchi: i ricchi malvagi da un lato contro i poveri buoni dall’altro, perché anche nel sottofondo della miseria esiste un sistema di sfruttamento simile a quello che regola i rapporti di lavoro salariato nella società bene, con quest’ultima che nelle prime due opere è assente fisicamente, anche se le sue colpe dovute al disinteresse verso il sottoproletariato sono tante e vi si fa anche palese riferimento.

Certamente ci sono prese di coscienza da parte dei singoli, come abbiamo visto con Vittorio in Accattone o come si vedrà in Mamma Roma, che vedono nella diseguaglianza di partenza il male e la causa principale per il loro destino, ma non c’è pietà, o quasi, neanche fra simili, cosa che ricorda tanto la guerra fra poveri, che non permette di vedere un nuovo orizzonte oltre quello in cui miliardi di individui in tutto il mondo si trovano impantanati in una corsa fratricida per la sopravvivenza, in cui il mors tua vita mea e la continua lotta fra “morti de fame” sembra la sola via per non restare schiacciati, con parte delle attività illegali dovute all’assenza di uno Stato che appare lontano, se non nella sua funzione repressiva.

Mamma Roma: «Er padre de Ettore era un farabutto disgraziato. […] perché la madre era ‘na strozzina, er padre era un ladrone».

Un cliente: «Perché la madre era na strozzina e er padre era un ladrone?».

Mamma Roma: «Perché er padre da madre era ’n boia e la madre da madre era n’accattona, la madre der padre era ‘na ruffiana e er padre der padre era ‘na spia».

Un cliente: «Dio mio, liberaci dar male…».

Mamma Roma: «Tutti morti de fame, ecco perché… Certo che se c’avevano i mezzi erano tutte persone per bene. Allora de chi é la colpa qua, de chi é la responsabilità?».
(Anna Magnani in Mamma Roma, di Pier Paolo Pasolini, 1962)

 

(Con il presente articolo non si vuole assolutamente limitare la grandezza di Pier Paolo Pasolini ad Accattone e Mamma Roma, dimenticando il resto della filmografia e della sua attività letteraria. Si vuole bensì sottolineare la sensibilità e il genio dell’autore, capace di sviscerare nelle sue due prime opere cinematografiche interrogativi e drammi, in modo diverso, ancora oggi attuali).

01/11/2019 – © Francesco Carini – tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione anche parziale.

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