Istantanea del razzista fra violenza verbale e senso della legalità ad orologeria. Dolce Italia, non mollare

Istantanea del razzista fra violenza verbale e senso della legalità ad orologeria. Dolce Italia, non mollare

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In nome del popolo italiano, di Dino Risi, 1971

«[…] Lei ha chiesto l’applicazione della recidiva per il furto di un chilo di albicocche […]. Lei ha lo zelo eccessivo di chi ha scarsa indipendenza morale». (Da In nome del popolo italiano, di Dino Risi, 1971)

Questa fu l’accusa rivolta dal giudice Bonifazi (interpretato da Ugo Tognazzi) verso un suo collega, “reo” di essere eccessivamente zelante per il suo scagliarsi contro un pover’uomo che aveva rubato un pò di frutta. Ma di contro, lo stesso “solerte” magistrato cercava di convincere Bonifazi ad essere più attento nel giudizio contro l’ingegner Santenocito (Vittorio Gassman), coinvolto invece nell’omicidio di una escort e in loschi affari multimilionari in cui erano implicate importanti personalità, consigliandogli invece di indagare sull’innocente ex fidanzato della ragazza, bravo ragazzo ma squattrinato. Pertanto, nel capolavoro di Dino Risi viene messo in risalto l’antico problema della richiesta della “legalità ad orologeria”, con preoccupanti manifestazioni di intolleranza e ostilità verso i più deboli e il silenzio davanti a casi di corruzione in cui sono in ballo denaro, benefici e potenti di turno.

A prescindere dai giudizi positivi o negativi sui modi e sulla decisione di attraccare al porto di Lampedusa da parte di Carola Rackete (consiglio di leggere la posizione di Domenico Quirico espressa il 29 giugno su La Stampa), sconvolge ancora una volta la violenza verbale riversata addosso ad una persona che ha deciso di sbarcare nonostante le fosse stato intimato il contrario dalle autorità, con la richiesta a gran voce di pene severissime da parte di migliaia di persone. La situazione è ben diversa da quella descritta nel film, ma dal punto di vista etico, giusta o sbagliata che sia stata la sua decisione, non ci si può accanire così selvaggiamente su una persona, né di presenza, né sui social network.
Ma ciò che dovrebbe preoccupare non è soltanto il turpiloquio a cui si è assistito in quest’ultima situazione, bensì la forza del branco di scatenare i più feroci istinti repressi, sintomi di esistenze che verosimilmente nascondono dei punti oscuri o sofferenze più o meno inconsce, tali da permettere esplosioni di comportamenti incivili, anti-sociali e sfoghi incredibilmente pesanti verso organizzazioni coinvolte, migranti o comunque nei confronti di chi (citando Norbert Elias) non è radicato in un determinato contesto.

Con tutto il rispetto e la buona fede di pensare che fra coloro i quali inneggiavano allo stupro della Rackete non ci fossero simpatizzanti della Lega (il colpevole del coro più esecrabile si è dichiarato elettore del Movimento 5 Stelle), viene un tantino complicato credere alla sincerità dell’auspicio rivolto nel comunicato del 29 giugno dal circolo lampedusano del Carroccio, dove è stata augurata a tutti i clandestini una vita migliore, perché quasi quotidianamente si assiste in tutta Italia, tramite pagine FB, siti, fake news e condivisioni di link virali, ad un odio riversato da molti simpatizzanti o militanti della stessa fazione politica (o affine) verso chi attraversa il mare pur di avere un’esistenza dignitosa, adducendo come scusa della loro indignazione anche un semplice video in cui gli extracomunitari appaiono sereni (come se questi ultimi fossero condannati a non ridere perché migranti).

Qualcuno potrebbe replicare che l’augurio sia legato ad un auspicio di un’esistenza felice “a casa loro”, ma se questa gente fugge da determinati posti accettando rischi enormi, la logica dovrebbe portare a pensare che un motivo ci sarà…
Certamente, fra questi migranti si può nascondere qualche delinquente, come si nascondeva nelle navi che trasportavano dal nostro paese migliaia di italiani che scappavano dalla miseria, così come c’è stato qualcuno che si è arricchito facendo dell’accoglienza o dei viaggi della speranza un business molto redditizio. Purtroppo, non c’è nulla di nuovo amici miei, ma non si può fare di tutta l’erba un fascio (neanche delle ONG) e gli italiani, soprattutto i siciliani, dovrebbero saperne qualcosa, considerando gli insulti subiti nei secoli a causa dei pregiudizi nei loro confronti, come quelli già citati in passato e ripresi da Hollywood Italian di Paola Casella:

Questi siciliani subdoli e vigliacchi, discendenti di banditi e assassini, che hanno portato con sé in questo paese le passioni senza legge, le abitudini criminali e le società segrete legate da giuramenti del loro paese natale, costituiscono per noi un flagello senza limiti. (Pubblicato nel 1891 sul New York Times e ripreso nella versione originale in “Blood of my Blood” da Richard Gambino)

Dall’altro lato, molti di coloro i quali inneggiano all’affondamento delle navi che trasportano i migranti, si avventano contro alcuni parlamentari del PD, rei, secondo loro, di aver fatto poco per gli italiani appartenenti ai ceti meno abbienti e che utilizzano il caso Sea Watch o fatti simili come propaganda. Certamente, davanti a un incremento delle disuguaglianze e della povertà assoluta negli ultimi anni, dal centrosinistra ci si doveva aspettare molto di più, invece, ad esempio, di puntare il dito contro il reddito di cittadinanza che, a detta di alcuni politici, induce parte degli italiani a non accettare determinati lavori, i quali purtroppo, complice anche la crisi, sono però spesso vergognosamente sottopagati, fattore che spingerebbe qualunque precario dotato di un minimo di raziocinio a non vedersi rappresentato da questi signori. Pertanto, prima di lamentarsi dell’analfabetismo funzionale di milioni di individui (che è reale e costituisce davvero una piaga sociale), la classe politica che per antonomasia avrebbe l’onere e l’onore di tutelare i diritti sociali dei propri connazionali dovrebbe porsi qualche domanda sugli errori effettivamente commessi (che hanno lasciato spazio ad altre forze politiche).

Comunque, il problema qui trattato è un altro ed è legato ai feroci attacchi contro chi difficilmente si può difendere o verso bersagli più semplici da colpire e affondare.
Ci si dovrebbe chiedere: ma questa stessa gente che vorrebbe lo stupro della Rackete, sarebbe in grado di protestare pubblicamente con insulti e con la stessa forza in occasione dell’arresto di boss mafiosi, davanti a un sequestro di quintali di cocaina o contro la scoperta di meccanismi che influenzano il normale corso della democrazia e di uno sviluppo economico sostenibile?
La richiesta della legalità è legittima, ma quanti di quelli che fomentano l’odio sui social network sono consci che potrebbero essere quotidianamente denunciati come minimo per diffamazione o calunnia a causa dei loro post?

Si scagliano sui loro presunti avversari con una veemenza che ha dell’incredibile, sicuri di un’impunità che deriva da una loro quasi legittimazione. Questa non è libertà, sembra piuttosto cannibalismo fra poveri alimentato da una politica incapace di poter risolvere i problemi reali e che punta a processi immediati in cui la vox populi e la pancia prevalgono sulla ragione, non permettendo di comprendere quanto il dramma non sia costituito da coloro i quali emigrano e che condividono con le classi meno abbienti ansie, sogni, ma anche disperazione.

Nell’articolo Fascismo e movimenti migratori dello storico Cesare Panizza (pubblicato nel Quaderno di storia contemporanea n. 47 del 2010), viene descritto un episodio interessante legato a un operaio pendolare della FIAT, figlio di contadini e con 6 figli da mantenere, proveniente dal contado torinese, il quale, verosimilmente impaurito dalla propaganda fascista legata alle iniziative connesse alla lotta contro l’urbanesimo e da un episodio che lo vide coinvolto in prima persona: «invitava piuttosto le autorità a rimpatriare veneti e meridionali, veri responsabili dell’affollamento di Torino», situazione cavalcata dal sindacato fascista della città che poneva l’accento sulla difesa della classe lavoratrice “autoctona”, reputando inadatti alla fabbrica immigrati provenienti da zone diverse dal capoluogo sabaudo.
Tale esempio permette di comprendere come un precario quale il sopracitato colletto blu non si sentisse minacciato tanto dalla crisi o dalle scelte del partito fascista, quanto da chi veniva da fuori alla ricerca di un impiego che gli permettesse di vivere più decentemente rispetto alle campagne o alle regioni di provenienza.

Purtroppo, tale condizione appare più che attuale alla luce di quanto sta accadendo nel nostro paese, scatenando una caccia alle streghe che utilizza un più che dubbio sentimento di rispetto per le regole, alfine di colpire l’estraneo, visto come un alieno, ma molto più vicino alla propria realtà di quanto non si possa credere.

Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri. Don Lorenzo Milani

 

Come indicato in altro articolo, il ragionamento sopraindicato prescinde dalla necessità di misure che regolino a livello europeo (coinvolgendo tutti i paesi) i processi di immigrazione, con razionalità, competenza e, al contempo, umanità.

 

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