Il Coronavirus non è la peste, anche se resta un pericoloso «nemico invisibile». Historia docet
La COVID-19 rappresenta un pericolo per la salute pubblica, ma non è la peste e la si deve combattere razionalmente. Il prof. Giuseppe Restifo illustra alcune analogie e differenze sotto il profilo storico

Il Coronavirus non è la peste, anche se resta un pericoloso «nemico invisibile». Historia docet
La COVID-19 rappresenta un pericolo per la salute pubblica, ma non è la peste e la si deve combattere razionalmente. Il prof. Giuseppe Restifo illustra alcune analogie e differenze sotto il profilo storico

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virus
Foto di Arek Socha da Pixabay

di Francesco Carini

Considerata una fra le peggiori pandemie dal secondo dopoguerra ad oggi per il mondo occidentale, la COVID-19 (Coronavirus disease-19) sta rappresentando un duro colpo per la vita di milioni di persone, preoccupate per sé e per i propri cari, oltre a comportare limitazioni nella vita quotidiana di tutti i giorni e riportare gravi strascichi sull’economia e sulla politica, quando l’emergenza sarà terminata.
Dai dati che stanno giungendo nelle ultime settimane, le conseguenze sulla salute di chi è sfortunatamente affetto da Coronavirus possono purtroppo essere letali per una percentuale variabile (abbastanza limitata) di pazienti, mentre molti altri possono risultare asintomatici o quasi, manifestando problematiche presenti in normali influenze, ma rappresentando comunque un pericolo per i pazienti a rischio.

Seppur rimanga una situazione delicatissima, dal momento che il SSN, ridotto allo stremo (al quale sono stati tagliati miliardi di euro di fondi nell’ultima decade), non potrà curare tutti coloro i quali presenteranno un quadro clinico complicato, è sempre importante ascoltare e far parlare dal punto di vista tecnico gli esperti, che non sono né i fenomeni da talk show o social con bassi livelli di scolarizzazione, né tuttologi improvvisati (di ambo i sessi e professioni varie) che non hanno alcuna competenza sul tema, e passano con nonchalance da un pettegolezzo su parenti e conoscenti a tesi personali su argomenti per i quali ci vogliono anni di studio approfondito.

In un’atmosfera a dir poco surreale, in cui nel panico  si può arrivare ad accostare in senso lato la COVID-19 alla peste (che però, ad esempio, nel 1743 solo a Messina fece in poco tempo più di 25.000 morti su una popolazione complessiva di 40.000 abitanti, senza contare l’ecatombe della pandemia del ‘300, con decine di milioni di vittime), il prof. Giuseppe Restifo – già docente di Storia Moderna presso l’Università degli studi di Messina e direttore responsabile di nuovosoldo.it, giornale online di impegno politico, ambientalistico e di vivere civile, ha risposto ad alcune domande, soffermandosi su aspetti e curiosità che risultano interessanti per chiarire a grandi linee, sotto il profilo storico (non medico) e, per certi versi, pratico, differenze e punti in comune fra i due fenomeni, tenendo ovviamente conto dei differenti contesti presi in considerazione.

prof. Giuseppe Restifo
Prof. Giuseppe Restifo

Salve professore, da quanto tempo si “occupa di peste”?

Tutto cominciò all’interno della Società italiana di demografia storica, dove si discuteva animatamente di crisi di mortalità in età moderna. Nel 1979 sul “Bollettino” della Sides compariva, a doppia firma con Silvano Alosi, un annuncio della ricerca in corso su “La peste di Messina del 1743”. Nello stesso anno, per “haute divulgation”, “La peste del 1743” diventava un articolo per la rivista “Il Punto”. Si collegava a questo abbrivio di ricerca, su sollecitazione di Ercole Sori, il contributo “L’ordine del lazzaretto: la risposta istituzionale alla peste di Messina del 1743”, ricompreso nel volume “Città e controllo sociale in Italia tra XVIII e XIX secolo” del 1982. Alla fine di questa fase di approfondimento della ricerca c’è la pubblicazione della prima monografia, “Peste al confine. L’epidemia di Messina del 1743” (1984). Seguiranno una seconda, “Le ultime piaghe. Le pesti nel Mediterraneo (1720-1820)” del 1994, e una terza, “I porti della peste. Epidemie mediterranee fra Sette e Ottocento”, del 2005. Nel 2009, dopo aver pubblicato “Su un Adriatico incerto: prevenzione e politiche assistenziali di fronte alla marea finale della peste”, ho preso a interessarmi di storia ambientale.

Quali sono i punti in comune fra le epidemie di peste del ‘300 e del ‘700 e la diffusione del Corona virus degli ultimi mesi?

In ambedue i casi si combatte contro un nemico invisibile, come suggerisce il titolo di un bel libro di Carlo Maria Cipolla. Almeno da parte della gente comune; perché a differenza della “black death” del 1348 o delle pesti settecentesche, in cui il bacillo della peste era sconosciuto a tutti, adesso abbiamo gli strumenti per “fotografare” il virus, farcene un’idea, studiarne i comportamenti e gli atteggiamenti. Ovviamente per fare tutto questo ci vuole la ricerca: oltre quella storica che ci racconta come i nostri antenati hanno affrontato quella sfida ambientale, ci vuole la ricerca scientifica. E qui, in Italia, siamo messi male, visti i tagli ai finanziamenti dell’ultimo ventennio in questo ambito. Nel Settecento messinese, il medico Domenico Bottone, che aveva accumulato una buona esperienza epidemica fra Napoli e la Sicilia e che avanzava proposte “igienizzanti”, veniva onorato e portato in palmo di mano.

Oggi la prima individuazione del ceppo del coronavirus la dobbiamo a una ricercatrice precaria. Sì, precaria! Questo passa l’Italia: precarietà nella ricerca storica e in quella scientifica.

Come si è diffusa la peste in queste due circostanze?

La traiettoria sembra sempre la stessa: da Oriente verso Occidente, sia nel caso delle pesti d’età moderna sia nel caso del virus, che all’inizio ci ostinavamo a chiamare “cinese”. In realtà i microbi, che hanno ascoltato anche loro la parola divina “andate e moltiplicatevi”, non si fermano ai confini di nessuno Stato, non tengono in grande considerazione le divisioni politico-istituzionali. Nella storia della peste si può leggere una storia globale. I “foci” permanenti sono stati individuati in alcune zone del mondo (ad es. il Kurdistan), ma si possono sviluppare anche “foci” temporanei. Tutto dipende dall’interazione fra la storia naturale – anche la natura ha una sua storia – e la storia degli umani, nelle varie forme che essa assume nel corso del tempo (ad es. i livelli degli scambi di uomini e merci). Naturalmente negli itinerari di diffusione delle epidemie le cose sono cambiate, e di molto: il bacillo Pasteurella (o Yersinia) pestis viaggiava su navi a vela e carovane terrestri; il Coronavirus può prendere anche l’aereo. La risposta internazionale a questa sfida – l’Organizzazione mondiale della sanità – non è ancora perfetta.

Quali sono stati i mezzi con cui è stata combattuta?

L’inizio della seconda pandemia di peste, nel 1347-1348, colse tutti di sorpresa. Ma già all’inizio del secolo successivo Venezia “inventava” il lazzaretto, un luogo dove fermare le navi provenienti da tutto il Mediterraneo, soprattutto quello orientale, e metterle sotto osservazione, in quarantena. Altri strumenti furono la patente di sanità – un certificato che attestasse lo stato di salute del portatore e di equipaggi e passeggeri dei mezzi di trasporto –, il cordone sanitario, disteso attorno ai luoghi appestati per impedire la fuoriuscita del contagio, e altre forme di controllo interno agli stessi luoghi. Diciamo che la medicina aveva uno scarso ruolo, dovuto alla mancanza di conoscenze adeguate della malattia, mentre si giocava tutto sul piano sanitario, con il concorso di provvedimenti di tipo militare. Il sistema complessivo si andò perfezionando fino al Settecento, quando prese a funzionare a regime l’informazione reciproca fra città, porti e Stati diversi del Mediterraneo.

Come si è comportata la politica in quelle occasioni e quali sono i punti di affinità e di divergenza con le politiche attuate in Cina e, attualmente, in Italia (salvo cambiamenti)?

L’epidemia è una grande occasione politica per rafforzare tendenze di lunga durata dal punto di vista dell’organizzazione istituzionale. Di fronte all’emergenza epidemica lo Stato va assumendo una posizione sempre più centrale, imponendola magari con misure militari. Basti ricordare a questo proposito l’utilizzo dell’esercito nel “muro della peste” che circondò Marsiglia appestata nel 1720; oppure all’utilizzo di forze armate a difesa del cordone sanitario che fu steso fra Taormina e Milazzo, a chiudere la Messina infetta del 1743. A Malta il lazzaretto fu affiancato nel Settecento dal forte Manoel, che svolgeva funzioni militar-sanitarie proprio in fronte a La Valletta. Nella Cina del 2020 s’è vista la mano severa, anche militare, dello Stato; in Italia ancora no, ma il problema del giudizio che si può dare oggi di queste “maniere forti” è ancora aperto.

In questo periodo, si parla molto della distanza di sicurezza da mantenere per evitare il contagio da Coronavirus, pari ad almeno un metro. Può descrivere in cosa consiste il “salto della pulce” in correlazione alle epidemie di peste?

Una pulce può saltare fino a 30-40 centimetri in media, che è tantissimo se si pensa che è lunga 2-3 millimetri. Ovviamente quando diciamo una pulce, pensiamo a “una” pulce; in realtà di pulci esistono 95 specie. Quella più “affezionata” all’uomo è la Pulex irritans; è irritante, ma più pericolose sono la Xenopsylla cheopis e Nosopsyllus fasciato, in quanto sono le pulci che preferiscono il ratto. Quando le pulci sentono raffreddarsi il corpo del ratto, morto di peste, vanno subito alla ricerca di un corpo caldo alternativo da pungere e da cui succhiare il sangue. Guai a trovarsi nei dintorni e a distanza ravvicinata. Si finirebbe per essere l’ultimo anello di un morbo che non è proprio degli uomini, ma che inizia dal bacillo Yersinia (o Pasteurella) pesti, diventa poi epizoozia passando nel corpo della pulce e poi, grazie alla pulce, nel corpo del ratto.

Ovviamente tutta questa catena in età moderna non era nota, ma oggi, grazie alle conoscenze acquisite dalla ricerca in storia e biologia, possiamo tenerci alla distanza del “salto della pulce”, e magari qualche passo più in là.

Altrettanto ovviamente non indosseremo i vestiti del morto appestato, perché potrebbero essere pieni di pulci, ma anche questo in età moderna non era un dato acquisito…

In questo periodo, santuari e luoghi sacri come Lourdes sono stati chiusi per evitare assembramenti e determinare l’aumento di contagi. Può fare riferimento in breve a come si è diffusa la peste a Messina nel 1743?

Il 3 giugno è la festa della Madonna della Lettera, patrona della città di Messina. In quell’occasione vi sono celebrazioni religiose e popolari, messe, processioni, con la folla che s’affolla. Il 3 giugno del 1743 già c’erano stati casi di peste in città, anche se i medici tergiversavano e non proclamavano ufficialmente il male epidemico. Circolava una certa ansia; a maggior ragione bisognava celebrare la festa della patrona, per impetrare la sua protezione, partecipando a preghiere, messe e processione. Purtroppo l’esito fu disastroso, per via dello scambio massiccio di pulci che si verificò fra i fedeli. Il contagio non diede scampo ai cittadini: fu una strage, con la morte del 71% degli abitanti. Altre manifestazioni religiose, molto più contenute quanto a partecipazione e modalità, si ebbero in qualche giorno di luglio, quando ci si rivolse a S. Rocco, noto protettore dalla peste, e si andò a prendere la sua statua a Faro Superiore. L’epidemia andò poi smorzando la sua aggressione, per esaurimento, nel mese successivo.

In questa storia particolare c’è da fare una riflessione sul nesso fra civiltà ed epidemia. Civiltà sta a “civitas”, città, come città sta ad assembramento; assembramento sta a civiltà – scambio culturale ravvicinato fra persone che stanno gomito a gomito – come civiltà sta a contagio. Il contagio è un portato della civiltà, anche nell’epoca dei social, in cui c’è un allontanamento dei corpi, ma ancora relativo.

La prevenzione è fondamentale e quanto fatto finora in Italia è da considerarsi encomiabile, diventando un modello per altri paesi, come sottolineato dall’OMS. Ma, nonostante sia auspicabile che tutti restino ragionevolmente e civilmente a casa, optando, ove possibile, per il telelavoro, e limitando le uscite solo per ragioni di salute o per l’acquisto di beni necessari, non si deve mai dimenticare che l’emergenza, oltre che dal virus, è causata dalla carenza di posti letto in ospedale (soprattutto in terapia intensiva, con un inquietante rapporto rispetto alla Germania di circa 1:6), determinata da scelte più che discutibili che negli anni hanno depotenziato il Servizio Sanitario Nazionale.

17/03/2020 – © Francesco Carini – tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione anche parziale.

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