Joker resterà un simbolo e la diseguaglianza ne è uno fra i motivi principali

Joker resterà un simbolo e la diseguaglianza ne è uno fra i motivi principali

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Joker: «Cosa ottieni se metti insieme un malato di mente solitario, che la società abbandona e lo tratta come immondizia? Te lo dico io cosa ottieni: ottieni quel cazzo che ti meriti».
Arthur Fleck (Joaquin Phoenix) in Joker, di Todd Phillips, 2019

Il cattivo ha sempre destato fascino, un pò perché rivela il lato inconscio di ognuno di noi, dall’altro lato perché, come spesso accade con i criminali, il male è determinato dalle azioni della società bene, in cui poveri e diseredati rappresentano un possibile normale risultato per cui non ha colpa nessuno, una controindicazione di uno sviluppo economico che comporta scarti e diseguaglianze, le quali, a partire dall’infanzia, si ripercuoteranno per tutta la vita creando spaccature fra chi ha e chi non ha, traducibile nella nostra realtà (in cui il denaro può comprare l’essenza) con: fra chi è e chi non è. E proprio in quest’ambiente si sviluppano i miti del gangster e del bandito, trattato in modo straordinario da autori quali Robert Warshow e storici del calibro di Eric J. Hobsbawm. Ma ci sono altri tipi di criminali, che hanno in comune con alcuni banditi e gangster (che tratterò a breve più approfonditamente in un altro spazio) alcuni tratti, come il fatto di essere personalità borderline nati in ristrettezze e difficoltà che non di rado, chi giudica e amministra neanche immagina, e Joker è uno di questi.

Nell’ultimo film di Todd Phillips, Arthur Fleck (Joker), il personaggio interpretato da Joaquin Phoenix, ha problemi psichici e neurologici che gli comportano improvvise risate, oltre a stati allucinatori che si coniugano in una vita tutt’altro che semplice condotta con la madre malata, a sua volta affetta da disturbi mentali. Quest’ultima ha lavorato per Thomas Wayne e secondo lei, se il magnate avesse visto in che condizioni vivono lei e il figlio: «se ne farebbe una malattia».

Per la donna, che passa quasi tutta la giornata a letto davanti alla tv, Wayne rappresenta l’uomo che può salvare Gotham, ma per Arthur è differente. In una realtà in cui svolge la mansione precaria del clown e nella quale il capo gli intima: «se non gli ridai quel cartello, te lo dovrò scalare dalla paga» (riferendosi al cartello pubblicitario del proprietario del negozio spaccatogli addosso), dopo essere stato selvaggiamente picchiato da un branco di ragazzini, il suo innegabile disturbo può apparire come una condizione normale di colui il quale non accetta più la vita a cui sembra sia stato destinato dall’infanzia.

Nel suo primo colloquio con la psicologa dei servizi sociali che lo aveva in cura, si chiede:

«Sono io oppure tutti gli altri stanno impazzendo?». A questa domanda lei replicherà freddamente, ma realisticamente:

«sicuramente c’è tensione, le persone sono provate… Fanno sacrifici, non hanno lavoro… Sono tempi duri […]».

In un contesto nel quale egli risulta invisibile o inutile rispetto ad un sistema che fagocita tutto ed è retto da persone che nulla sembrano avere in comune con milioni di individui che vivono in palazzi fatiscenti e faticano a mettere insieme il pranzo con la cena, l’appunto presente nel suo diario appare più che comprensibile:

«spero solo che la mia morte abbia più senso della mia vita».

E tale sensazione di precarietà si accentuerà durante la seconda visita con la psicologa, quando la stessa, dopo non aver ascoltato le parole di Arthur, che aveva da poco commesso i suoi primi omicidi, gli dirà:

«Arthur, ho una brutta notizia per te […]. Ci hanno tagliato i fondi, chiudiamo gli uffici la settimana prossima. Il comune ha ridotto i finanziamenti in ogni settore, compresi i servizi sociali. È l’ultima volta che ci vediamo… Non gliene frega niente delle persone come te Arthur e non gliene frega niente neanche delle persone come me».

Pertanto, la drammatica violenza sprigionata dal protagonista aumenta di pari passo con la rivelazione della verità, squarciando quei veli mitizzanti che gli hanno sempre fatto sopportare la realtà che lo circonda, insieme alle terapie somministrate. Se all’inizio fantastica su un possibile incontro fra lui e il comico Murray Franklin (Robert De Niro), che lo abbraccia dopo aver sentito la sua storia, alla fine del film comprende come il presentatore, di cui Fleck era fan, lo inviti solo per audience con il risultato di metterlo in ridicolo. Se Joker credeva fermamente nell’amore della madre nei suoi confronti (che invece mostra dei dubbi sulle doti comiche del figlio, nonostante egli sostenga il contrario), si ricrederà al momento della scoperta dei maltrattamenti subiti nell’infanzia con la complicità della stessa.

La situazione reale è desolante e gli omicidi, nella loro orribile efferatezza, sembrano non essere altro che il risultato dei suoi disturbi psichici esacerbati da una vita fatta di stenti e torti subiti di cui la società e la politica si sono disinteressati, portando Thomas Wayne a dichiarare in TV dopo l’omicidio dei suoi tre impiegati in metro (considerati ragazzi modello, che, invece, dall’alto della loro posizione avevano pestato Arthur e stavano molestando una donna):

«un codardo che fa una cosa del genere a sangue freddo si nasconde dietro una maschera. È qualcuno invidioso di chi è stato più fortunato di lui, ma che ha paura di mostrare il suo volto».

Ci si trova davanti all’eterno scontro fra chi possiede e chi sopravvive servendo chi possiede, con Wayne che non comprende a cosa può condurre una vita di stenti e sottomissione. Norbert Elias in Potere e civiltà, distinguendo le rozze pulsioni materiali dalle energie pulsionali che ogni essere umano può avere, descrive meravigliosamente come nel corso della civiltà ci sia stata un’etero-costrizione determinata dai ceti dominanti nei confronti di quelli sottoposti, che automaticamente si traduce in un’auto-costrizione degli impulsi, i quali: «divengono meno permeabili alla coscienza» e viceversa. Tali energie pulsionali, secondo lo studioso inglese, non sono rimaneggiate solo nei pazzi; ma Joker lo è sempre stato o la sua è una condizione successiva a fatti ben determinati? Come abbiamo visto, l’uomo ha subito forti violenze e maltrattamenti che erano state rimosse e, una volta riaffiorate, scatenano l’esplosione della sua follia, ma non prima che i primi tre omicidi in metropolitana fossero causati da violenze determinate nei suoi confronti da chi lo ha pestato, da chi lo ha maltrattato (vedesi il suo capo e il suo mito Murray Franklin) e dal sistema pubblico che ha tagliato i fondi per curarlo lasciandolo al suo destino. Mentre Wayne lo definisce codardo e invidioso, non conosce cosa è costretto quotidianamente a subire il ragazzo e la rivolta sociale scaturita in città con migliaia di persone travestite da clown che prendono le difese di questo “giustiziere” ignoto non rappresenta altro che l’odio di coloro i quali vivono in un sistema automatizzato del quale sono semplici ingranaggi.

Il giornalista che intervista Wayne dice: «sembra esserci un’ondata crescente di risentimento verso i ricchi in città, come se i nostri concittadini meno fortunati prendessero le parti dell’assassino […]», ma Joker non ha interessi nel creare un movimento, e infatti allo show di Murray dichiara:

«Avanti Murray, ti sembro il tipo di clown che crea un movimento? Ho ucciso quegli uomini perché erano orrendi. Tutti in effetti sono orrendi oggigiorno, abbastanza da fare impazzire chiunque. […] Perché tutti si disperano per quei tizi, se fossi stato io a morire sul marciapiede mi avreste camminato sopra. […] Credi che uno come Thomas Wayne si chieda cosa significa essere uno come me? Essere una persona diversa da loro? Non lo fanno. Sono convinti che ce ne staremo lì seduti in silenzio, come bravi bambini, che non ci trasformeremo in lupi mannari…».

Anche se ci sono delle differenze, i punti di analogia con il Joker di Heath Ledger (Il cavaliere oscuro, di Christopher Nolan, 2008) sono molti. Anche quello si definiva un agente del caos, disinteressato al denaro (non a creare un movimento). Capace di bruciare letteralmente una montagna composta da centinaia di milioni di dollari davanti al boss che glieli aveva fatti recapitare e sdegnoso dell’attaccamento della mafia al denaro, Joker si definisce: «un agente del caos» e rivela ad un Harvey Dent immobilizzato nel letto di un ospedale: «sai qual è il bello del caos… È equo».

Pertanto, da un lato questo personaggio affascina per il suo essere completamente fuori dagli schemi ed inquadrabile, dall’altro perché fa ciò che tutti vorrebbero fare, ma nessuno osa (e meno male) per paura delle pene. Questo tratto è in comune con il gangster, ma Joker va oltre perché non vuole trarre alcunché di materiale dalla sua azione e rappresenta, nel caso di Arthur Fleck, milioni di persone che sopravvivono quotidianamente in ristrettezze  economiche, dimenticate dai media e di conseguenza dalla società, come se non esistessero, scatenando istinti primordiali e violenza inaudita da parte di coloro i quali in lui si rivedono e che, verosimilmente, in un sistema meno diseguale, si sarebbero inorridite davanti all’efferatezza dei suoi delitti.

Pertanto, questo clown scatena l’immaginazione della gente disperata da un sistema economico che la spreme come limoni, priva di diritti sociali in grado di garantire una vita dignitosa e/o da una diseguaglianza che invece, nel caso di pellicole come Il cavaliere oscuro – Il ritorno (2012), vede in Bane (interpretato da Tom Hardy) il grimaldello in grado di sfruttare la rabbia sociale generale, che dovrebbe portare secondo i piani di Miranda Tate (Marion Cotillard) alla distruzione di Gotham, salvata poi da Bruce Wayne (Christian Bale).

Si tratta di film, ma (coniugandosi alle esigenze dell’immaginario) quasi sempre i personaggi creati rappresentano antropologicamente aspetti umani reali, veri protagonisti di una storia che si ripete ciclicamente, e di cui sarebbe meglio interpretare i segnali se  di essa non si vuole rivivere i momenti più bui diversi nella forma, ma simili nella sostanza. 

(Con il presente articolo l’autore auspica la riduzione delle disuguaglianze, non il caos sociale)

02/01/2020 – © Francesco Carini – tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione anche parziale.

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