La famiglia piccolo borghese al tempo della crisi
Familismo non significa famiglia. Quando la crisi e la ricerca dell’interesse per i propri parenti finisce con il danneggiare la collettività

La famiglia piccolo borghese al tempo della crisi
Familismo non significa famiglia. Quando la crisi e la ricerca dell’interesse per i propri parenti finisce con il danneggiare la collettività

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familismo amorale
Parenti serpenti di Mario Monicelli, 1992

Non credo che Dio abbia creato gli uomini perché non avessero famiglia (Cecil Gaines, interpretato da Forest Whitaker, nel film The Butler)

Fonte: blog Homo Sum di Francesco Carini – Linkiesta.it – 19/03/2018

Anche se un po’ sottovalutata dal grande pubblico per decenni, negli ultimi mesi sta tornando alla ribalta la parola disuguaglianza, sia tra individui che tra famiglie, con queste ultime che, in assenza o non sufficiente presenza dello stato sociale, non rappresentano semplici nuclei di convivenza.
Con un impoverimento generalizzato che in Italia (e parte dell’Europa) ha colpito ceti medi e meno abbienti, si è assistito a un fatto che probabilmente non è stato analizzato in pieno in tutta la sua drammaticità: 13 milioni di italiani hanno rinunciato alle cure. E quando si parla di milioni, non ci si riferisce a semplici unità tradotte con un numero su un foglio, ma ad individui in carne e ossa.
Questo dato, in alcuni casi potrebbe accompagnarsi alla Status Syndrome, una condizione di cui si sta cominciando a parlare adeguatamente. Questa “condizione patologica”, il cui nome è stato coniato dal dottor Michael Marmot, si può legare alla precarietà, all’instabilità professionale, alla percezione di subalternità rispetto ai più ricchi o a chi sta ai vertici della gerarchia sociale, determinando un maggiore stato di stress all’interno di cui gruppi che, non potendo fronteggiare la disparità di accesso alle risorse e alle opportunità di uplevelling sociale, sono più soggetti a uno stato di stress prolungato, che a sua volta conduce a una maggiore probabilità di ammalarsi (patologie endocrine o legate al sistema nervoso e immunitario) rispetto a chi parte da una posizione di vantaggio (a tal proposito risultano illuminanti gli studi del neuroscienziato Roberto Sapolski dell’Università di Stanford, sulle conseguenze dello stress legato ai rapporti di dominanza fra i primati).

Mentre sempre più studi indicano come condizioni socio-economiche precarie conducano ad un peggioramento della salute e naturalmente della qualità della vita, una recente ricerca canadese riportata sul Canadian Medical Association Journal appena due mesi fa ha indicato come un maggior investimento in determinati servizi sociali garantirebbe una netta diminuzione della spesa pubblica in ambito sanitario (legata verosimilmente ad una maggiore condizione di sicurezza). Come riportato in un articolo del 9 febbraio scorso su oggiscienza.it, Daniel Dutton della School of Public Policy di Calgary, uno fra gli autori del suddetto studio, ha dichiarato: «abbiamo visto che se i governi spendessero anche solo un centesimo in più nei servizi sociali rispetto a ogni dollaro speso per i servizi sanitari, l’aspettativa di vita crescerebbe del 5% e in un solo anno le morti cosiddette evitabili si ridurrebbero del 3%». Lo stesso Dutton ha continuato: «se la spesa sociale si rivolge ai determinanti sociali della salute, diventa una forma di spesa sanitaria preventiva andando a modificare la distribuzione del rischio per l’intera popolazione».
Ma come si comporta in Italia lo zoccolo duro delle famiglie piccole borghesi o ciò che resta di esse? In tutto ciò, oltre a lamentarsi (perché la protesta non è per “galantuomini o gentil donne”) o a dispensare consigli che nulla hanno a che vedere con la realtà effettiva, cosa fa attualmente parte dei nuclei appartenenti ai ceti medi, dopo essere stata assunta a tempo indeterminato con “infornate” da Prima Repubblica? Anche se in modo certamente (e purtroppo) non approfondito, occorre comunque fare una panoramica generale su cosa i grandi pensatori del passato hanno scritto su una fondamentale istituzione sociale come la famiglia, che, per condizioni storico-sociali, al Sud assume un ruolo potenzialmente più importante (non sotto il profilo affettivo) che in altri paese in cui il Welfare è più sviluppato.

La famiglia è lo Stato del siciliano (da Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia)

Ancestralmente, basandosi sulla concezione hobbesiana dell’homo homini lupus, gli uomini hanno dovuto unirsi stringendo un patto sociale, situazione di base ancora riscontrabile in parte in alcune società come quella somala, in cui la famiglia classica, con matrimoni combinati alfine di creare dei clan, ha rappresentato una parziale soluzione alle condizioni di precarietà della loro esistenza, volta a limitare gli scontri determinati da motivi politici o economici.
Ma, nonostante la sua grande importanza, Jacques Comaille ha sottolineato nel suo saggio Famille et politique: «La famiglia non è un oggetto centrale delle scienze della politica». Effettivamente, seguendo il pensiero marxista essa può essere assimilata ad una sovrastruttura legata ad un ambiente in cui l’economia costituisce il motore della storia. Invece, da un altro punto di vista, ci sono teorie che, partendo dall’antica Grecia fino ad arrivare ad Hegel, mostrano il suo ruolo basilare.

Come analizza finemente Paul Ginsborg in Famiglie, società civile e stato nella società contemporanea: alcune considerazioni metodologiche, prima Platone (ne La Repubblica) e successivamente Aristotele (ne La Politica), tendono a distanziarsi dalla posizione di Socrate, vicina all’abolizione della famiglia e della proprietà privata per gli amministratori locali. In particolare Aristotele nota che questa divisione netta potesse condurre alla distruzione di una dimensione affettiva fondamentale per allevare le generazioni future. Pertanto, se il precettore di Alessandro Magno da un lato, parlando dei quattro poteri – politico, dispotico, patriarcale ed aristocratico -, pone la differenza fra sfera pubblica e sfera privata, da un altro lato fa della famiglia la cellula base dello stato.
A distanza di più di 2000 anni, Hegel è intervenuto sull’argomento, passando dalla visione diadica di Aristotele (stato-famiglia) a quella triadica costituita da: famiglia, società civile e stato, cioè i tre momenti principali dell’associazione della vita umana, con la famiglia a costituire la prima radice etica dello stato.
Appurando storicamente che non esiste alcuna società senza un’istituzione con identiche funzioni al pari della famiglia, si può comprendere il ruolo universale di quest’ultima e quanto essa possa influire sulla società civile.
Ma a che punto si trova la società civile e soprattutto quanto è stata influenzata in peggio da ciò che resta della famiglia piccola borghese fra: “evoluzione”, tragicomici sogni di arricchimento e l’arroccarsi ai suoi presunti “privilegi”?

In uno splendido saggio pubblicato da Stefano De Matteis sulla rivista Meridiana nel 1993, si descrive come Eduardo de Filippo abbia analizzato l’istituzione familiare nell’arco di un’intera carriera. In Le Bugie con le gambe lunghe (1948), dalle apparenze di dover emergere a tutti i costi, alle menzogne con cui si cerca di tenere in piedi tutta “la baracca”, l’autore napoletano ha messo in risalto vizi e aspetti grotteschi della piccola borghesia esacerbati da un continuo stato di precarietà. Negli anni ’40 c’era la guerra a garantire che la signora dignità fosse «fucilata». Oggi invece, sembra che la mancanza di stabilità economica faccia in modo che i componenti del ceto medio diventino delle maschere ancora più tragiche ed al contempo comiche, per i tratti ridicoli che assumono nel palcoscenico dell’esistenza.
La sfiducia nell’esterno da parte dei personaggi di Eduardo e il puntare su azioni che possano portare beneficio all’interno del nucleo familiare di origine si coniugano con quello che Banfield definì negli anni ’50 familismo amorale, cioè:

la massimizzazione di vantaggi materiali e immediati della famiglia nucleare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo

Pertanto, come può risultare logico, eliminando qualsiasi aura semi-mistica attorno al concetto di famiglia, è comprensibile che la condizione economica diventi di fondamentale importanza e conduca a comportamenti che poco hanno a che fare con uno pseudo-mitico carattere cavalleresco a cui la borghesia eduardiana cerca d’ispirarsi. E proprio la superbia con cui l’impiegato statale medio (in ottica contemporanea anche al femminile) si vuole distinguere dai propri simili o da gente poco più umile dal punto di vista materiale, funge da profezia per i nostri giorni.

Come scrive De Matteis nel suo saggio, per la piccola borghesia, che guarda ammirata ai valori dei “signori” e tende a scimmiottare un contegno pseudo-aristocratico:

«tutto ciò che è fuori della famiglia diventa platea, si trasforma in un grande teatro sociale dove giocare un ruolo e mostrare un contegno»

Attraverso il teatro, De Filippo è riuscito a raffigurare in pieno non tanto una tendenza napoletana/meridionale, bensì estendibile a tutta Italia e non solo. L’ansia da “sistemazione” e un familismo divenuto ancora più amorale (con tutte le eccezioni del caso) conducono a delle azioni in cui il concetto di dignità appare quantomeno nebuloso e la pressoché assenza di una società civile importante ne è la diretta quanto drammatica conseguenza.

Nella commedia Filosoficamente (1928), Eduardo evidenzia la fretta di accasare per bene le figlie in qualche modo. A tal proposito è straordinaria la frase dell’impiegato Gaetano Piscopo che dice:

‘O guaio chi ‘o passa? L’impiegato! Deve vestire decente, nun voglia maie ‘o cielo se presenta cu’ ‘e scarpe rotte… Si tene figlie, l’ha dda fa’ cumparì, naturalmente quel poco che guadagna serve per mantenere come meglio può le apparenze…

Dal momento che il buon senso e la dignità stessa non hanno né colore politico, né credo religioso, di seguito è riportato un pensiero del vescovo di Patti (provincia di Messina) Angelo Ficarra, che, nel 1936 (quindi, è d’obbligo contestualizzare la citazione in quegli anni), riferendosi al comportamento di certe madri impegnate a “sistemare” le figlie in occasione di alcuni giorni festivi, tuona da uno dei suoi Quaderni intitolato Meditazioni vagabonde e Psicologia popolare della vita religiosa in Sicilia:

«quando voi portate una bestia al mercato, a chi la date se non a chi meglio vi paga? E così la povera merce umana viene spesso ceduta al miglior offerente, non a colui ch’è più ricco di mente e di cuore, più amante dell’onestà […]»

A tal proposito, anche se assimilabile solo a un caso limite, si dovrebbe riscoprire la grandezza di Dino Risi e del film In nome del popolo italiano (1971), con la vittima del film Silvana Lazzorini allontanata dagli affetti veri e dall’amore per un ragazzo non benestante e spinta dalla società delle apparenze e soprattutto dalla famiglia stessa al mestiere di escort (definita dai genitori: attività di “public relationship” fra grandi alberghi e jet set, accettata di buon grado perché ipocritamente ben retribuita a svolta solo per facoltose personalità del commercio e dell’industria, “gente perbene”).
Straordinario risulta il dialogo tra il giudice Bonifazi (Ugo Tognazzi), sdegnato per l’opportunismo che si trova davanti, e il padre della giovane, interessato solo all’aspetto materiale, non alla felicità della figlia:

Bonifazi: «Insomma, la sciagurata lasciò colui che covava il disegno infame di sposarla e tornò sulla retta via…».
Padre: «Ebbimo ancora giorni lieti, potei perfino farmi una nuova dentiera, un bel lavoro»

Altra perla di Risi è Il vedovo (1959), con Alberto Sordi e Franca Valeri in versione marito-moglie per convenienza e con Gioia (Leonora Ruffo) nel ruolo della concubina, spinta dalla madre tra le braccia di Alberto Nardi (Sordi) prima, e del commendador Lambertoni poi, entrambi sposati, ma che, attraverso i loro “regali” avrebbero garantito alla ragazza e di conseguenza a “mammà” un altro stile di vita, magari in attesa di una separazione fra i coniugi che avrebbe potuto portare la giovane ad un’elevazione ufficialmente riconosciuta, situazione che ricorda per alcuni versi e in piccolo la vicenda di Madame de Pompadour, divenuta amante ufficiale di re Luigi XV (non moglie), con la donna di famiglia borghese spinta fin da giovane dalla madre ad un’ascesa fra la nobiltà al limite del machiavellico attraverso le sue “doti” (cosa che dovrebbe far rabbrividire il genere umano, non solo le femministe).

Quindi, come hanno rappresentato mirabilmente cinema e teatro nell’arco del ‘900, seppur le classi sociali oggi sulla carta non esistano più, rimane sempre forte l’anelito di livellamento della piccola borghesia verso l’alto, con la ricerca di un “ascensore sociale” che non si fonda necessariamente sul sincero affetto (vedesi relazioni e grotteschi matrimoni di convenienza) o, nel lavoro, su criteri meritocratici, quanto su un self marketing sfrenato, dove la visibilità diventa ancor più importante della competenza e magari spesso (non sempre) una foto su un social network conta più del curriculum (per la serie maschilista e “cacio e pepe”: «meglio assumere una “gnocca” che l’erede della Montalcini»). E invece di cercare una coesione che permetta di rivendicare ed ottenete dei diritti collettivamente, si assiste ad una disgregazione sociale. Su base empirica si può riscontrare quanto le famiglie medie si facciano letteralmente prendere in giro da messaggi pubblicitari che prospettano strade lastricate d’oro, piuttosto che analizzare la situazione reale dove la parola tirocinio post-master assume nell’immaginario un significato magico, quando in realtà è sinonimo di lavoro non o mal retribuito, comunque sempre precario e che non apre quasi mai le porte per impieghi da sogno. Tutt’altro.

Così, in una situazione del genere, il familismo può diventare per necessità economiche la stampella del clientelismo, che, pur restando un rapporto diadico, mai erga omnes, assume una dimensione più comunitaria perché favorisce determinate famiglie a discapito di altre.
Di conseguenza, senza comprendere che tale meccanismo disintegra e avvelena lo sviluppo della società, egoisticamente ed al contempo “masochisticamente”, la famiglia italiana media perde sempre più quel valore civile (ispirato a sentimenti di uguaglianza) o di solidarietà (legato maggiormente a un retaggio cristiano), agendo come in un nuovo (o mai morto) feudalesimo, o con tutele sul lavoro che diventano sempre più labili, con quella che rischia di costituire una nuova forma di tacito servilismo in cui proprio le famiglie hanno le loro colpe, dal momento che i risultati disastrosi di oggi sono dovuti ai silenzi e al disinteressamento del passato (oltre che del presente), pensando agli “affari propri” e aspettando che la ruota girasse a proprio vantaggio.

Banfield, nel suo Le basi morali di una società arretrata, si meravigliò quando, intervistando Prato, contadino lucano di Chiaromonte (Montegrano), si sentì dire:

«È vero, i ricchi sono migliori. Sono più ricchi e così naturalmente sono migliori, e noi dobbiamo stare sotto di loro»

Anche se la situazione ci appare differente rispetto alla descrizione sopracitata, l’Italia rischia di sprofondare (per molti versi lo è già) in un baratro in cui la povertà, o, ancor peggio, la voglia di differenziarsi dalle miserie del proprio vicino, porterà a servire e a chinarsi come dei moderni schiavi pur di “tirare a campare”, o per salvare quelle poche certezze o apparenze che un tempo distinguevano i “villani” dai “signori”, circostanza che oggi cambia soltanto dal punto di vista terminologico.

Dopo secoli di progresso sociale, si rischia di tornare grottescamente in modo sempre più forte al principio cavalleresco della Fidelitas medievale del vassallo nei confronti del proprio signore, dove il servilismo e i valori di un passato mitico non fanno altro che edulcorare un’etica fantozziana dello sfruttamento, però, con molte meno tutele rispetto ai tempi del Ragioniere più amato d’Italia. Proprio qui dovrebbe scattare il compito delle famiglie, con una concezione di onore che non può essere quella descritta dall’antropologa Amalia Signorelli, cioè: «il farsi i fatti propri» (“i propri interessi”), perché se i diritti (già labili) degli over 50 di oggi sono stati conseguiti con lotte sociali del passato, quelli degli under 35 non sono più adeguatamente tutelati. In circostanze in cui si assiste fra i giovani a un aumento delle patologie legate all’ansia per la precarietà del mercato (teoria dell’antropologa lettone Vieda Skultans), ci si dovrebbe porre più di un interrogativo sulle responsabilità di ognuno. Pertanto l’azione della famiglia, il cui primo compito è storicamente quello di proteggere il benessere dei componenti (diretti o acquisiti), non deve più essere limitato in modo gretto alla tutela del nucleo di base, ma dovrebbe essere sistematizzato ed organizzato in modo da vedere la società e le nuove generazione come corpo unico. In caso contrario, si alimenterebbe ancor di più il clientelismo o patronage, definito dall’antropologo Ernst Gellner come:

caratteristica di un certo tipo di società, non del tutto centralizzata, nella quale individui e gruppi che, se non sono proprio marginali, sono almeno poco privilegiati, non possono accedere a certi vantaggi – sebbene in teoria ne abbiano il diritto – senza ricorrere ai buoni uffici e alla protezione di un uomo ben collocato: un patrono.

In un contesto del genere non c’è vera libertà, perché francamente quest’ultima non consiste solo nella facoltà di incontrarsi in determinate occasioni, sparando a zero su argomenti che non si conoscono come in un talk show sguaiato di quarta categoria, o con i pettegolezzi verso un parente acquisito (definito in dialetto siciliano “sangu straniu”), o tramite il tentativo di sminuire a tutti i costi conoscenti o colleghi alfine di riempire dei vuoti esistenziali (situazione rappresentata in modo eccelso in Parenti serpenti di Mario Monicelli), per poi chiudere gli occhi davanti alle ingiustizie e alle disuguaglianze reali, di cui gli stessi soggetti sono spesso grottescamente vittime.
La vera libertà è quella di mantenere la dignità con la schiena dritta, recuperando civilmente la consapevolezza del peso sociale che l’individuo e le famiglie hanno all’interno di un sistema, con la politica che non può e non deve essere delegata soltanto a chi è pagato per questa funzione o al notabile di turno, soprattutto in periodo di crisi (naturalmente è comunque auspicabile una competenza tecnica e non semplici slogan). Fare l’interesse lecito di un familiare non significa passare sopra il diritto di un estraneo ad accedere a determinate posizioni o andare contro qualcuno perché rischia di rompere determinati equilibri, presupponendo che tutti gli altri facciano allo stesso modo. Qui sta proprio la differenza fra familismo e familismo amorale.

In caso contrario si alimenterà il meccanismo del Peckorder, come i polli non dominanti che si gettano a capofitto su una mollica in una lotta per la sopravvivenza o per mantenere un aleatorio status quo, in una penosa competizione per l’elemosina gettata da qualche ricco “benefattore” di turno (non guardando se onesto o meno), senza comprendere che il problema non è il proprio simile, giudicato solo sotto il profilo economico, il quale, dal punto di vista materiale e (a volte) comportamentale, spesso non rappresenta altro che l’immagine riflessa e non accettata di sé stessi.

[…] Sono tanti, arroganti coi più deboli, zerbini coi potenti […]
Da Quelli che ben pensano di Frankie hi-nrg

(La situazione sopra descritta non è ovviamente estendibile alla totalità delle famiglie italiane)

 

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