“Nessun partigiano in famiglia, al massimo qualche militare“. Riflessioni su una ricerca condotta fra archivi, web e un’area dei Nebrodi

“Nessun partigiano in famiglia, al massimo qualche militare“. Riflessioni su una ricerca condotta fra archivi, web e un’area dei Nebrodi

Scena del film "Paisà" di Roberto Rossellini

di Francesco Carini 

(Testo dell’articolo pubblicato sul Quaderno di Storia Contemporanea, n. 75, Edizioni Falsopiano, Alessandria, 2024, pp. 11-30)

Abstract 

Questo è il sunto di un viaggio non solo fisico (ma non di fantasia), alla ricerca di informazioni su alcuni partigiani nati e vissuti in un’area circoscritta dei Nebrodi, per tre dei quali quest’anno ricorre il centenario della nascita. Per alcuni lettori l’articolo potrebbe essere assimilabile ad un’autoetnografia condita da elementi di microstoria, storia culturale o antropologia storica, per altri no, ma, dal momento che lo studio deve essere ampliato, l’intento attuale è soprattutto quello di ricordare alcuni partigiani sconosciuti (o dimenticati) venuti dalla provincia e/o dal basso, oltre a mostrare quanto possa essere forte nell’immaginario di alcuni cittadini l’identificazione fra partigiani e comunisti o presunti tali (a prescindere dalla reale appartenenza a divisioni che hanno contribuito attivamente alla “Resistenza”, anche ideologicamente non assimilabili alla sinistra radicale), fattore che potrebbe determinare a priori una presa di distanza dall’esperienza partigiana.

 

Era il 2020, correva il mese di aprile e imperversava la prima ondata di Covid quando, poco prima di scrivere un articolo sulla Festa della Liberazione1, cominciai a chiedere informazioni su un certo Calogero Lazzaro (nato il 21/01/1924), che, da elenchi pubblicati sul web2, risultava essere uno fra i partigiani nati nel comune in cui sono cresciuto (Sant’Agata di Militello, in provincia di Messina). Sembrava che nessuno conoscesse questo nome, o, quantomeno, non era legato a quello di combattenti noti del secondo conflitto mondiale. Nell’estate dello stesso anno, una volta terminato il “primo lockdown” e rientrato per un periodo nei Nebrodi, cominciai a chiedere info sul suddetto Lazzaro. Mi fu indicata da una memoria storica della zona una persona che poteva sapere qualcosa a riguardo, quindi, non avendo il suo numero di cellulare, andai a suonare il campanello in stile “old school”. Non conoscendomi, nonostante la sua cortesia, era comprensibilmente un pò sospettosa, oltre che titubante nel rispondere alle mie domande. Dopo essermi presentato, chiesi: «Mi scusi, mi è stato detto che può essermi d’aiuto per una mia ricerca. Conosce, ha conosciuto o è stato parente di un certo Calogero Lazzaro, nato nel 1924? É stato partigiano». Il suo volto cambiò e rispose dicendomi:

«No, no, nessun partigiano nella mia famiglia, al massimo durante la guerra abbiamo avuto solo qualche militare».

La persona in questione mi raccontò di un suo parente che era stato carabiniere di cui non ricordava però molto, dal momento che era passato troppo tempo dall’ultima volta che ne aveva sentito parlare a casa. Finito ciò, mi accompagnò gentilmente alla porta poco dopo un confronto con un familiare, ribadendomi che nella sua famiglia non c’erano stati né partigiani, né “compagni”. Avrei voluto replicare che non c’era una proporzionalità diretta fra le due cose o che si poteva aver combattuto il nazifascismo senza aver militato nel PCI o in formazioni filo-comuniste, ma non andai oltre, onde evitare di rovinare una civile discussione. In ogni caso, per qualche motivo, mentre mi dirigevo verso l’auto, mi tornarono in mente alcune discussioni ascoltate da ragazzo o a cui presi parte, in cui i partigiani erano spesso associati alle Foibe (altra dolorosa pagina di storia), ma non tanto alla Liberazione, con il risultato che se ne sminuiva l’importanza, soprattutto alle orecchie di chi la storia non l’aveva ancora studiata o non aveva potuto studiarla.

Passarono gli anni e solo nel 2023, alla fine della pandemia, mentre mi occupavo di familismi nell’ambito di un mio progetto fra ricerca sul campo e d’archivio, dopo aver ascoltato alcuni commenti riguardanti la pubblicazione di uno studioso del comprensorio connessa all’Operazione Husky, incuriosito dal fatto che i partigiani sembravano considerati quasi entità esclusivamente tipiche del Settentrione, cominciai a interessarmi nuovamente all’argomento, cercando autonomamente info e fonti.

Ma ci fu un evento in particolare che mi portò a riprendere parzialmente il mio cammino: la commemorazione della strage di Orto Liuzzo (avvenuta il 14/08/1943), a cui partecipò la sezione ANPI di Messina e che ha visto il prof. Giuseppe Restifo, già docente di Storia Moderna dell’Università della città peloritana, come relatore e autore dell’articolo “Italiani morire”, l’eccidio di Orto Liuzzo di Messina3. Presenziai alla commemorazione, in cui è stata ricordata la strage compiuta da parte di alcuni soldati tedeschi che vide come vittime 6 italiani (5 carabinieri: Antonino Caccetta, Santo De Campo, Nicola Pino, Tindaro Ricco, Antonio Rizzo e un civile: Stefano Giacobbe), mentre scampò un altro militare, Santo Graziano, non colpito per due volte per pura fortuna dai proiettili degli assassini. Come si evince dall’articolo di Restifo, i carabinieri erano intervenuti a difesa del civile Stefano Giacobbe, che, a sua volta, difendeva la villa di un parente, ma i tedeschi, che «avevano preso di mira la villa per saccheggiarla4», muniti di fucili mitragliatori, li condussero prima presso il loro locale comando e poi in «un terreno incolto5», trucidando 5 militi su 6, oltre che Giacobbe.

Questa (unita ad altre stragi) fa parte di quelle dolorose storie verso cui c’è stata una certa reticenza a parlare, come se chi avesse vissuto quegli incubi non facesse parte dell’Italia. Nel suddetto articolo si riporta ancora: «solo nel 1994 le indagini seguite al caso Priebke fecero aprire quello che è passato alla storia come l’armadio della vergogna”. Vennero trovati ben 695 fascicoli di misfatti, sui quali non si è potuto fare giustizia6». Ecco, quei misfatti furono subiti pure da militi, compresi carabinieri, quindi provai a riflettere maggiormente sul perché ci fosse difficoltà a parlare di determinati argomenti che hanno coinvolto vittime accomunate dalla nazionalità, non da un colore politico, pertanto, senza neanche quest’ultima motivazione alla base di tale fenomeno.

Così, unitamente alla ricerca di informazioni, cominciai anche a documentarmi su specifiche formazioni partigiane, che, fino ad allora, avevo sentito solo nominare.

Alla ricerca di Lazzaro: “Hijo de la tierra

Fra la fine del 2023 e gli inizi di gennaio 2024, complici alcuni eventi personali, ripresi elenchi visionati in passato, ma non vi erano contenuti approfonditi legati al suddetto Lazzaro, così cominciai a consultare gli schedari del Fondo RICOMPART (Archivio per il servizio riconoscimento qualifiche e per le ricompense ai partigiani), già versato all’Archivio Centrale dello Stato7. Scoprii che al “mio” combattente la relativa qualifica era stata data dalla Commissione regionale qualifiche partigiani Lombardia8 e trovai qualche informazione aggiuntiva sul sito dell’Istituto Storico della Resistenza Pietro Fornara di Novara9. Qualcosa cominciava a muoversi, anche se il mio obiettivo era quello di trovare informazioni e racconti nella zona in cui era nato. In ogni caso, venni a conoscenza che il Lazzaro aveva militato nella Divisione Valtoce per 6 mesi, era stato in Svizzera per altri 6 mesi (non in villeggiatura) e suo padre si chiamava Francesco10.

Sapevo molto poco circa la Divisione Valtoce, e, allora, iniziai ad approfondire a riguardo, a partire dalla figura di Alfredo11 e Antonio12 Di Dio, nati entrambi a Palermo, e diplomati presso l’accademia militare di Modena, oltre che sulla figura quasi mitica dell’architetto Filippo Beltrami13 e dell’incontro/scontro delle loro rispettive formazioni: la Massiola per i Di Dio14 e la Quarna per Beltrami, dalle cui basi si possono far risalire successivamente nel Cusio, alcuni mesi dopo la morte di A. Di Dio e di Beltrami nella leggendaria battaglia di Megolo (febbraio 1944), i natali della Divisione Valtoce. Come scrive Enrico Massara (fra gli organizzatori della Divisione Valtoce, e che combattè a fianco dei due fratelli Di Dio, chiamati fratelli Diala15 ), la Banda Beltrami e la Banda Massiola agirono autonomamente dal settembre 1943 fino al dicembre dello stesso anno, quando nasce la Brigata Patrioti Valstrona16 . Pertanto, potremmo parlare di incontro fra Sicilia e Piemonte, in un territorio vicino alla Lombardia, dove fu scritta una fra le pagine più significative e non abbastanza conosciute della Storia d’Italia, fondamentale sia per l’opposizione al Nazifascismo, che per la futura costituzione della Repubblica dell’Ossola, una forma di Stato durata poco più di un mese fra il settembre e l’ottobre del 194417 una breve, ma «esaltante esperienza18» (come la definì Massimo Legnani nella premessa del volume Il governo dell’Ossola).

Dopo aver ampliato le mie ricerche su “Calogero Lazzaro”, scoprii che lo stesso si chiamava Calogero Lazzara19 comparando anche la documentazione da me cercata e quella inviatami in copia digitale grazie ai servizi dell’Archivio centrale dello Stato (per il fascicolo del partigiano Calogero Lazzaro) e del Comando Militare Esercito “Sicilia” – Ufficio Documentale – Reparto attività territoriali di Catania (per il foglio matricolare del soldato Calogero Lazzara). Le due persone corrispondevano in quanto nate lo stesso giorno, nel medesimo luogo e con i medesimi genitori (padre Francesco e madre Borgia Calogera, anche se dalla copia del documento per il riconoscimento della qualifica partigiani per la Lombardia, con commissione presieduta da Valentino Bandini, il Lazzara veniva indicato come Lazzaro e la Borgia come Bolgia). Nel medesimo documento si evince che al Lazzaro fu riconosciuto il ruolo di partigiano combattente, in quanto impegnato con la Valtoce per 6 mesi (fra l’aprile e l’ottobre 1944) e internato in Svizzera fra l’ottobre e l’aprile 1945 (i rifugiati provenienti dall’Italia erano accolti in campi che non erano certamente Lager nazisti, ma neanche ”villaggi turistici”. Senza soffermarci sui Partisanlagern20, dall’autunno 1943, in territorio elvetico, vi furono quattro tipi di campi, nello specifico di: scelta, quarantena, accoglienza, definitivi o di lavoro21).

Però, dal Curriculum del Patriota firmato Massara nel maggio 1945, si evince anche qualcos’altro, cioè che il buon “Lazzaro” (ovvero Lazzara), prima di entrare in Svizzera il 15/10/1944 passando da Briga (come molti altri italiani provenienti dall’Ossola22), aveva militato nel Regio Esercito Italiano fra il 20 maggio 1943 e il settembre dello stesso anno (assegnato al 7° Reggimento, di stanza a Melnate, in provincia di Varese), e, poco dopo l’8 settembre, era entrato nelle formazioni partigiane in località Massiola, partecipando: «prima e dopo l’operazione dell’Ossola23», in combattimenti quali quelli di Ornavasso, comune dove nel 1988 fu inaugurata la Casa Museo Raggruppamento Divisioni Patrioti Alfredo di Dio24. Pertanto, seppur non sia risultato un combattente molto noto25, il nebroideo ebbe un importante riconoscimento (anche se magari probabilmente non gli risultò molto utile in futuro) già subito dopo la fine del conflitto, oltre a quello ufficiale di partigiano combattente, avvenuto nel 194726 (ai sensi del d.l.l. del 21/08/1945 n. 518).

In aggiunta, dal Foglio matricolare notai che il titolo di studio era pari alla 2° elementare (dato relativo all’atto dell’arruolamento) e di professione era contadino27. Così, un Hijo de la tierra28 aveva servito l’Italia prima come soldato (con la qualifica di mitragliere) e poi come partigiano, tornando al paese natio alla fine del conflitto, dove, dopo ulteriori ricerche effettuate, vidi che si sposò il 18/09/1957 presso il Duomo dello stesso comune29 con la signora Ignazia Puleo, da cui ebbe due figli, e con la quale è sepolto oggi nel locale cimitero.

In seguito a vari tentativi di non semplice ricostruzione di un quadro più completo, riuscii alla fine a sapere, dopo aver rintracciato e ascoltato un suo familiare30, che il sig. Lazzara andò poi a lavorare all’estero, precisamente in Svizzera e in Germania, inizialmente come casaro specializzato e successivamente in acciaieria, prima di fare ritorno a Sant’Agata di Militello, cittadina in cui morì a 63 anni, il 24 gennaio 1987.

Cominciai a riflettere, connettendo le mie ricerche sul familismo a quella improntata alla “storia dal basso” (in questo caso) legata a partigiani della porzione di Sicilia in cui sono nato, cercando di immaginare se, in una zona in cui non se ne conoscono molti, un Hijo de (figlio di, in siciliano figghiu di, inteso come appartenente a una famiglia facoltosa) avesse avuto altri onori, rispetto a un umile contadino, che chiamo un Hijo de la tierra. E queste riflessioni si intersecavano a quelle stimolate dalle vicende di alcuni partigiani siciliani (accolti da un ambiente non di rado: «ostile31») raccontate da Rosario Mangiameli in un interessante articolo (Antifascismo e Resistenza visti dalla Sicilia), da cui si può evincere la differenza fra il destino toccato a un personaggio straordinario quale Pompeo Colajanni (il mitico partigiano Barbato), comunque «di estrazione sociale alto-borghese32», rispetto ad altri quali il sindacalista corleonese Placido Rizzotto (ucciso dalla mafia nel 1948) o Salvatore Lazzara, che aveva militato meritevolmente in Piemonte nelle Brigate Garibaldi, ma che, rientrato a Lentini, dove svolse attività politica, ebbe fortune diverse rispetto al futuro parlamentare nisseno.

Ma ci sono altre storie, come quelle del partigiano Fortunello (Luigi Briganti) e di capitan Morello (Giuseppe Burtone), entrambi cattolici, con quest’ultimo rientrato fra gli onori in Sicilia dopo l’esperienza in Val d’Ossola (dove i Fratelli Di Dio divennero dei miti); mentre il primo, nonostante gesta eroiche (quali il quasi estremo sacrificio con cui si consegnò ai tedeschi per salvare alcuni abitanti di una cascina33) non godette delle medesime fortune, almeno non nell’immediato. Pertanto, a possibili inferenze politiche che hanno identificato erroneamente l’esperienza partigiana esclusivamente (o quasi) con i “rossi”, pure il contesto di provenienza dei singoli partigiani potrebbe aver avuto un importante ruolo nella loro accettazione.

La “Valtoce” scrive, la “Valtoce” chiarisce

Questa militanza del nostro Lazzaro nella Divisione Valtoce, quindi in una compagine certamente non legata a una fede politica “filocomunista”34, bensì composta fondamentalmente da militari e cattolici, mi incuriosì parecchio e mi stimolò a riflettere su alcuni bias che possono condizionare il discorso sui partigiani (non solo al Sud Italia), così come mi fece pensare al timore che parte dell’opinione pubblica e di comuni cittadini potesse avere nei confronti dei “Rossi”, anche in una regione come la Sicilia, dove obiettivamente uno fra i problemi più importanti è stato costituito storicamente dalla mafia (non solo da quella “militare”, bensì dalla “bianca”) e non da ex combattenti, partigiani o sindacalisti onesti. Molto interessante è stato allora consultare i numeri di alcuni giornali che circolarono liberamente nella sopracitata esperienza della Repubblica dell’Ossola35, in particolare quello della Divisione Valtoce (stampato su carta azzurra e, non di rado, caratterizzato da una certa vena polemica). Fra i numeri del “volantino”, la cui prima uscita fu dedicata ad Antonio Di Dio: «che insieme al Capitano Beltrami sacrificò la sua giovinezza sul campo dell’onore36», in particolare il secondo mi fece riflettere sulla mancanza di un’adeguata conoscenza del fenomeno della “Resistenza” da parte di cittadini che partono da pregiudizi.
Di una formazione che deve molto al sacrificio di uomini valorosi, quali i due sopra indicati, potrebbe risultare illuminante leggere le parole che ne riassumono lo spirito:

Definire il nostro programma è semplice ed è breve: «la vita per l’Italia». Per ora siamo soltanto dei militari, e non vogliamo avere alcuna ingerenza di partito. Noi non discutiamo le varie tendenze ed i vari colori – a parte alcuni estremismi che ci urtano per ragioni evidenti – noi vogliamo invece fare una questione di onestà e di serietà. Libero ognuno di pensarla come vuole – e ciò in ossequio ai secolari principi democratici che non intendiamo negare – perché ciascuno agisca onestamente e da vero soldato37.

Ma il fedele credo in un rinnovato regime democratico s’intravede ancor di più nel terzo numero del foglio, in cui l’autore va contro «larve superstiti di un passato regime»38, mentre viene ribadito: «non siamo affatto anarchici, ma perseguiamo solo quella povera Dea della Giustizia da 22 anni prostituita e martoriata ed oggi ancora sotto le grinfie di qualche neotirannello»39.

Quindi, ricapitolando, il “nostro” contadino nebroideo militò e combatté degnamente in una compagine apartitica, il cui organo di informazione identificava come “coniglismo politico”40 quell’atteggiamento connesso a «un diretto discendente di quel pecorismo del clima fascista che portò questa nostra cara Italia allo sfacelo41». Di conseguenza, la paura ad affrontare determinate questioni non è messa alla berlina da estremisti, bensì da un gruppo di militari e di cattolici che ribadiscono: «Giustizia e libertà: ecco l’ideale a cui tutti dobbiamo tendere, a qualsiasi partito si voglia appartenere42».

Pertanto, un atteggiamento di quasi presa di distanza da ex partigiani che hanno combattuto per liberare l’Italia (non per colonizzare terre straniere), affinché potesse essere instaurato alla fine della guerra un regime democratico, stona in modo importante con quello che dovrebbe essere visto come un merito da ricordare sempre, non come un aspetto su cui tacere. E questa battaglia di civiltà è stata condotta, come si legge sopra, pure senza uno specifico colore politico, fattore che dovrebbe far riflettere ulteriormente.

Così, dopo aver letto queste interessanti pagine scritte da chi la storia la stava vivendo in quel momento, mi misi alla ricerca di altri partigiani della zona e scopro la scheda di un certo Ciro Addo43 (figlio di Benedetto), nato a Militello Rosmarino giorno 8 febbraio 1924, verosimilmente identificabile con Cirino Oddo, nato a Militello Rosmarino il medesimo giorno e anch’egli figlio di Benedetto. Dalla scheda conservata presso il RICOMPART si evince che Addo militò per 11 mesi presso la Valtoce e, probabilmente, 6 mesi in Svizzera (precisamente, oltre all’indicazione della stessa divisione, si legge «m. 11 + m. 6 Svizzera»), in un percorso a primo impatto simile a quello di Calogero Lazzara. Dati analoghi risultano dal «foglio matricolare e caratteristico»44, in cui si legge altresì che Oddo (da non confondere con il “Tenente Oddo”45), di professione bracciante e con titolo di studio pari alla terza elementare (dato relativo all’atto dell’arruolamento), fece parte delle formazioni partigiane fra il 25 novembre 1943 e l’ottobre 1944 con: «la Div. Valtoce (Ossola) e dall’Ottobre 944 al 24/04/1945 formazione Svizzera». Come Lazzara, Oddo militò nel 7° Reggimento Fanteria e rimase “sbandato” in seguito agli eventi bellici. Pertanto, fui lieto di aver trovato delle affinità fra due partigiani combattenti nati in un territorio “cugino” (Sant’Agata ottenne l’autonomia da Militello solo nel 1857) e soprattutto a qualche giorno da una circostanza che mi aveva divertito, anche se lasciato un pò spiazzato. Nella speranza di trovare qualche memoria storica, non necessariamente esperta di Resistenza, per porgli delle domande (possibilmente disposta a raccontare senza altre velleità o scopi che non fossero legati alla mia ricerca), mi sentì rispondere da una persona del comprensorio potenzialmente informata su qualche combattente: «picchì non ciu dumanni a Putin? O a so compari Pupo?», (trad. «perchè non chiedi a Putin? Oppure al suo amico Pupo?»).

Ovviamente restai un pò basito, anche se divertito dalla risposta (verosimilmente legata all’argomento in toto e non a singoli partigiani), ma sarebbe un grave errore dipingere intere comunità e fare “di tutta l’erba un fascio”, tacciandole di essere maldisposte verso l’argomento (si commetterebbe il medesimo errore dovuto a pregiudizi ascrivibili a semplicistici giudizi di valore con cui si liquidano discorsi complessi, quali – appunto – quello sui partigiani o sul “familismo”). Difatti, un ragazzo dell’hinterland, molto disponibile e gentile, che cercava in qualche modo di aiutarmi pensando a possibili fonti orali (senza cercare ringraziamenti pubblici), sottolineava invece che, secondo lui, sarebbe stato un vanto per qualsiasi comune avere avuto una persona che, nel suo piccolo, aveva contribuito a difendere e a liberare l’Italia. Però, nonostante l’appoggio disinteressato di questo giovane (caratteristica encomiabile), il dato emerso ancora una volta fu la presa di distanza dai partigiani per una possibile identificazione degli stessi con i “rossi” (anche se considerare Putin un comunista farebbe sussultare sulla sedia parecchie persone), in una regione in cui, comunque, la maggior parte dei problemi non è stata costituita storicamente dal PCI o da altre forze spostate a sinistra.

Peraltro, a conferma di determinati errori di interpretazione dovuti spesso a un atavico passaparola e a pregiudizi (quasi sempre indipendenti dai singoli interlocutori e, non di rado, alimentati da posizioni politiche che negano o minimizzano l’importanza dell’attività dei partigiani, puntando invece i riflettori solo su alcune pagine tristi che hanno, purtroppo, visto innegabilmente protagonisti membri di alcune formazioni), ritornano a dar man forte le parole del quinto numero del «Valtoce»:

Il fatto che noi della “Valtoce” rifiutiamo di assumere un qualsiasi colore politico, non deve essere inteso nel senso che in tale apoliticità si nasconda qualche recondito imboscamento. L’abbiamo già detto, ma lo vogliamo ancora ripetere: lontani da qualsiasi giudizio sull’operato dei singoli partiti, vorremmo mitigare certi estremismi che riteniamo dolorosi per tutti.
Ciò che desideriamo è che tutti, borghesi e militari, politici ed apolitici, comprendano l’assoluta necessità di collaborare unitamente ed onestamente per l’unico fine che noi prospettiamo: la liberazione dell’Italia47.

Ma se, in un ulteriore tentativo in extremis, si volesse assimilare tutti i partigiani a gente senza fede religiosa (caratteristica legittima, ma non bene accettata in alcuni ambienti), viene incontro un altro numero del suddetto volantino, stampato qualche giorno prima che terminasse il breve ciclo di vita della Repubblica dell’Ossola. L’autore, dopo aver narrato un episodio che vide un patriota bestemmiare e mettere in dubbio l’esistenza di Dio, scrisse rivolgendoglisi idealmente:

Ti manca la fede ed i motivi di tale perdita sono molti […]. Caro patriota, che dormi lontano, anche nella tua anima è saltata una valvola […]. Rimettila a posto e tornerà la luce della fede a rischiararti. Ma forse non t’accorgi che brancoli nel buio, abbarbagliato come sei dalle passioni. Se tu proprio non vuoi credere in Dio, sai che io e i tuoi compagni crediamo. Perché allora osi insultare quanto abbiamo di più caro? In nome della libertà, per cui tutti noi lottiamo, ti chiedo di rispettare la nostra libertà di fede e di non violare più il nostro sacrosanto diritto di non sentire offendere il nostro Padre celeste, come tu hai il diritto di non sentire insultare il tuo padre terreno48.

Quindi, la Valtoce non può essere considerata né un covo di “estremisti di sinistra” né di “miscredenti”, qualora ci fossero ulteriori illazioni da parte di chi volesse dipingere, con tratti caratteristici inventati o quasi, divisioni di partigiani dove hanno militato ventenni inviati sul fronte a migliaia di chilometri di distanza, i quali, dopo l’armistizio di Cassibile, hanno ulteriormente rischiato la vita per la Patria e, infine, una volta tornati a casa, probabilmente non hanno goduto di tutti gli onori che magari possono essere toccati a partigiani residenti in altre regioni italiane o a militari (anche non partigiani) nati in famiglie facoltose e/o influenti sotto il profilo sociale, economico o politico (Sant’Agata di Militello è il comune in cui nacque il pluridecorato generale49 e senatore Aurelio Liotta50).

Conclusioni

Su 1309 partigiani siciliani in Piemonte, c’è un dato mancante per 371 di essi, poi sono così suddivisi: 231  autonomi, 88 nella Matteotti, 376 nella Garibaldi, 173 nella Giustizia e Libertà, 67 in quelle Autonome e di Rinnovamento, 3 nel CMRP51.

Mi sono soffermato parzialmente su due membri della Divisione Valtoce (in particolare su Lazzaro), che, si ribadisce, a scanso di equivoci, militarono in una divisione composta non da “rivoluzionari”, senza un partito strutturato alle spalle su cui appoggiarsi al termine degli eventi bellici, e nel cui volantino, stampato all’inizio di ottobre del 1944, vi era scritto: «Un solo fine ed una sola via noi seguiamo: “LA VIA DELL’ONESTÁ”52». Ma, oltre ai due combattenti già citati, in un periodo in cui Giuseppe Gentile, importante politico e diplomatico santagatese, veniva eletto a più riprese fra il 1919 e il 192453, altri ragazzi nascevano o crescevano nella zona di Sant’Agata di Militello e dintorni, per poi unirsi alla lotta di liberazione, fattore per cui sarebbe interessante approfondire in futuro le loro storie (senza mitizzazioni di fondo), anche perché non legate a famiglie “importanti”, bensì riconoscibili al massimo per le loro azioni, e non per blasone. Limitandoci quasi esclusivamente ai combattenti le cui qualifiche di partigiani sono state riconosciute dalle Commissioni Piemontese, della Lombardia e della Liguria, fra questi ricordiamo il giovane Carmelo Princiotta, anch’egli nato nel 1924, precisamente ad aprile, che, partito da giovane bracciante, dopo essere stato arruolato nel 64° Reggimento Fanteria prima dell’8 settembre 1943, militò (con nome di battaglia Tonino) fra il 5 marzo 1944 e il 10 dicembre dello stesso anno nella 77° Brigata Garibaldi e dal 15/12/1944 fino alla smobilitazione nella VI Divisione Alpina Canevesana Giustizia e Libertà (De Palo)54. Giudicato dal suo “comandante diretto” «volenteroso55», partecipò a importanti operazioni, quali la Liberazione di Torino (26/04/1945), tornando poi a risiedere in provincia di Messina (anche a San Marco d’Alunzio56), dove si sposò il 26 aprile 1947 all’età di 23 anni57. In questo caso, anche se anni dopo la fine del conflitto, gli è stato riconosciuto un merito importante, dal momento che, esattamente il 17 dicembre 2008, per la sua attività partigiana fu determinata la concessione a Princiotta della Croce al merito di guerra58, fatto di non poco conto per un Hijo de la tierra. Fra i “piemontesi” c’è anche Biagio Lupica, figlio di Antonio e di Vincenza Indriolo59, nato sempre a Sant’Agata di Militello il 19/02/1914 (battezzato il 7 marzo del medesimo anno) e di professione ragioniere, con grado di sergente maggiore occupato nell’aeronautica alla data dell’8 settembre 1943 e riconosciuto “benemerito” dalla commissione regionale Piemontese per l’accertamento della qualifica di partigiano, con collaborazione saltuaria con la XIX Brigata Garibaldi60.

Fra gli altri, inoltre, si può annoverare Antonino Amata, chiamato Toni61, anch’egli bracciante62 e nato il 14/02/1916, partito come soldato (fanteria) e che collaborò come partigiano nelle Brigate Adolfo fra il 15 marzo e il 7 giugno 1945, ottenendo la qualifica di “patriota”63.

Senza nulla togliere a quella di altri combattenti al momento non citati, la storia del “benemerito” Biagio Lupica potrebbe essere interessante da approfondire in futuro64, ed è potenzialmente accostabile per il suo grado da militare a quella di un altro santagatese, Pietro Famiano, nato il 25 aprile 1913 da Paolo Basilio e Francesca Bellisanti, riconosciuto dalla Commissione Liguria come “caduto per la lotta di liberazione”, pertanto senza storia a lieto fine, in quanto: «fucilato dai nazi-fascisti a Poggio di Sanremo (Imperia) il 24/11/194465», insieme ad altre vittime rastrellate66. Quando fu assassinato aveva solo 31 anni. Sposatosi nel 194167, con la qualifica professionale di sottufficiale (sergente maggiore per la precisione, ricoperta all’8 settembre 1943) militò con nome di battaglia Piero nella 5° Brigata Nuvoloni, 2° Divisione Garibaldi Cascione, dall’agosto 1944 fino al giorno della sua morte. Come militari, per il loro grado, sia lui che Lupica si differenziano dagli Hijos de la tierra Lazzara, Oddo e Princiotta (tutti e tre nati nel 1924 e riconosciuti dalle rispettive commissioni come partigiani combattenti, e di cui, curiosamente, quest’anno ne ricorre il centenario della nascita), ma risultano accomunati in qualche modo dai natali e dal servizio prestato per il loro paese.

I suddetti partigiani (come altri) hanno vissuto in una zona ben conosciuta da Vincenzo Consolo, grande scrittore santagatese ed amico di Leonardo Sciascia. Consolo amava, conosceva i Nebrodi ed era molto legato alla sua terra, e proprio per questo, per un sentimento sincero non tradotto in piaggeria, in una delle sue opere più conosciute, Il sorriso dell’ignoto marinaio, scrisse: «[…] i paesi dei Nèbrodi, di serena natura e di sommessa storia, con rari sopratoni di ribellismi, di rivolte popolari, come quella risorgimentale di Alcàra Li Fusi, tramandata più dal racconto orale che dalla storiografia – paesi remoti dimentichi e dimenticati, rispetto ai due poli antitetici e simbolici quali erano Messina e Palermo68», con dei toni che, per determinati versi, ricordano quelli usati da Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli, per raccontare parte del confino nella sua Lucania: «Tutto il domani, fino alla fine dei tempi, tendeva a diventare anche per me quel vago «crai» contadino, fatto di vuota pazienza, via dalla storia e dal tempo»69.

Non è dato sapersi se quella accennata da Consolo sia una fra le cause che potrebbe condurre a una mancata abitudine a “vivere la storia” di una realtà più grande, non ad immaginarla (o a viverla passivamente), “scansandosi” potenzialmente da eventi basilari per un paese, a cui, però, anche giovani braccianti con titolo di studio pari alla scuola elementare hanno meritevolmente partecipato, permettendoci, insieme ad altre forze, di avere oggi un ordinamento democratico. Ci sono troppe variabili in gioco (alcune, a logica, più che giustificabili) e, sebbene dei tratti citati da Consolo possano essere rimasti invariati, i tempi sono cambiati anche attraverso la scolarizzazione, oltre che verosimilmente per una maggior circolazione di idee e di informazioni (o, non di rado, grazie all’emigrazione); diviene quindi quasi impossibile rispondere con certezza, ma, soprattutto, nonostante l’importanza di non avere timori ad affrontare un discorso che può risultare scomodo, tale situazione non può essere soltanto legata a un’area delimitata dell’isola, onde evitare posizioni simili ad una pseudo involontaria «(auto)orientalizzazione interna70» o di commettere errori di interpretazione connessi a generalizzazioni potenzialmente troppo semplicistiche, quale quella con cui Banfield considerava Chiaromonte una sorta di campione del Sud Italia per ciò che concerneva alcuni aspetti del suo studio, accostando provincie distanti e diverse (es. Palermo, Messina, Catania, Trapani, zone della Lucania, Calabria e «Abbruzzi71»).

Il dato certo è legato al fatto che uno splendido angolo della Sicilia, regione dominata per molto tempo in larga parte dall’aristocrazia prima e dalla borghesia terriera dopo (da cui Consolo dice di essere: «scappato […] quando avevo capito che il potere non mi avrebbe mai accettato72»), ha dato i natali a uomini che, stando alle informazioni al momento raccolte, dovrebbero essere meritevolmente omaggiati oltre che considerati realmente Hijos del pueblo, cioè giovani venuti dalla provincia, che hanno rischiato (o perso) la vita sul campo di battaglia per l’Italia.

25/04/2025 – © Francesco Carini – tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione anche parziale.

L’immagine dell’articolo e dei social è tratta dal film “Paisà” di Roberto Rossellini (1946).
Testo dell’articolo pubblicato sul Quaderno di Storia Contemporanea, n. 75, Edizioni Falsopiano, Alessandria, 2024.

Copertina “Quaderno di storia contemporanea” – Resistenza. Spazie e percorsi – n. 75 2024

Note
1 F. Carini, Il 25 aprile sta diventando un tabù. Riscopriamo i valori della Resistenza. Parola allo storico, Homo Sum, 24/04/2020
2 Due dei suddetti elenchi si trovano ai seguenti link: https://ecopoliscantieresociale.com/partigiani-messinesi/ e https://anpicatania.wordpress.com/2010/06/08/126-nominativi-dei-partigiani-siciliani-combattenti-nel-novarese/
3 G. Restifo, “Italiani morire”, l’eccidio di Orto Liuzzo di Messina, Patria Indipendente, 10/08/2023, https://www.patriaindipendente.it/cittadinanza-attiva/italiani-morire-leccidio-di-orto-liuzzo-di-messina/
4 Ibidem.
5 Ibidem.
6 Ibidem.
https://partigianiditalia.cultura.gov.it/archivio/
8 https://partigianiditalia.cultura.gov.it/schedari/schedario/?sigla_schedario=LO&numero_cassetta=22
9 https://www.isrn.it/db/Partigiani/partigiani.php
10 https://partigianiditalia.cultura.gov.it/persona/?id=5bf6b8b0153c893090469692
11 https://www.isrn.it/materiale/dvd_chiovini/sentiero_beltrami/3_14.html
12 https://www.isrn.it/materiale/dvd_chiovini/sentiero_beltrami/3_15.html
13 https://www.isrn.it/materiale/dvd_chiovini/sentiero_beltrami/home_1.html
14 https://www.isrn.it/materiale/dvd_chiovini/sentiero_beltrami/2.html
15 E. Massara, Antologia dell’Antifascismo e della Resistenza novarese: uomini ed episodi della lotta di liberazione, Novara, Tipolitografia Grafica Novarese, 1984, pag. 128.

16 Ibidem.
17 https://www.raiscuola.rai.it/storia/articoli/2021/02/La-Repubblica-dellOssola-99fd987d-d64e-4ec7-a4dc-34221727112a.html
18 M. Giarda e G. Maggia (a cura di), Il governo dell’Ossola, Novara, Istituto storico della Resistenza in provincia di Novara e in Valsesia, Comitato per il trentesimo anniversario della Repubblica dell’Ossola, Grafica novarese, 1974, pag. 3.
19 Questo nome emerge dal Registro dei Battezzati 1923-1928 della Parrocchia Santa Maria del Carmelo di Sant’Agata di Militello, atto n.164 del 25/01/1924 (oltre che dal foglio matricolare di Calogero Lazzara n. di matricola 30804 – Distretto militare di Messina).
20 C. Cantini, I partigiani dell’Ossola in Svizzera, in «Italia Contemporanea», n° 150, Milano, marzo 1983, pag. 63.
21 Ibidem, pag. 60.
22 Ibidem, pp. 57-59.

23 Archivio Centrale dello Stato, RICOMPART, Lombardia, fascicolo del partigiano Calogero Lazzaro.
24 https://www.museopartigiano.it/le-sedi/
25 Si ringrazia anche l’Istituto Storico della Resistenza Pietro Fornara per la disponibilità.
26 Precisamente il 05/02/1947, con deliberazione n. 32242 confermata il 29/07/1947
27 Dato confermato dall’atto di matrimonio n. 275/37 del 18/09/1957, dopo consultazione del Libro dei Matrimoni 1953-1959 della Parrocchia Santa Maria del Carmelo di Sant’Agata di Militello (in cui il signor Lazzara risulta bracciante).
28 Questo termine cominciai ad usarlo dopo una discussione con alcuni amici argentini, che, incuriositi dai miei studi sul familismo e sulle affinità fra la lingua siciliana e quella spagnola (il castigliano nello specifico), mi confermarono che in Argentina, coloro i quali godono di una posizione di vantaggio rispetto ad altri (anche a livello lavorativo, sia nel settore pubblico che privato), vengono definiti Hijos de, al contrario di altri, che chiamammo amaramente Hijos de nadie, traducibile in siciliano con figghi i nuddu, cioè figli di nessuno. Hijos de la tierra viene utilizzato nel presente articolo (con accezione positiva) per indicare quei combattenti la cui professione risultava quella di bracciante (o similare) al momento della chiamata alle armi.
29 Ricerca effettuata presso l’Archivio della Parrocchia Santa Maria del Carmelo di Sant’Agata di Militello. Atto n. 275/37 del 18/09/1957 trascritto nel Libro dei Matrimoni 1953-1959, anche se il medesimo dato può essere ricavato dalle adnotationes presenti nel Registro dei Battezzati della medesima parrocchia fra gli anni 1923 e 1928 (atto n. 164 del 25/01/1924).
30 Breve incontro avvenuto il 6 aprile 2024 grazie all’interessamento del prof. Nuccio Lo Castro e al suggerimento di un gentile impiegato del locale cimitero.
31 R. Mangiameli, Antifascismo e Resistenza visti dalla Sicilia, Rivista Meridiana, n. 91, Viella, Roma, 2018, pag. 231.
32 Ivi, p. 249.
33  Ivi, pp.  245-247.
34 Cfr L’esperienza dell’Ossola liberata, rapporto di Mare (Giancarlo Pajetta) al comando generale delle brigate Garibaldi, in M. Giarda e G. Maggia (a cura di), in Il governo dell’Ossola, Istituto storico della Resistenza in provincia di Novara e in Valsesia, Comitato per il trentesimo anniversario della Repubblica dell’Ossola, Grafica novarese, 1974, pag. 107.
35  https://giornaliallamacchia.isrn.it/i-giornali-dellossola-libera/
36  «Valtoce – Volantino quotidiano della divisione e degli aderenti alla formazione», n. 1, 26/09/1944.
37  «Valtoce – Volantino quotidiano della divisione e degli aderenti alla formazione», n. 2, 27/09/1944.
38  «Valtoce – Volantino quotidiano della divisione e degli aderenti alla formazione», n. 3, 28/09/1944, pag. 2.
39  «Valtoce – Volantino quotidiano della divisione e degli aderenti alla formazione», n. 3, 28/09/1944, pag. 1.
40  «Valtoce – Volantino quotidiano della divisione e degli aderenti alla formazione», n. 4, 29/09/1944, pag. 2.
41 Ibidem.
42 Ibidem.
43  Scheda consultabile al link: https://partigianiditalia.cultura.gov.it/persona/?id=5bf6b310153c89309045eba8
44  Documento consultato in copia informatica grazie al CME “Sicilia” – Ufficio Documentale – Reparto attività territoriali di Catania.
45  Cfr E. Massara, Antologia dell’Antifascismo e della Resistenza novarese: uomini ed episodi della lotta di liberazione, Tipolitografia Grafica Novarese, Novara, 1984, pag. 338.
46  N. Lo Castro, Da Militello Valdemone alla marina di Sant’Agatha, in Storia dei Nebrodi – vol. III, Brolo,  Ass. Tur. Pro Loco Ficarrese, Armenio editore, 1995, pag. 74.
47  «Valtoce – Volantino quotidiano della divisione e degli aderenti alla formazione», n. 5, 30/09/1944, pag. 1.
48  «Valtoce – Volantino quotidiano della divisione e degli aderenti alla formazione», n. 8, 05/10/1944, pag. 1.
49  Istituto del Nastro Azzurro fra i combattenti decorati al valor militare, Federazione provinciale di Messina (a cura di), Albo dei decorati al Valor militare della provincia di Messina, Grafo editor s.r.l., Messina, 1983, pag. 92.
50  https://www.senato.it/web/senregno.nsf/876b34df7222a9fac125785e003ca629/11fe809f9101dac74125646f005cc61f?OpenDocument
51  C. Dellavalle (a cura di), Meridionali e Resistenza – Il contributo del Sud alla lotta di Liberazione in Piemonte 1943-1945, Torino, Consiglio regionale del Piemonte,  2013, pp. 17-18.
52  «Valtoce – Volantino quotidiano della divisione e degli aderenti alla formazione», n. 6, 02/10/1944, pag. 2.
53  https://storia.camera.it/deputato/giuseppe-gentile-18791019#nav
54  Scheda consultabile alla pagina web: https://partigianiditalia.cultura.gov.it/persona/?id=5bf7cc644d23521804a0f585
55  Archivio Centrale dello Stato, RICOMPART, Piemonte, fascicolo del partigiano Carmelo Princiotta. Il dato è presente nel Foglio Notizie 03289/GL e nella Deliberazione n. 14580 dell’8/11/1946, con cui il Generale Trabucchi (presidente della Commissione Regionale Piemontese per la Qualifica di Partigiano) fornì al Princiotta la qualifica di Partigiano Combattente.
56  Archivio Centrale dello Stato, RICOMPART, Piemonte, fascicolo del partigiano Carmelo Princiotta.
57  Atto di matrimonio n. 276/31 del 26/04/1947, Libro dei Matrimoni 1942-1948, consultato dopo ricerca effettuata nell’archivio della Parrocchia Santa Maria del Carmelo di Sant’Agata di Militello. Da questo documento si evince anche la professione di “bracciante” del Princiotta.
58  Verbale di concessione Croce al Merito di Guerra al soldato Carmelo Princiotta, Centro documentale di Catania – Sezione Documentazione.
59  Dato confermato dopo ricerca effettuata nell’archivio della parrocchia Santa Maria del Carmelo di Sant’Agata di Militello (Atto n. 314 del 7 marzo 1914, Registro dei Battesimi 1912-1916).
60  Cfr documento consultabile alla pagina web: https://partigianiditalia.cultura.gov.it/persona/?id=5bf7c9c34d23521804a0a754
61  Cfr documento consultabile alla pagina web: https://partigianiditalia.cultura.gov.it/persona/?id=5bf7c4d64d235218049fe140
62  Dato riportato nell’Atto di matrimonio del 23/11/1938, da cui si evince che Antonino Amata sposò Teresa Giammò (Libro dei Matrimoni 1938-1942, consultato dopo ricerca effettuata nell’archivio della Parrocchia Santa Maria del Carmelo di Sant’Agata di Militello).
63  Per le differenze fra le qualifiche leggasi gli articoli dal 7 al 10 del decreto legislativo luogotenenziale 21 agosto 1945, n. 518.
64  Cercando nell’archivio digitale dell’Istituto del Nastro Azzurro, al link http://decoratialvalormilitare.istitutonastroazzurro.org/#, fra i decorati al valor militare risulta un certo Biagio Lupica fu Antonio, da Messina, primo aviere marconista, che nel 1942 ricevette la Croce di Guerra al Valor Militare dopo aver dimostrato «capacità professionale e valore da soldato». Ci sono delle analogie con il Biagio Lupica citato nel corpo dell’articolo, dal momento che nell’atto di arruolamento volontario avvenuto nel 1936 presso la caserma Cavour come Aviere Allievo Specializzato, in qualità di radiotelegrafista, si evince che anche il padre di quest’ultimo si chiamava Antonio, e, peraltro, dal foglio notizie del comando del distretto militare di Torino (consultato in copia informatica grazie al CME “Sicilia” – Ufficio Documentale – Reparto attività territoriali di Catania), risulta che la sua promozione a grado di sergente maggiore avvenne nell’agosto 1942, medesimo anno in cui il Biagio Lupica citato per primo riceveva la suddetta onorificenza.
65  Documento consultabile alla pagina web: https://partigianiditalia.cultura.gov.it/persona/?id=5bf7bf104d235218049f207a
66  https://www.straginazifasciste.it/wp-content/uploads/schede/Poggio%20e%20San%20Giacomo,%20Sanremo,%2024.11.1944.pdf
67  Come riportato nelle adnotationes relative all’atto n. 150 del 4 maggio 1913 contenuto nel registro dei Battesimi 1912-1916 della Parrocchia Santa Maria del Carmelo di Sant’Agata di Militello.
68  V. Consolo, Il sorriso dell’ignoto marinaio, Milano, Mondadori, Edizione del Kindle, pag.141.
69  C. Levi, Cristo si è fermato ad Eboli, Torino,
Einaudi, 1945, pag. 198.
70  F. Tedesco, Mediterraneismo, Milano, Meltemi, Edizione del Kindle, pag. 168.
71  E. Banfield, Le basi morali di una società arretrata, Bologna, Il Mulino, 1976, pag. 39.
72  V. Consolo, in Requiem per le vittime di mafia, Palermo, Ila Palma, 1993, pag. 17.

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